25 aprile

In nome del popolo ebraico, Vi ringraziamo

di Giuseppe Segre

 

"In nome del popolo ebraico, Vi ringraziamo!" con queste solenni e intense parole Rav Somekh concludeva il suo discorso, il 26 aprile, nella cerimonia in cui la Comunità Ebraica di Torino ha consegnato pergamene in segno di affettuosa riconoscenza e di onore ad una ventina di Soccorritori, persone che non esitarono a rischiare la vita propria e quella dei familiari per aiutare, soccorrere, ospitare, salvare gli ebrei ricercati dai nazifascisti, negli anni tragici della Shoà.

Un discorso dedicato alle riflessioni talmudiche sui Giusti tra le Nazioni, ed al concetto di Tikun Olam, l’imperativo di "riparare il mondo", pensiero elaborato da Rabbi Isaac Luria a Safed nel sedicesimo secolo. Perché, secondo la tradizione mistica ebraica, chi si impegna per aiutare il prossimo in stato di pericolo o di necessità e per realizzare concretamente nella società i valori di giustizia, di amore e di pace, contribuisce a riparare un mondo imperfetto. In questa azione l’uomo è chiamato a collaborare con Dio per ripristinare l’armonia nel mondo, infatti Dio stesso ha bisogno dell’aiuto dell’uomo Giusto.

La ricerca era iniziata un paio di anni fa, con un annuncio sul Notiziario della Comunità che invitava chi non lo avesse ancora fatto nell’immediato dopoguerra, o nel 1955, nelle celebrazioni del primo decennale della Liberazione, oppure ancora nei decenni successivi, a segnalare i nomi e le azioni dei Benefattori che avevano contribuito alla salvezza degli ebrei qui in Piemonte e nella Valle d’Aosta.

Ricevemmo una settantina di nuove segnalazioni, che rimasero per un certo periodo archiviate, come pratiche burocratiche da smaltire successivamente ad altri adempimenti più urgenti.

Ma quando iniziammo ad aprire i fascicoli e a scorrere le lettere, fummo presi dall’ansia di scoprire altre informazioni, di stabilire collegamenti, di poter conoscere di persona quelli che venivano citati nelle lettere, nel caso fossero ancora in vita.

Man mano che si proseguiva nella lettura, contattavamo i sopravvissuti, e una vicenda rimandava a diecine di altre, e le testimonianze si moltiplicavano, e la nostra attenzione veniva attratta da avvenimenti di oltre 60 anni fa, ed eravamo risucchiati nell’angoscia delle Leggi Razziali e nel ricordo della tragedia.

La prima spontanea considerazione è che tutti noi, ebrei italiani, che viviamo oggi sereni in una Italia democratica, siamo sopravvissuti grazie al comportamento di Giusti che, in ottemperanza del precetto biblico (Levitico, XIX, 16), "non rimasero inerti davanti al sangue dei loro fratelli". Semplicemente noi non saremmo in vita, oggi, senza la loro azione.

E subito dopo, fa seguito la riflessione che, se quelli ebbero la forza morale ed il coraggio di reagire, questo significa che non era impossibile resistere al Nazismo ed opporsi al male. I Giusti hanno dimostrato così che era possibile conservare la dignità umana. Non solo con la loro azione salvarono, allora, la vita dei nostri genitori, ma il loro esempio oggi aiuta noi, figli e nipoti della Shoà, a convivere con il ricordo dell’infamia di Leggi Razziali approvate dalla Camera del Regno all’unanimità (351 deputati votarono a favore, a scrutinio segreto, neppure una scheda bianca, nessun dubbio, nessuno scrupolo), a vincere la desolazione del tradimento e dell’abbandono, a sopportare il ricordo di anni insopportabili di esclusione dalla società, tra gli insulti e lo scherno della stampa quotidiana e le accuse ignobili di Civiltà Cattolica, nel silenzio generale degli intellettuali e della Chiesa.

Liliana Picciotto, nel saggio introduttivo al libro "I giusti di Italia. I non ebrei che salvarono gli ebrei 1943-1945", di Israel Gutman e Brach Rivlin, dove sono raccolte in forma di dizionario biografico le storie di uomini e donne che tra il 1943 ed il 1945 salvarono molte vite, documenta che gli ebrei rimasti intrappolati nel territorio governato dalla Repubblica Sociale Italiana e dall’occupante tedesco erano circa 32.300. Di questi circa 8.800 furono gli arrestati (6.806 deportati identificati, circa 1.000 deportati non identificati, 322 uccisi o morti in Italia prima della deportazione, circa 500 arrestati ma non deportati per mancanza del tempo necessario). Rimasero dunque indenni 23.500 persone, che, impedite a lavorare ed a possedere beni dalle Leggi Razziali, e ricercate dai carabinieri e dalle SS, non sarebbero potute sopravvivere senza l’aiuto dei Giusti.

Come ha ammonito la professoressa Adriana Muncinelli, nel suo magistrale discorso all’inaugurazione del memoriale della Deportazione di Borgo San Dalmazzo (nel luogo dove sorgeva il campo di concentramento e di fronte a quella stazione ferroviaria da cui partirono in vagoni piombati 355 deportati), la meditazione su quello che è avvenuto deve tener conto sia della tragedia della deportazione sia dell’eroismo dei Giusti, mantenendo sempre il corretto equilibrio: "Quando ricordiamo coloro che sono stati deportati, il dolore e la vergogna per quanto è accaduto sono alleviati dalla consapevolezza che altrettanti almeno sono stati salvati dalla popolazione di queste valli, che li ha con coraggio tenuti nascosti fino alla fine della guerra o aiutati ad allontanarsi.

Ogni volta invece che ci vantiamo con orgoglio legittimo dei giusti che hanno salvato e gioiamo per quanti si sono salvati grazie a loro, la gioia e l’orgoglio sono spenti dal mai placato rimorso per quei 355 che non si fu capaci di sottrarre alla deportazione. …..

Ma questa è l’essenza del ricordo che siamo obbligati a ripercorrere, semplicemente perché questa è la verità storica di ciò che accadde: siamo condannati a mitigare la memoria dell’orgoglio con quella della vergogna e la memoria della vergogna con quella dell’orgoglio. Ciò che non dobbiamo fare è rimuovere uno dei due aspetti, perché significherebbe tradire la verità storica di ciò che vogliamo ricordare e far ricordare".

Dalle testimonianze che abbiamo avuto l’opportunità di leggere, emerge la descrizione di persone, pur assai diverse tra loro per estrazione sociale, cultura, fede religiosa, che, disobbedendo alle disposizioni della burocrazia della Repubblica di Salò, si impegnarono per cercare di risanare con umanità un mondo in rovina, ammalato di fanatismo razzista: montanari che ospitavano nelle loro baite profughi da paesi lontani, contadini che si ritiravano in altre stanze per lasciare le loro camere da letto agli ospiti, parroci che aprivano la sacrestia agli sconosciuti, istituti di suore che nascondevano bambini, intere borgate di montagna unite nella solidarietà agli ebrei ed agli antifascisti, contrabbandieri che salivano sulla montagna, nella notte, per accompagnare oltre confine famiglie in fuga, e tante, tante cameriere, legate da affetto alle famiglie dei loro ex-datori di lavoro, cui continuavano a procurare cibo e generi di prima necessità. Un mondo impazzito schiavo di una dittatura feroce, che per sopravvivere era costretto a girare al contrario: impiegati comunali utilizzavano la carta filigranata dell’anagrafe per stampare false carte di identità che apparissero emesse nei comuni dell’Italia meridionale occupata dagli alleati, postini aprivano lettere sospette e distruggevano i messaggi delatori, carabinieri erano attenti a segnalare che il giorno dopo i commilitoni avrebbero attuato la perquisizione.

Loro, i Giusti, sapevano? Nella maggior parte dei casi, non potevano non conoscere i terribili rischi cui si esponevano. Il 18 settembre 1943 il capitano Müller, il comandante delle SS nelle valli cuneesi, pubblicava il bando in cui ordinava a tutti gli stranieri che si trovavano nel territorio di Borgo San Dalmazzo e dei comuni vicini di presentarsi al Comando Tedesco a Borgo San Dalmazzo entro le ore 18 della stessa giornata; dopo quell’ora, tutti gli stranieri che non si fossero presentati sarebbero stati immediatamente fucilati. L’ultima frase del bando non lasciava dubbi: "La stessa pena toccherà a coloro nelle cui abitazioni detti stranieri verranno trovati".

Una testimone ricorda bene quel pomeriggio in cui le SS circondarono e perquisirono la cascina a Castell’Alfero, nell’astigiano, alla ricerca della famiglia di ebrei, che lì era nascosta e tennero per ore i padroni di casa, Edoardo e Giuseppina Nebiolo, al muro sotto la minaccia delle armi. La ricerca fu infruttuosa, per un colpo di fortuna, i tedeschi lasciarono la cascina, ed i Nebiolo continuarono a ospitare la famiglia ebrea, fino al 25 aprile, nonostante il pericolo.

In tutte le dichiarazioni, i salvatori spiegano con naturalezza e pudore le motivazioni che li hanno spinti ad agire. Le risposte alle nostre domande sono spesso laconiche, asciutte: "Perché questa era la cosa che si doveva fare", o "Aiutarli era un dovere, c’è poco da aggiungere", oppure di grande leggerezza: "Ma che cosa ho fatto? Non ho fatto nulla di particolare. In quel periodo tenevo solo in braccio la bambina. Ma come pesava quella bimba!".

Siamo andati a festeggiare uno di questi Giusti, Silvio Rivoir, nel giorno del suo centesimo compleanno. Si è trattato di una festa semplice e familiare, nella sede dell’Esercito della Salvezza, a Torre Pellice, al centro delle valli valdesi: il pastore ha letto il Salmo n. 100 in onore del centenario, ed è stato servito un tè con una fetta di torta. Le figlie e i tanti nipoti della grande famiglia hanno espresso gli auguri al festeggiato. Una nipote ha ricordato che il nonno le aveva insegnato a salire in montagna, e le aveva spiegato che quando si sale in montagna, è meglio camminare in silenzio, e quando si cammina in silenzio, si impara a pensare. A nome della Comunità Ebraica, abbiamo consegnato la pergamena e detto poche parole in onore di quell’uomo, legato alla Resistenza, che aveva fabbricato decine e decine di carte di identità per ebrei, antifascisti, soldati alleati dispersi, a lui sconosciuti, e per questo era stato arrestato, bastonato, internato in un campo di concentramento in Germania. L’età e le malattie hanno obbligato il signor Rivoir su una sedia a rotelle, e reso difficoltosa la sua espressione verbale, l’attenzione però è rimasta ben vigile.

Alle nostre parole, il signor Rivoir reagì con energia ed a segni richiese il microfono. Per la difficoltà di esprimersi, riuscì a pronunciare solo una breve frase, con fatica; furono solo quattro le parole, ma sufficienti a spiegare i motivi della scelta e della condotta di tutta una vita: "Non merito, ma dovere!".

Le persone con cui abbiamo parlato ricordano il coraggio ma anche, pure in quei momenti drammatici, l’affettuosità e l’umanità dei salvatori.

Don Francesco Brondello distribuiva viveri, indumenti pesanti, documenti falsi tra le centinaia di ebrei stranieri rifugiati nella valle Gesso e in valle Stura all’indomani dell’8 settembre 1943, ed organizzava il passaggio verso la Svizzera e verso l’Italia liberata; ma oltre a questo non esitò a rischiare la vita per muoversi da baita a baita in una notte di inizio ottobre, per ricordare a tutti gli ebrei, lui prete cattolico, la data della ricorrenza di Kippùr, di lì a pochi giorni.

Attilio Francesetti, montanaro e pastore da Forno Alpi Graie, accompagnava oltre il confine con la Francia le famiglie in fuga; quel giorno del novembre ’43, quando si presentò una giovane donna con scarpe da città, e un neonato in braccio, non esitò a regalare alla donna gli scarponi da montagna della mamma ed a tosare una pecora per riempire di lana uno zaino e proteggere così il bimbo dai rigori del freddo della montagna.

Monsù Cichìn (Francesco Spola), il giardiniere della famiglia Segre Amar, tenne con sé, come se fosse una sua familiare, la vecchia governante, la signorina Levi, troppo anziana per rischiare i disagi di un viaggio o della vita clandestina. La villa di Nichelino fu occupata dalle SS che vi stabilirono un loro comando e vi soggiornarono per un anno e mezzo, fino alla fine della guerra, ma per tutto quel tempo Cichìn curò e assistette amorevolmente la "nonnina", proprio a fianco delle sale occupate dalle SS.

L’industriale Paolo Dequarti, il titolare della Magnadyne Radio, aveva assunto nel ’41 il neolaureato in ingegneria Nissim Gabbai, nonostante sapesse che era ebreo, e aveva continuato ad utilizzarne informalmente la collaborazione anche dopo essere stato costretto a licenziarlo nel ’43. Quando Gabbai fu arrestato dai tedeschi nel maggio ’44, il signor Dequarti si presentò due volte all’albergo Nazionale di Torino, sede del comando tedesco, per chiederne il rilascio. Garantì con sicurezza che quel giovane tecnico era assolutamente indispensabile allo sviluppo di nuove tecnologie nel campo delle telecomunicazioni, di grande interesse strategico per l’esercito del III Reich. La deportazione fu così via via rimandata e Gabbai rimase rinchiuso nel carcere delle Nuove per mesi, in una cella singola, a simulare di sviluppare progetti immaginari.

A Silvio Rivoir, a don Francesco Brondello, ad Attilio Francesetti, alla famiglia Nebiolo, a Paolo Dequarti, a Monsù Cichìn, ed ai tanti uomini ed alle tante donne che rischiarono la vita per curare, riparare, trasformare un mondo devastato dalla follia e rovinato dall’odio, va il nostro affettuoso e solenne ringraziamento.

Giuseppe Segre