Storia

 

Il bimbo di Varsavia

 di Lucio Pardo

 

1. Il bambino, un simbolo

 

Il libro il bimbo di Varsavia. Storia di una fotografia pubblicato ora da Laterza riassume e discute il percorso mediatico della foto del bimbo con le mani alzate, forse la più nota della Shoà.

Ne ricava, fra l’altro, queste osservazioni: - questa foto è “colpevole”, perché scattata per glorificare Joseph Blösche il capo unità delle SS e della Gestapo e l’assassino, forse anche materiale, dei rastrellati. Lui, unico in posa, guarda l’obbiettivo, e par che dica “Generale Stroop, son bravo?” Certo che sì - gli diranno i superiori - dandogli anche una medaglia al valore. Il bimbo invece isolato, sperduto, con gli occhi bassi, avanti a sé ha solo il nulla. Simbolo perfetto di sconfinate moltitudini di bimbi ebrei, rom, russi, slavi, polacchi... scientificamente massacrati.

- La solitudine disperata del bambino, gridata da milioni d’immagini ha un forte impatto emotivo sui lettori, diventa icona della Shoà, ma cancella anche tutti gli altri presenti nel cortile, toglie i riferimenti, decontestualizza l’immagine, non racconta più, - dice lui - banalizza. Ma la Shoà si può raccontare?

 

L’insostenibile peso della Shoà. La ricerca di una luce nelle tenebre

Il gioioso sterminio fine a sé stesso di popoli interi, di donne e bambini per primi, la perfezione di una catena di montaggio che degrada, distrugge, uccide, e di un’altra che trasforma uomini in automi omicidi o complici, è insopportabile.

La truce foto n. 4, “didattica” del “bravo” Einsatzkommando che con una pallottola sola elimina ben due ebrei non può diventare un’icona. È orribile.

Tutta la realtà della Shoà è indicibile, inascoltabile, improponibile.

La si trasforma in favola (in film: Train de vie, La vita è bella, il Bugiardo…) o si racconta di salvataggi eccezionali: Schindler List, Il Pianista, Rosenstrasse, Elie Wiesel ne La Notte,… ove alcuni si salvano e i sommersi si vedono meno.

In altri casi singoli ci sono ebrei, cittadini di paesi in guerra con la Germania, tenuti vivi come possibile merce di scambio. Per esempio, i deportati da Bologna, sono 127. Di loro 22 sono i membri di due famiglie ebree di Gibilterra catturate in Libia, vicino Bengasi. Questi hanno tutti il passaporto britannico, e si salvano tutti. Degli altri 105 ne ritorna uno solo. Può essere successo così anche a Varsavia. Il 13 luglio 1943, due mesi dopo l’annientamento del Ghetto e dei suoi abitanti, altri ebrei rastrellati dall’Hotel Polski sono catturati e caricati su camion. In stazione gli ebrei cittadini inglesi, separati dagli ebrei polacchi, sono spediti nel lontano campo di prigionia di Bergen Belsen. Fra loro Tsvi Nussbaum nato in Palestina nel 1936. La rivolta araba ha respinto in Polonia lui ed i suoi, uccisi poco dopo dai tedeschi. Lo adotta lo zio. Da Varsavia li portano a Bergen Belsen e si salvano. Li ritroviamo poi negli USA. Gli altri sono spediti ad Auschwitz. Treblinka non funziona più.

Nel 1982 Tsvi narra la sua storia. Son io - dice - il bimbo della foto. Una foto di due mesi dopo la fine del Ghetto? È vero che la foto è successiva alla fine del Ghetto - insiste - Ma Jürgen Stroop resta a Varsavia altri tre mesi. Forse l’ha aggiunta poi. Ma davvero? - si obbietta - ed il rapporto lo spedisce due mesi dopo? E se la foto è dell’Hotel Polski perché la gente, in estate è vestita con cappotti, ed è in strada e non nel cortile? E l’ingresso sarebbe quell’uscio anonimo? E nella foto lo zio dov’è?

 

La foto diviene famosa. Si identificano vittime ed il capo SS

Dopo la cattura di Eichmann (1960) il processo e la condanna a lui ed al nazismo, nel mondo ebraico inizia l’elaborazione del lutto per la Shoà. Si inizia a colmare il fosso fra Diaspora (vittima) ed Israele (invitto) che accetta l’eredità storica della Shoà.

  . 2. Un sopravvissuto di Varsavia

 

Questa foto assume nuovo valore, nel tempo diventa una delle più famose e significative della tragedia. Quattro vittime, ed il Capo SS sono identificati. Per il bambino si registrano quattro possibili identità descritte nel sito. ‘Ein berühmtes Holocaust - Foto Letztes Update 6. Juli 2006” da cui viene pure la foto che segue:

 

3. 3. Alcune persone identificate nella foto: vittime e carnefice

 

Alcune persone identificate nella foto: vittime e carnefice

- Joseph Blösche si presenta: sono io il Capo SS/Gestapo con il mitra. Aggiunge: Tutti gli ebrei sono andati alle camere a gas. Ricordo anche fucilazioni dentro al Ghetto

- Hanka Lamet, e madre Matilda sono identificate da Ester Grosbard Lamet (Miami) zia di Hanka

- Leo Kartuzinsky è identificato dalla sorella Hana Ichengrin (Yad va shem)

- Golda Stavarowski è identificata dalla nipote Golda Shulkes (Victoria/Australia)

Le Vittime. I parenti hanno fornito identificazioni credibili di quattro vittime.

 Le loro immagini sono sovrascritte e commentate in didascalia. La bimba Hanka Lamet alza una mano e ci guarda con occhi sgranati. La sua Mamma Matilda, mani in alto, guarda altrove. Leo Kartuzinsky, parla alla donna davanti girata verso lui. In fondo Golda Stavarowski esce dal portone di casa e guarda preoccupata Blösche, che punta il mitra sul bimbo.

Il bimbo. Lui è il centro. Piccino solo, smarrito, presago, con la morte in faccia. Chi è?

Ci son varie ipotesi. Una degli anni ’50 è confermata da due dichiarazioni firmate, di Jadwiga Piesecka in Varsavia il 24 gennaio 1977, di Henryk Piasecki suo marito in Parigi il 28 Dicembre 1978. Il bimbo è Artur Siemiatek, nipote di Josef Dab fratello di Jadwiga. È nato nel 1935 a Lowicz, è figlio Leon Siemiatek e Sara Dab.

La riprende ed accredita come vera il poeta polacco Marek Rymkiewcz, nel suo Umschlagplatz (Biblioteka “Kultury”, Paryz 1988,). Edito poi in francese, tedesco, inglese e di nuovo polacco, nel 1992, dopo la caduta del muro di Berlino.

Dal 1977 il prof. Robert Faurisson e seguaci scrivono che la Shoà è tutt’un falso. Camere a gas, Diario di Anna Frank, morte del bimbo a Varsavia, tutto falso. Il bimbo è vivo. Poi, nel 1978, un uomo telefona al Jewish Chronicle di Londra. Sono io - dice - il bimbo della foto, sopravvissuto. Voglio restare anonimo. Quel bambino - gli chiedono - portava i calzettoni? (nella foto di allora le gambe non si vedono). No, certo! - Sì, invece - rispondono e lui non si fa più sentire.

Nel 1982 esce la foto di Tsvi Nussbaum con il suo commento diffuso nel mondo.

Sul N.Y. Times esperti forensi universitari (K.R. Burns, Georgia), ed in analisi di foto, confrontano la foto famosa, con una foto tessera di Tsvi Nussbaum del 1945. Differenze palesi: aperte le orecchie della vittima, schiacciate sul cranio quelle di Tsvi. Lui tace, ma i negazionisti lo riciclano periodicamente, ora anche in Brasile.

Infine nel 1999, Avrahim Zelinwarger, di Haifa, contatta la Casa dei combattenti del Ghetto. Riconosce i luoghi. Sostiene che il bimbo era suo figlio Levi Zelinwarger scomparso nel Lager, e non Artur Siemiatek. Molti particolari sono credibili.

Un carnefice. Solo un uomo nella foto è identificato senza ombra di dubbio: quello che punta il mitra sul bambino, Joseph Blösche capo unità SS /Gestapo. È lui stesso, durante l’istruttoria del processo contro di lui per crimini di guerra, che si presenta e firma la certificazione d’identità.

 

Son tutti morti. Parla lo specialista di Baranovitch (Minsk)

Il capo delle SS: Joseph Blösche è nato nel 1912 a Friedland nei Sudeti. Entrato nelle SS, fa carriera. In Polonia controlla il confine ucraino sul fiume Bug. Poi va negli Einsatz Gruppen (assassini di pronto intervento). Seguono le armate Nord di Von Leeb in Bielorussia, altri seguono le armate del Centro, altri quelle del Sud (Ucraina). Questi ultimi sono ritratti in azione nella foto n. 4. Blösche invece massacra in Baranovitch.

Poi il fronte Nord si ferma a Murmansk e Leningrado. Blösche è trasferito nel Ghetto di Varsavia. Eccolo di nuovo impegnato in cacce all’uomo, in uccisioni indiscriminate… Lo chiamano Frankenstein. Poi la rivolta del Ghetto.. Con slancio la soffocano nel sangue .. È con Stroop in prima fila…. Decorato come lui.... nel 1944 collabora alla distruzione di Varsavia. Dopo lunga latitanza nel 1967 è catturato nella DDR.

Ad Ivangorod in Ucraina uno dei primi massacri di ebrei degli Einsatz Gruppen. Una madre con il figlio in braccio sta per essere assassinata e precipitare nella fossa con il figlio in braccio. Il carnefice si fa fotografare e manda a casa la foto. Questa, foto è intercettata dalla Resistenza polacca di Varsavia. L’immagine dell’infame delitto è incontestabile, ma è anche insopportabile, non può diventare icona

Blösche In carcere a Berlino dichiara: ...Ho esaminato la foto della persona in uniforme delle SS, con un mitra in mano... davanti ad un gruppo di SS, con un elmetto d’acciaio con occhiali da motociclista. Quello sono io (das bin ich). La foto mostra che io, membro della Gestapo del Ghetto di Varsavia, insieme ad altre SS, sto spingendo fuori da una casa un gran numero di ebrei … soprattutto bambini, donne e anziani … con le braccia alzate. Portati poi alla cosiddetta piazza del trasbordo (Umschlagplatz)... gli ebrei sono stati inviati al campo di annientamento di Treblinka. Firmato Josef Blösche.

Josef Blösche ha reso anche un’altra deposizione. “Ricordo anche una fucilazione di ebrei abitanti nel Ghetto di Varsavia svoltasi in un momento in cui non c’erano i trasporti per il campo di sterminio di Treblinka. Nell’ufficio SD del ghetto Brandt ha dato ad ognuno di noi una piccola scatola di munizioni per pistola….. ci ha portato in mezzo al ghetto. Non ricordo l’ora, ma so che avvenne in un cortile a cui siamo giunti attraverso un ingresso dalla strada. … Durante la fucilazione, ci è passato davanti un camion guidato da residenti ebrei. In quel momento io mi trovavo all’ingresso del cortile. Non posso dire ora con precisione quanti uomini della Gestapo erano lì, possono essere stati da 15 a 25 “ Firmato Giuseppe Blösche, Berlino, 25 aprile 1967.

4. Una foto didattica: un colpo solo per uccidere due vittime

 

Josef Blösche detenuto in Berlino, processato in Erfurt, nel 1969 (aprile), giudicato colpevole di crimini di guerra e di aver partecipato il 19 aprile 1943 alla fucilazione di più di 1000 ebrei nella corte di un complesso edilizio, è stato condannato a morte.

È stato giustiziato a Lipsia Il 29 luglio 1969.

Jürgen Stroop, ha ricevuto il 18 giugno 1943 la croce di ferro di 1° classe, per aver annientato il Ghetto di Varsavia, come scritto nel suo famoso rapporto. Lo ha distrutto con il fuoco senza risparmiare nessuno, e se ne è vantato con Kasimierz Moczarski, suo compagno di cella per un anno, che ne ha scritto nel libro Conversazioni con il boia, Bollati Boringhieri, Torino 2008.

È stato condannato a morte il 18 luglio 1951 dal tribunale di Varsavia. È stato impiccato il 6 marzo 1952 nel Ghetto

Purtroppo quindi il bimbo della foto di Varsavia non è sopravvissuto, parola di boia Jürgen Stroop, e parola di assassino Josef Blösche.

Lucio Pardo

    

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