Libri
Voci della Ferrara ebraica
di Giovanna
Fuschini
Ho sempre considerato Giorgio Bassani il cantore di Ferrara, che è stata la città della mia prima infanzia. Me ne sono allontanata con la mia famiglia all’età di quattro anni, perciò non ne ho che pochissimi ricordi diretti, ma quando, nel 1962, uscì Il giardino dei Finzi-Contini, lo leggevo e commentavo insieme alla mamma e al nonno, ferraresi, i quali vi ritrovavano, con l’emozione degli emigrati, luoghi, angoli, nomi, personaggi a loro ben noti; vi riconoscevano anche la Ferrara ebraica, a cui non appartenevano, ma che era tanto integrata col resto della città da essere vissuta come una caratteristica niente affatto marginale della cultura cittadina.
Via Mazzini, il ghetto, la sinagoga, il cimitero ebraico: ne ho sempre sentito parlare, ma li ho conosciuti più tardi, quando già mi erano note le amare e trasognate descrizioni di Bassani: ed esse sono state il filtro attraverso cui ho percepito il mistero di quei luoghi, il senso di perdita irrimediabile che vi regnava. La lapide che è affissa al muro di cinta del Castello, e che ricorda l’eccidio del 16 novembre 1943, mi ha fatto ripensare a un racconto di Bassani, ma mi ha anche riportato alla memoria quanto riferì mia madre, che quella mattina, passando davanti al luogo della strage con l’autobus che la portava a scuola (era maestra), aveva visto con orrore e incredulità i corpi riversi e la folla tenuta lontana dai militi.
Il cimitero ebraico poi ho avuto occasione di visitarlo solo pochi anni fa. Sullo sfondo degli alti pioppi che costeggiano le mura, quieti sentieri portano verso le lapidi e i cippi raccolti più fittamente lungo i muri di cinta e di divisione, come scrive Bassani; sulle lapidi i caratteri ebraici, ricoperti da licheni, sono quasi illeggibili; e i grandi prati che si stendono fra le tombe testimoniano le tante devastazioni dovute, nei secoli, all’odio antico. Anche se il più noto romanzo di Bassani è una costruzione di fantasia e i suoi personaggi principali non sono realmente esistiti, la scrittura è profondamente autobiografica, i ricordi sono reali: le partite dei ragazzi al circolo del tennis, gli esami al liceo-ginnasio frequentato dai figli della borghesia cittadina, le lunghe conversazioni notturne fra amici per le vie della città con la bicicletta a mano, le funzioni solenni alla sinagoga, quando i figli si raccoglievano sotto il talled paterno e sbirciavano attraverso le frange, tutto è così vero! Mio nonno poi mi diceva sempre che fra gli Ebrei di Ferrara il cognome Finzi esisteva realmente, anche se non apparteneva alla ricca famiglia proprietaria del "giardino" di via Ercole d’Este.
Apparteneva invece (ma questo l’ho saputo solo da poco) ad una famiglia che gestiva un negozio nel ghetto, in via Gioco del Pallone; e un membro di questa famiglia, allora un bambino di otto anni, il 3 settembre 1938, andando a comperare il Corriere della Sera per il suo babbo, vi lesse con una disperazione che ancora oggi, all’età di settantacinque anni, ricorda bene, la notizia che gli ebrei non avrebbero più potuto frequentare le scuole pubbliche. Questo commovente particolare, e tante altre testimonianze sulla sua vita e sulla storia degli ebrei di Ferrara, possiamo leggere in un libro autobiografico che il dottor Cesare Moisè Finzi, faentino ma di origini ferraresi, ha recentemente pubblicato.
Ho assistito alla presentazione del libro del dott. Finzi, incuriosita sia dal nome dell’autore, sia da quello della sua città natale, perché è anche la mia, sia dall’argomento promesso dal titolo: Qualcuno si è salvato, ma niente è stato più come prima (editore Il Ponte Vecchio, Cesena). Cesare Moisè Finzi, da tempo famoso cardiologo, è un uomo dall’alta fronte incorniciata da folti capelli bianchi e l’espressione del suo viso è mite e intelligente proprio come ci si aspetta che debba essere l’espressione di un buon medico. L’idea di pubblicare questo libro è nata quando la preside attuale del Liceo Scientifico di Rimini ha trovato il nome di Cesare Finzi in documenti del 1945 nascosti negli archivi della scuola: si tratta di lettere dove Cesare, allora studente, chiedeva l’esonero dalla religione, e più tardi, con la fine della guerra e delle persecuzioni, il nulla-osta per trasferirsi al Liceo di Ferrara. Incuriosita, ha voluto cercare quell’antico alunno e ha trovato un signore che aveva già nel cassetto le sue memorie. Dunque l’ha incoraggiato a completarle, e ad aggiungervi inserti storici, documenti fotografici, alberi genealogici, testimonianze, note e spiegazioni di termini ebraici. Ne è nato un libro per tutti, ma soprattutto per le nuove generazioni che potranno conoscere meglio l’ebraismo, la sua storia, e combattere l’odio e la violenza razzista.
La Ferrara ebraica del ghetto esce viva dai ricordi di Cesare Finzi: la casa dove viveva la sua famiglia con gli zii e i cugini in via Gioco del Pallone, l’attigua profumeria-bazar del padre e dello zio, la strada caratterizzata da gran via vai di carri tirati da cavalli, la drogheria Zamorani e il negozio di gastronomia ebraica della Nuta in via Mazzini, dove si potevano comprare "bricchi" e "bongole". Vi è descritta anche la sinagoga, frequentata dalla famiglia Finzi in occasione delle feste ebraiche. E, fuori dal ghetto, sono citati il parco Massari, il Montagnone, la piazza Ariostea, i luoghi dei suoi sfrenati giochi di bambino, prima che le leggi razziali lo cacciassero lontano dai piccoli amici e insieme dalla spensieratezza fiduciosa dell’infanzia.
Ma è soprattutto della scuola ebraica di via Vignatagliata che si parla in continuazione per quasi metà di questo libro, con le bidelle, le maestre, i professori e gli scolari; e per ognuno di essi una nota in calce spiega come ha superato, o non ha superato, il periodo delle persecuzioni: ad esempio, la buona maestra di prima, Elisa Ascoli, morì più che ottantenne in carcere a Bologna, dove era stata internata in attesa della deportazione in un Lager; il piccolo amico Uberto Tedeschi si salvò riparando con la famiglia in Svizzera; la maestra di quarta e quinta, da Cesare molto temuta, fu deportata a Ravensbrück dove riuscì a sopravvivere grazie alla sua abilità di sarta, mentre il piccolo Marcello Ravenna, amato compagno di asilo, fu catturato con la famiglia, portato al campo di Fossoli, poi trasferito ad Auschwitz e mandato in camera a gas all’arrivo.
Pagina 43: anno scolastico 1937/’38, in terza elementare: La nostra maestra ora è la signorina Albertina, una giovane alta, bionda e bellissima che mi prende subito in simpatia. Io la ricambio di un amore totale e me ne innamoro perdutamente. La nota in calce riporta, fra l’altro, questa notizia: La mia adorata maestra si è salvata a Roma sfuggendo fortunosamente alla retata del 16 ottobre 1943. In questa descrizione ho subito riconosciuto la signora Alberta Levi Temin, che avevo incontrato alcuni anni fa al Colloquio di Camaldoli. Per caso a pranzo ero capitata vicino a lei, ora più che ottantenne, ma ancora dolce e aggraziata. Stava narrando con grande semplicità dei fatti tremendi: nell’autunno del 1943 suo padre, preoccupato per le voci che si sentivano circolare, di giovani donne ebree brutalizzate da ufficiali tedeschi, aveva deciso di allontanarsi da Ferrara con la moglie e le due figlie e di cercare ospitalità a Roma, presso certi parenti che abitavano nel ghetto. A Roma si pensava di star sicuri perché la presenza della Santa Sede avrebbe dissuaso i nazisti dalle peggiori persecuzioni antiebraiche. Ma pochi giorni dopo il loro arrivo in casa degli zii (il 16 ottobre!), sul far dell’alba, le SS irruppero nel ghetto, si introdussero a calci nelle abitazioni degli ebrei, e ingiunsero brutalmente a tutti di scendere in strada con poco bagaglio. Alberta, sgusciata sul balcone in camicia da notte senza essere vista, sentiva in casa le voci aspre e concitate dei soldati tedeschi, il gran fracasso dell’abitazione che veniva messa a soqquadro, e intanto, rabbrividendo dal freddo, guardava giù nella strada e nelle case vicine le persone svolgere le incombenze giornaliere, aprire le finestre, scendere in strada, entrare dal tabaccaio, ignare del dramma che si stava consumando nelle case degli ebrei. Così sfuggì alla cattura.
Se Alberta Levi fu la maestra di Cesare Finzi in terza elementare, il giovane Giorgio Bassani fu il suo professore alle medie, ma sempre nella scuola di via Vignatagliata, dove il piccolo Cesare dovette proseguire i suoi studi fino alla terza media, essendo le scuole pubbliche interdette agli ebrei, scolari e insegnanti. Cesare Finzi ricorda Bassani come uno straordinario insegnante di lettere, solo leggermente balbuziente: ma quando scandiva i versi, italiani o latini, il suo difetto di pronuncia scompariva, e la lettura delle poesie risultava straordinariamente coinvolgente.
Come la famiglia di Alberta Levi, anche quella di Cesare Finzi visse in grande apprensione dopo il 25 luglio e soprattutto dopo l’8 settembre; ciò che li convinse definitivamente a fuggire e a nascondersi fu la notizia della cattura dei loro parenti di Bolzano, fra cui Olimpia, una cugina di tre anni, che Cesare aveva visto una sola volta, a Ferrara, il giorno del suo Bar Mizwà. Nessuno di loro tornò più da Auschwitz e la sorte della piccola Olimpia, la cui nascita era stata accolta con tanta gioia in famiglia, tormenta ancor oggi il professor Finzi. Dopo varie peripezie i Finzi trovarono rifugio a Mondaino, un piccolo centro di montagna presso Rimini. Qui furono costretti a vivere in condizioni drammatiche: li ospitava un nascondiglio senza finestre, senza servizi igienici, senz’acqua. Ma subito Finzi aggiunge (p.147): Certo non sapevamo che in quegli stessi giorni a tanti parenti, amici e correligionari stava succedendo ben di peggio. Infatti le persecuzioni antiebraiche a Ferrara, come dappertutto, nel frattempo si erano intensificate. Soprattutto dopo l’uccisione del Segretario del partito fascista repubblichino di Ferrara, si aprì una caccia spietata a tutti gli antifascisti e gli ebrei. Anche a casa Finzi, dove era rimasta la moglie di uno zio non ebrea, per condurre avanti il negozio, una notte, narra Cesare, due carabinieri, accompagnati da un giovane ebreo, figlio di un colonnello, erano venuti a cercare papà e me. Più avanti spiega: ci sembrava strano che avessero avuto bisogno di Corrado De Benedetti (il giovane ebreo, appunto), per venire da noi. Recentemente è stato proprio lui, residente dal 1949 nel kibbutz di Ruchama, in Israele, a confermarmi l’episodio. I carabinieri erano passati da casa sua e l’avevano catturato (rimarrà in prigione fino a gennaio 1944), poi, sotto la minaccia delle armi, l’avevano obbligato ad accompagnarli a casa nostra, anche se sapevano benissimo dove abitavamo, solo per mandarlo avanti e farsi aprire più facilmente senza metterci in allarme. Si può immaginare il suo sollievo quando eravamo risultati tutti assenti.
Certo gli ebrei che allora si sono salvati hanno avuto bisogno dell’aiuto di cristiani. Ma purtroppo molti altri ebrei, che sono incappati nella spietata rete del razzismo nazi-fascista e sono periti nei Lager e nelle camere a gas, sono stati denunciati da altri "cristiani", spinti da odio antiebraico e da avidità per la ricompensa promessa ai delatori. Oggi non potremmo guardare in faccia gli ebrei se non ci fossero stati quelli che rischiarono la vita per salvare gli innocenti perseguitati dal disumano regime. Cesare Finzi tuttora non sa con sicurezza (può solo immaginarlo) chi procurò a lui e alla sua famiglia documenti falsi nella città di Gabicce, perché chi lo fece non solo non accettò ricompense di sorta, ma non volle neanche essere nominato. Senza il coraggio di quell’uomo – probabilmente il Segretario Comunale di Gabicce nel 1943 – e senza l’aiuto di altre persone che non avevano abdicato alla loro umanità, la famiglia Finzi sarebbe scomparsa su uno di quei treni della deportazione, come tanti altri ebrei, come la sua cuginetta Olimpia Carpi di anni tre, che non ha potuto crescere, il cui nome sopravvive solo in una targa che il Comune di Bolzano ha voluto dedicarle in un giardinetto per bambini.
Cesare Finzi invece, anche se segnato irrimediabilmente da quelle terribili esperienze, è sopravvissuto, ha potuto diventare medico, ha avuto figli e nipoti, le cui immagini ci sorridono dalle fotografie riprodotte nelle ultime pagine del libro. E soprattutto ha potuto scrivere questo libro, che è una delle testimonianze più complete della persecuzione antiebraica nazifascista in Italia: infatti vi è coinvolta tutta una comunità, tutta una folla di amici e conoscenti, tutta una città, si può dire. Il ritorno di molti deportati fu atteso inutilmente dopo la fine della guerra. Ma le loro voci, anche per merito di Cesare Moisè Finzi, non si sono spente nelle vie del ghetto di Ferrara. Camminando per quelle antiche strade, nelle ore più silenziose, fra quei muri e quegli acciottolati, sotto quelle volte medioevali annerite dal tempo, se ascoltiamo bene, possiamo ancora sentirne l’eco.
Giovanna Fuschini