Ricordi

In ricordo di Marcella Jarach Disegni


Riposa vicino alla sua mamma Lydia la nonna Marcella, quella mamma tanto amata che spesso aveva invocato nelle ultime settimane della sua lunga vita e che le aveva fatto anche un po’ da padre quando era bambina.

La nonna Marcella, nata a Roma nel 1909, era infatti rimasta orfana del proprio papà quando non aveva ancora sette anni: il papà Cesare Jarach era andato volontario nella prima guerra mondiale e appena il sesto giorno di guerra, il 3 novembre 1916, sul Carso, venne ferito mortalmente ad una gamba e non fece più ritorno.

La nonna ha conservato gelosamente le lettere che il suo papà aveva scritto dal fronte a sua madre, una testimonianza davvero drammatica di una vita valorosa spezzata ad appena 32 anni.

La vita della nonna Marcella è stata lunga quasi un secolo, vissuta serenamente, pur in mezzo alle avversità delle guerre, ma ricca di soddisfazioni. Una vita operosa, soprattutto dedicata alla famiglia, ma non solo.

Aveva studiato al Liceo Gioberti, vicino alla sua casa di via Verdi ad un passo dalla Mole Antonelliana, nel cui piccolo giardino da bambina andava a giocare con i fratelli Bruno e Dino.

Presa la licenza liceale, si era poi iscritta alla facoltà di Chimica, una tra le poche donne di allora e vi si era laureata nel 1932.

La passione per la chimica l’aveva fatta rimanere a lavorare all’Università e nel 1934 era diventata Assistente alla cattedra di Chimica presso il Politecnico di Torino, dove continuò la sua attività fino all’avvento delle leggi razziali, allorché fu costretta ad interrompere la sua carriera.

Durante le persecuzioni riuscì a salvarsi per miracolo almeno un paio di volte. Una mattina del dicembre 1943 i tedeschi erano saliti nell’appartamento dove abitava con sua mamma per arrestarle, ma in quel momento erano fuori casa e quando tornarono la custode intimò loro di scappare.

Un amico carissimo della famiglia, Valdo Fusi, procurò alla nonna e alla bisnonna i documenti falsi e così riuscirono a vivere in clandestinità sino alla Liberazione, vagando da un paese all’altro delle campagne per fermarsi poi a S.Raffaele. Qui riuscirono a salvarsi da una retata, solo perché la nonna conosceva il tedesco.

 

Dopo la guerra si era sposata con Egidio Disegni, uno dei figli del rabbino di Torino: da quel momento la nonna, che apparteneva ad una famiglia ebraica piemontese di antiche tradizioni, pur se non osservante, divenne lei stessa custode attenta e rigorosa di quella tradizione ebraica da trasmettere ai tre figli.

Parallelamente profuse il suo impegno all’interno della Comunità, insegnando per svariati anni alla scuola ebraica. Dapprima nel piccolo liceo nato durante le leggi razziali, poi subito dopo la guerra, nella scuola ricostituita, e infine a cavallo degli anni ’60-70, chiamatavi per sopperire alla difficile situazione economica che caratterizzava la Comunità di Torino: insegnò così gratuitamente matematica per quasi un decennio nelle tre classi della scuola media.

Quando interruppe l’insegnamento, fu chiamata a presiedere l’Adei-Wizo di Torino: lo fece con entusiasmo per nove anni, ma si può dire che vi si dedicò e frequentò l’istituzione tutta la sua vita, fino agli ultimi mesi.

Nella Comunità di Torino la sua era una presenza costante, alle conferenze, alle attività sociali, al Tempio, le cui funzioni ha frequentato sino a poche settimane or sono.

Ma l’impegno maggiore è stata la sua famiglia, cui si dedicò senza risparmio, impareggiabile modello di educatrice, come la definì il rabbino Dario Disegni nella dedica di uno dei suoi volumi di preghiere appena tradotti.

Ha affrontato tutte le cose della sua lunga vita con serenità, ma sempre con grande determinazione, doti non comuni, specie se unite insieme.

Se n’è andata come ha vissuto, con dignità e gentilezza, come qualcuno, nel ricordarla, ha scritto in questi giorni.

Che il suo ricordo sia in benedizione.

 

I nipoti.

Torino, 4 maggio 2006

7 Yiar 5766