Lettere
Cara Ha Keillah,
abbiamo appena rinnovato il nostro contributo annuo al giornale, confidando che anche in futuro continui il non facile impegno sostenuto da quando Giorgina Levi prese l’iniziativa di dare alla Comunità di Torino una voce coraggiosa.
Tradizionalmente iscritti alla Comunità ebraica di Mantova, abbiamo deciso recentemente di trasferirci a quella di Torino soprattutto per ragioni di salute, tali da non consentirci di mantenere regolari contatti con quella città; ma la decisione è stata sicuramente facilitata dalla presenza di tanti amici nella conduzione di questa Comunità, nonché della costante lettura di Ha Keillah, che ci ha avvicinato alla vita ebraica torinese. Il giornale ci ha portato infatti ad apprezzare l’apertura intellettuale e la difesa della laicità che ne hanno caratterizzato l’operato, non solo nei riguardi della vita italiana, ma proprio nel rapporto con l’ebraismo.
Non siamo ebrei religiosamente osservanti: entrambi sentiamo l’ebraismo come una grande corrente culturale da vivere nelle sue varie specificità, e proprio questo convincimento ci lega alla tradizione vissuta da almeno tre generazioni in questo spirito dalle nostre famiglie, nonostante le loro differenti origini e vicissitudini.Convincimento rafforzato in noi dalla comune, e diversa, emarginazione precocemente subita negli anni delle "leggi razziali". Forse proprio questa è la peculiarità dell’ebraismo italiano, che ha radici (e caratteristiche) tanto antiche da poter risalire a prima della distruzione del secondo Tempio.Senza entrare adesso in un argomento assai arduo, basti evocarlo per spiegare perché pensiamo che idee come quelle che nutriamo motivino la nostra sincera appartenenza al mondo ebraico.Vorrei sottolineare che i nostri due figli hanno liberamente deciso di seguire le nostre scelte.
Per queste ragioni lo scontro cui abbiamo assistito negli ultimi tempi non ci è sembrato affatto un "improprio referendum Rabbino sì/Rabbino no", come scrive sull’ultimo numero il Direttore Sorani. Dalla lettera di Tullio Levi, scritta per illustrare le ragioni delle sue dimissioni da Presidente, ci è parso di capire che taluni atteggiamenti del Rabbino avessero messo in discussione quelle che per noi sono le ragioni stesse dalla nostra adesione alla Comunità ebraica.Tale lettura è stata successivamente confermata dal dibattito organizzato in Comunità prima delle elezioni, e ha determinato la nostra scelta di voto.
In una società democratica le elezioni servono a rendere manifesti i sentimenti e i giudizi dei suoi membri: le tradizioni che ogni lista porta con sé sono sempre altamente rispettabili. Accade però che talvolta non appaiano vissute fino in fondo da chi le difende.Così, almeno, abbiamo creduto d’interpretare quella discussione, ed è verosimile che proprio questo abbia portato all’esito così compatto a favore di uno degli schieramenti, che il Direttore condanna. La sconfitta del Gruppo di Studi ebraici, che per tanti anni ha non solo governato la Comunità, ma ha impresso ad essa nobili caratteristiche culturali e politiche, è dovuta – crediamo – all’impressione data di non saper difendere con sufficiente coerenza le ragioni sostenute in passato.
Sarebbe grave se il dibattito che si è aperto fosse visto come un incidente di percorso o una parentesi deplorevole nella vita della Comunità.Se non vogliamo riprendere passivamente dalla vita politica italiana il linguaggio dello scontro, dalla riflessione su questi recenti accadimenti dovremo saper mantenere vivo un serio confronto, capace di creare nuovamente quella comunanza d’intenti che ha animato fino a poco tempo fa la vita delle Comunità e di Ha Keillah.
Con l’augurio di buon lavoro inviamo il nostro cordiale saluto.
Anna e Corrado Vivanti
Egregio Professor Vivanti,
anche a nome del comitato di redazione ringrazio Lei e la Sua Signora per la generosa offerta e per la lettera profonda, pacata, sincera che ci avete inviato. Riflette nobili sentimenti di apertura, di liberalità, di partecipazione democratica che tutti noi condividiamo. Così come facciamo nostra la Sua visione di un ebraismo umano, rivolto al mondo e non arroccato in se stesso: quegli aspetti che contraddistinguono appunto la tradizione italiana in cui anche noi ci riconosciamo.
Mi permetta però, e qui a titolo strettamente personale, qualche precisazione sul contenuto del mio commento alle elezioni comunitarie e qualche parola sulle Sue critiche. Quando parlavo di "referendum Rabbino sì/Rabbino no" non mi riferivo certo alle questioni di fondo che negli ultimi mesi hanno diviso così profondamente la Comunità: problemi questi che forse attingono a modi diversi di concepire l’ebraismo e l’aggregazione comunitaria, visti o come centri privilegiati di incontro e unione tra "correligionari" o come elementi di identificazione culturale, etica, esistenziale a livello individuale e di gruppo (personalmente è in questa seconda versione che mi ritrovo di più). No, mi riferivo solo a ciò che la qualità della propaganda e lo stesso svolgimento della contesa elettorale hanno fatto: svilire confronti su problemi così delicati e decisivi e sui loro altrettanto centrali risvolti pratici (quale comunità? Quale organizzazione? Quali possibili identità per i suoi iscritti? Tutte le possibili identità?) a semplice – e perciò ingiusto – pronunciamento su una persona, trasformata così in capro espiatorio di una situazione complessa. Come se un suo atteggiamento più permissivo e accomodante sulla questione delle conversioni potesse risolvere temi così ardui. Come se un Rabbino potesse cessare di fare il Rabbino e tralasciare l’applicazione (rigorosa, come si richiede a un uomo di legge) delle regole prescritte.
Inoltre, non mi è ben chiaro ciò a cui la Sua lettera fa riferimento quando rimanda a convinzioni non adeguatamente messe in pratica. Per quanto ci riguarda, il Gruppo di Studi Ebraici ha, da ormai molti anni, due principali luoghi di espressione: il Consiglio della Comunità e Ha Keillah. In Consiglio, credo che finché ha avuto la maggioranza, cioè dal 1981 fino al maggio scorso, il Gruppo abbia sempre portato il contributo propositivo e fattivo legato alla sua visione del mondo, della società, dell’ebraismo, senza venire meno ai suoi principi. Gli orizzonti culturali e le interpretazioni dei fatti che hanno guidato Ha Keillah mi sembrano anche essere sempre state convergenti, pur nel segno della massima apertura alle idee di tutti, con gli elementi caratterizzanti il Gruppo di Studi Ebraici. Quindi non capisco dov’è che si è mostrata scarsa coerenza o convinzione.
Condivido naturalmente appieno e faccio mio il Suo invito a continuare e mantenere vivo un serio confronto in Comunità: magari meno litigioso e più serio di quanto non sia stato finora.
Con sincera stima, invio a Lei e alla Sua Signora il mio più caloroso Shalom
David Sorani
Cari amici del Gruppo di Studi,
La lettura dei messaggi di commento al risultato elettorale, mi induce ancora a qualche riflessione, che mi auguro sia accolta come contributo anche a rasserenare gli animi. Come "non votante" avevo seguito la campagna elettorale sicuramente con maggior distacco rispetto a tutti voi, ma comunque mi ero composto un mio auspicato nuovo consiglio: i risultati mi hanno visto soddisfatto per 10/13; ma a questa che è stata la prima considerazione, è subito seguita la constatazione, che, al di là del travaglio che ha preceduto il voto, non si può negare il notevole rinnovamento conseguente al risultato.
Mi dispiace che questa mia valutazione non trovi riscontro nelle amare considerazioni, che alcuni di voi hanno fatto seguire al risultato elettorale. Mi soffermerei in particolare su tre elementi:
• Alla delusione di chi constata che "emeriti sconosciuti" hanno sostituito nel nuovo Consiglio persone di consolidata esperienza nella gestione della Comunità, vorrei contrapporre la convinzione che la "novità" può essere gestita, per diventare un formidabile strumento di attrazione e di aggregazione di quegli ebrei, che oggi sono lontani dalla Comunità, Comunità che "deve essere la casa ebraica di tutti coloro che ne fanno parte" (come afferma il vostro programma elettorale).
• L’asprezza del contrasto che ha preceduto le elezioni ha indubbiamente creato, nei singoli componenti del Gruppo, reazioni diverse, e conseguenti comportamenti meno omogenei: mi sembra naturale che in questa situazione si sia infranta "la disciplina di partito", e che alcuni spiriti più "puri" si sentano delusi, ma non sono capace di vedere dietro a tutto questo una regia occulta.
• I legami di amicizia, messi in discussione in questo momento di difficoltà, sono uno degli elementi che, secondo me, hanno consentito per decenni alla Comunità di Torino di avere una guida stabile, che ha saputo mantenere vivo il giornale Ha-keillah, e rappresentare per molti ebrei italiani un modello. Non si dovrebbe dimenticare che i legami di vera amicizia consentono di mantenere unite le persone anche quando gli eventi della vita possono indurre a opinioni diverse.
Per combattere i "Riccardo Pacifici", bisogna ritrovare la volontà di confrontarsi serenamente e di collaborare anche con chi esprime posizioni diverse.
E mi permetto di concludere con una modesta proposta: perché non estendere il circuito informativo del Gruppo via e-mail anche alle altre componenti? A me sembra uno strumento validissimo, per avere sempre qualche cosa da condividere; e in questo momento mi sembrerebbe anche una manifestazione di buona volontà, per ricucire gli strappi.
Shalom a tutti.
Paolo Foa
Milano, 27 maggio 2007
Gli articoli di Hakeillà relativi alle ultime vicende elettorali della nostra Comunità mi hanno fatto indignare per l’assoluta mancanza di autocritica nel GSE: non sempre ciò che di spiacevole ci accade è esclusivamente da imputare agli altri.
Una dozzina di anni fa io riponevo grandi speranze per il futuro della ns. Comunità quando pensavo che la sinergia fra il GSE, che esprimeva valori laici dell’ebraismo e il nuovo Rabbino che cercava di riportare la Comunità ad una ortodossia che si era molto diluita nel tempo, avrebbero prodotto grandi benefici.
Purtroppo le mie speranze sono andate deluse: il GSE ha lavorato molto, ma non ha saputo trasmettere l’ebraismo agli ebrei: paradossalmente ha trasmesso i valori dell’ebraismo ai non ebrei, visto il desiderio delle giovani coppie miste di allevare i figli secondo questi principi, fino al punto di chiederne la conversione. Poche purtroppo sono le giovani coppie ebraiche che si sono stabilite a Torino: molte hanno preferito scegliere di allevare i propri figli in Comunità, in Italia o all’estero, dove l’osservanza è più diffusa.
Il GSE è nato come gruppo aperto e innovatore e tanto ha dato alla vita comunitaria, ma poi si è inavvertitamente e inesorabilmente richiuso su se stesso diventando una gerontocrazia: nelle ultime tornate elettorali non è stato in grado di presentare candidati al di sotto dei 50 anni d’età.
Le nuove generazioni che, per un motivo o per l’altro, sono rimaste nell’ambito comunitario hanno formato due gruppi apparentemente non comunicanti fra loro. Uno è un gruppo di giovani osservanti, benemeriti per lo studio della Torà e per la funzionalità del Tempio, ma chiuso in se stesso e, forse a causa della giovane età, ancora non in grado di trasmettere ciò che sta acquisendo; l’altro ha invece sentito la necessità di creare Comunità Attiva. Con grande miopia, il GSE ha subito considerato quest’ ultima un avversario politico da combattere invece che un auspicabile futuro alleato e continuatore del proprio lavoro.
Quando finalmente qualcuno della vecchia guardia ha avuto il coraggio e la lungimiranza di cambiare questo atteggiamento è scoppiato il finimondo con accuse personali francamente fuori luogo. Se il GSE avesse avuto nel passato questo coraggio, forse non saremmo arrivati ad una spaccatura, ma a un graduale e proficuo evolversi della situazione.
Nessuno si è accorto, nemmeno io purtroppo, che si stava accumulando molta polvere sotto il tappeto, e quando il tappeto è stato sollevato la polvere accumulata ha annebbiato la vista a molti.
Il "casus belli" è stato il problema dei rapporti con il Rabbino. Si dice che una Comunità è viva se litiga con il proprio Rabbino: da questo punto di vista la Comunità di Torino ha avuto da cento anni a oggi, una vitalità sorprendente.
Un’ultima osservazione: ritengo sia dovere dei Rabbini incentivare la pratica delle mitzvoth "materiali" (kasherut, shabbath, presenza di un minian al Tempio,ecc.): esse appartengono soltanto a noi e senza di esse rischiamo di perdere la nostra identità. Ovviamente le mitzvoth "etiche"sono altrettanto importanti ma queste dovrebbero appartenere a tutto il genere umano (ebrei compresi).
Non trovo nulla di disdicevole se si moltiplicano i punti di vendita dei prodotti kasher (i prezzi si moltiplicano ahimè anche per i cibi taref!). Ricordo la piacevole sorpresa dei miei figli bambini quando trascorremmo una volta Pesah in Israele e vedemmo per la prima volta in vita nostra l’abbondante, per noi impensabile, scelta di cibi kasher le Pesah. Per non parlare di 40 anni fa, quando a Torino la carne kasher era rigorosamente riservata ad una decina di famiglie strettamente osservanti e si considerava uno spreco di risorse dare a tutti gli altri la possibilità di accedere ai cibi kasher.
Spero che la polvere cui accennavo prima si dissolva rapidamente e tutti possano rinsavire e realizzare insieme, "osservanti" e "laici" le mie antiche speranze .
Lia Levi Diena
Torino 25 maggio 2007
Cari redattori di Ha Keillah, volevo esprimere il mio vivo apprezzamento per la scelta di dedicare quasi interamente il numero di maggio al ricordo di Primo Levi. Primo Levi e la didattica della Shoà. L’ebreo Primo Levi. Primo Levi e la letteratura del XX secolo. Sono davvero tre bei temi, sui quali la stampa nazionale non mi sembra si sia soffermata. Basterebbe questo per augurare al vostro giornale lunga vita e un superamento in tempi brevi della crisi che la Comunita di Torino sta vivendo e che da tempo seguo sulle colonne del vostro giornale. Un caloroso Shalom.
Maria Fausta Adriani
(insegnante di materie letterarie presso la Scuola Media "Angelo Sacerdote" di Roma )
Egr. Dr. Sorani,
come ogni anno vi ho mandato il mio piccolo contributo, ritenendo doveroso sostenere le vostre riflessioni e dibattiti. Mi chiedo soltanto perché continui la censura "talebana" sulla presenza ormai consolidata dell’ebraismo riformato in Italia. Si discute tanto sulla crisi delle Comunità italiane: perché ignorare un movimento che recupera ebrei sull’orlo del distacco o nuovi ebrei attratti dalla nostra tradizione?
Con l’occasione prego trasmettere i miei saluti all’amico Guido Fubini, compagno al Massimo D’Azeglio un po’ di anni fa.
Cordiali saluti
Pier Paolo Ottolenghi