Storie di ebrei torinesi

 

L’idea, l’abbiamo scritto nell’ultimo numero, è quella di far parlare il maggior numero di ebrei torinesi, che hanno da raccontare storie di vita o esperienze, nel tentativo di creare un mosaico dell’attuale comunità ebraica torinese. Abbiamo inaugurato il numero scorso con il ricordo del loro 25 aprile di due ebrei, torinesi da lunghe generazioni, Ugo Sacerdote e Marisa Diena. Ma la particolarità di questa rubrica, così almeno vorremmo che fosse, è quella di spaziare su tematiche anche molto diverse tra loro, pur legate dal nesso imprescindibile dell’ebraismo e dei modi di appartenenza.

In questo numero vogliamo collegare una storia vissuta ad un tema molto attuale e dibattuto, l’integrazione degli stranieri e in particolare degli ebrei stranieri a Torino e nella nostra Comunità.

In una delle consuete ultime Derashot del Sabato durante la funzione al Tempio di Torino, rav Somekh ha dato il benvenuto a quattro ebrei che seguivano le preghiere quella mattina, uno era della Nuova Zelanda, uno di New York, il terzo israeliano, il quarto del Venezuela, ma seduti accanto a loro quella stessa mattina c’erano altri due ebrei che vivono a Torino e che provengono dal Nord Africa e dall’Albania. La circostanza era davvero curiosa.

Ma è altrettanto importante sapere che a Torino, nella nostra Comunità, vivono ebrei provenienti da molte parti del mondo, con storie interessanti e sovente drammatiche, alcune delle quali varrà la pena raccontare attraverso le nostre interviste. La Comunità di Torino non ha certo i numeri, quanto a provenienze straniere, di quella di Milano, dove le presenze di ebrei persiani, libanesi, siriani, egiziani sono notevolissime e segnano la vita di quella Comunità in modo paradigmatico, o di quella di Roma, dove gli ebrei libici rappresentano una com­po­nente numerica, e non solo, vastissima.

La Comunità di Torino – che anche in passato ha sempre contato al suo interno diverse presenze straniere – può anche oggi vantare iscritti provenienti o vissuti in Marocco o in Egitto, in Turchia o in Israele, in Persia o in Germania, in America o in Russia: etnie, culture e riti diversi convivono dunque anche qui e ne ascolteremo, ora e nei prossimi numeri, alcuni esempi.

È un’intervista all’ing. Nissim Gabbai, che da Smirne molti anni or sono ha raggiunto la nostra città per rimanervi, ad introdurre il tema. Identità e integrazione saranno i primi pensieri che le interviste susciteranno nei nostri lettori.

 


 

Nissim Gabbai

 

Mi riceve nel suo studio dietro corso Francia, di buon mattino. È un uomo indaffarato, l’ingegner Nissim Gabbai, e va molto fiero dei suoi “novantatrè anni compiuti il 28 di Febbraio”.

È assai garbato nel modo di fare, ma mai, neanche per un secondo, formale. Per nulla imbarazzato dall’inconsueta situazione, anzi, quasi divertito, mi accoglie amichevolmente, ben disposto a chiacchierare della sua vita e della sua famiglia con un perfetto sconosciuto. Quello imbarazzato semmai sono io:

– Buongiorno ingegnere, devo scrivere un articolo per Ha Keillah, avrei bisogno che mi raccontasse la sua vita…

Ma con piacere caro, accomodati.

(comincia a scartabellare tra le pile di fogli – lui dice “disordinate” – sulla scrivania e me ne porge uno; è l’albero genealogico della famiglia Gabbai, da lui minuziosamente ricostruito fino alla metà del XVII secolo)

Ho fatto una piccola ricerchina, mi è utile per stendere le mie memorie. Vedi, la mia famiglia è sefardita, ha vissuto a Livorno fino all’età napoleonica, quando ha cessato di essere un porto franco. Solo allora i miei bisnonni si sono trasferiti in Turchia, ma hanno sempre mantenuto la cittadinanza italiana. Io stesso sono nato, a Smirne, cittadino italiano. Così anche i miei fratelli, i quali ora sono tutti, con tanto di figli, nipoti e pronipoti, in Israele.

Nell’800 c’erano moltissimi ebrei nel tollerante impero ottomano. Salonicco, prima di diventare greca nel 1912, era quasi un piccolo stato ebraico con circa novantamila abitanti. Solo a Smirne eravamo trentamila ebrei; una comunità molto chiusa ed isolata, non avevamo quasi nessun contatto con la popolazione musulmana, certo non matrimoni misti. Non esisteva la questione dell’assimilazione: stavamo solo tra di noi, parlavamo il giudaico-spagnolo e seguivamo le nostre tradizioni.

– Ma era una sorta di ghettizzazione?

Se vuoi puoi chiamarla così, ma non aveva tratti violenti o discriminatori. Andava bene sia a noi che a loro: noi godevamo di una libertà che altrove era impensabile, e per loro i nostri fruttuosi commerci erano un propulsore economico irrinunciabile.

– Si trattava quindi di una comunità molto religiosa e tradizionalista?

– No. Molto ebraica, molto compatta, anche esclusiva, ma non troppo osservante.

– Col crollo dell’Impero è cambiato qualcosa per voi?

– Moltissimo. La Rivoluzione kemalista è stata certamente positiva per il popolo turco, l’ha trainato verso la laicità e la modernità.

Il Padre della Patria, Atatürk, ha davvero creato uno stato moderno, anticipando non poco i grandi Imperi Centrali. Questo processo ovviamente fu gravido di conseguenze anche per la forte minoranza ebraica; per esempio ci venne imposto di parlare il turco. Dovevamo a tutti gli effetti integrarci nella nuova società civile e questo, insieme ai grandi cambiamenti del ‘900, ha portato allo sfaldamento della comunità ebraica o comunque, in uno stato non più islamico, alla progressiva attenuazione della netta demarcazione identitaria.

– È a questo punto che lei è venuto in Italia?

Poco dopo, nel 1934. Diciottenne, terminato il liceo a Istanbul, ottenni una borsa di studio per andare a studiare ingegneria a Roma

– Prese i contatti con la comunità ebraica romana?

Veramente no. Avevo degli amici e dei compagni non ebrei, avevo molto da studiare.

– In Italia nel frattempo cresceva il potere di Mussolini e insieme la discriminazione e l’emarginazione. Fece in tempo a laurearsi?

– Appena in tempo. Le leggi razziali promulgate nell’autunno del ’38 prevedevano la possibilità per gli studenti ebrei dell’ultimo anno di terminare l’università. Io, che non ero fuori corso, potei discutere la mia tesi nella sessione estiva del ’39, il 17 luglio: mi laureai con 110, senza lode perché ero ebreo.

– E poi?

– E poi cominciarono i problemi. La mia religione mi impediva di trovare lavoro quando agli altri ingegneri ne offrivano ad ogni angolo. Non potevo ricongiungermi con la mia famiglia perché, in quanto italiano, non ottenni il visto per rientrare in Turchia - non potei metterci piede fino al 1950.

Finalmente, nel novembre del ’40, mi chiamarono a lavorare alla Magnadine, un’industria radiofonica di Torino. Il direttore, il signor De Quarti, era un illuminato: non gl’interessava la mia carta d’identità, ero qualificato e mi volle a lavorare nella sua ditta. Vi sono rimasto tutta la vita, nel ’64 sono diventato direttore generale. Ho fatto poi iscrivere De Quarti nel Libro dei Giusti.

– E durante la guerra?

– Nell’ottobre del ’42 fui costretto ai lavori forzati dal comune di Torino. Lì conobbi Bruno Jarach, tuo prozio. Siamo poi sempre stati grandi amici. Finii in galera, alle Nuove carceri, e poi in un campo di lavoro a Bolzano, da cui spesso si partiva per Auschwitz. Mi salvai grazie ad un’appendicite, e venni liberato il 28 aprile del ’45, mentre veniva catturato e ucciso Mussolini.

Nel ’46 mi ha sposato tuo bisnonno, il rabbino Disegni. Da allora sono sempre rimasto qui fino ad oggi.

– E ora ha deciso di scrivere le sue memorie.

Sì. Ma ti confesso che lo faccio più per me che per gli altri. Bisogna pur tenere occupata la mente, sennò si atrofizza…

a cura di Manuel Disegni