Lettere

 

Lettera aperta di un ebreo ignorante
(adesso un po’ meno)

 

In quanto ebreo ignorante, profondamente ignorante ma profondamente ebreo (non vorrei imbarcarmi sul tema di che cosa voglia dire essere ebreo, al massimo provo a sintetizzarlo con tre parole: domande, dubbio e critica).

Superato e non affrontato l’argomento, ero comunque certo di vivere l’ebraismo come libertà, tolleranza e umanità. Mi sono accorto alla tenera età di 71 anni di essermi tanto, ma tanto sbagliato.

Sono iscritto dalla nascita come mio padre, mia madre, i nonni e penso i nonni dei nonni, alla comunità ebraica di Torino ma, per motivi di lavoro, dagli anni ’70 mi sono trasferito a Roma dove vivono mia moglie e mio figlio Ruben. Grazie a lui, studiando con lui a Roma, ho avuto modo di avvicinarmi maggiormente alla religione, meglio alle sue “regole” ed in particolare agli uomini preposti ad “insegnarle”. Chi? I rabbini che, se non erro, sono maestri. Un maestro oltre alle “regole” dovrebbe trasmettere umanità e tolleranza, appunto. Al contrario ho avuto modo di conoscere freddi burocrati, dove il rapporto psicologico non è esistito, non parliamo di concetti filosofici: importante era sapere se al sabato si possono uccidere i pidocchi e non le pulci o viceversa; adesso questa regola già l’ho dimenticata, forse proprio perché per me l’ebraismo era altro (escludo dal giudizio la comprensione di rav Riccardo Di Segni che ahimè non è servita a nulla).

Va bene, cioè,va male, ma che cosa ci vuoi raccontare?

Voglio raccontare, in breve, il lungo percorso compiuto da mio figlio Ruben (16 anni, milà d’ordinanza) per essere accettato dalla comunità ebraica romana cioè compiere il Ghiyur. Percorso e studio iniziato all’età di sei anni al Pitigliani di Roma, proseguito a via Fonteiana, via Veronesi quindi alle scuole ebraiche di Lungotevere, seguito privatamente per più di un anno da un rabbino.

Ma per quale motivo non è ebreo dalla nascita? Ma perché la madre è cattolica. Non importa che si sia comportata come una perfetta madre ebrea, cibo kasher e tutto quanto concerne la giornata di un ebreo normalmente osservante ma non ortodosso. Per farla breve e non tediare oltre sul caso personale, che sarebbe davvero lungo raccontare, essendo costellato di speranze e delusioni, di rinvii, di continui esami sostenuti da Ruben su festività, Kasherut, sabato ecc. ecc. ecc. (sei esami in totale). Per approdare a un nulla di fatto; tutti incuranti degli effetti psicologici su di un giovane che continua a bussare a una porta senza che gli sia aperta. Avete presente il Castello di Kafka? Del disperato che si macera seduto davanti al portone fino a creparne. Uguale.

Guarda caso Kafka. Se non altro, il grande scrittore ha avuto la fortuna di non vivere questa illuminante esperienza. In ogni caso la comunità ebraica ha avuto l’ottimo risultato di non accettare un giovane ebreo ma di perderne due in un colpo solo. Ah! Che stupido, importante è la qualità non la quantità.

Siamo ancora seduti davanti al portone del Castello, mentalmente un po’ dimagriti ma per non deperire troppo con il più che maturo Ruben abbiamo deciso di sgranchirci un po’ le gambe. Alzarci e andare a respirare aria pura. Per inciso, Ruben si professa e dichiara ebreo, io da parte mia lo sono molto meno, se l’ebraismo è quello che mi hanno fatto respirare durante questa traumatica esperienza mi rifiuto di esserlo. Tanto che mi chiedo per quale motivo dovrei essere iscritto ad una comunità che a Pesach, durante il seder, tiene l’uscio aperto, pronta a fare sedere a tavola chi ha “fame”, al contrario per il resto dell’anno tiene la porta chiusa con potenti chiavistelli per non fare entrare chi ha fame di essere ebreo.

Ah! È vero, con i tempi che corrono, non sai mai chi ti può entrare in casa.

Roberto Gandus

      (collage di David Terracini)


Riflessioni su una recensione

 

La recensione di Emilio Jona sull’ultima fatica di Stefano Levi Della Torre mi ha stimolato una serie di riflessioni. Prima fra tutte, il suo giudizio su Giobbe, che mi trova sfortunatamente dissenziente.

Giobbe non è “il giusto che soffre”, ma semmai “colui che si ritiene un giusto male ripagato da Dio”, colui che fa di quello che ritiene sia la sua fede una specie di tributo – pagato – per il quale meriterebbe una ricompensa. Certo, resta aperto il problema del perché, in genere, si soffre nella nostra vita; e lo afferma lo stesso Giobbe (5,7). Non esiste una risposta assolutamente soddisfacente a questa domanda angosciante, ma la Storia ci insegna che, almeno nelle società schiavistiche, alcuni passi nella direzione di una vita godibile sono stati compiuti, almeno per le classi privilegiate, ma a scapito delle sofferenze delle classi subalterne.

Una seconda osservazione.

Si confondono spesso i termini di “fede” e “religione”, quasi fossero sinonimi. Ma non è così e questo genera deduzioni opinabili. Fede è un insieme di giudizi non dimostrabili razionalmente ma trasmessi da una Autorità trascendente, attraverso i suoi sacerdoti terreni. Religione è una struttura sociale storicamente determinata, cui vengono attribuiti certi poteri materiali ed educativi. Questi ultimi servono a generare consenso per il potere stesso.

L’Ebraismo, in questo quadro, ha un collocamento particolare, perché è fondato su un Libro, che possiede due caratteristiche: la prima riguarda la sua composizione, dalla quale sono stati esclusi molti testi, giudicati “non ispirati” o fuorvianti, perché in contraddizione con i testi fondamentali accettati. I Maestri (Chazal) li hanno prima scelti e poi vi si sono ispirati. Nessuna contraddizione: quello che conta è che siano coerenti fra loro.

Questo significa che per prima cosa devono essere capiti; cosa non facile, e ciò porta alla seconda caratteristica del Libro: non è facile, anche per motivi inerenti alla lingua ebraica e ai suoi stilemi, che in parte nel tempo si sono trasformati.

Capire il libro significa conoscerlo e possederlo. Questo è difficile, ma non impossibile. Tutta la letteratura midrashico-talmudica è un contributo in questa direzione. Ma anche un invito a ciascun ebreo a compiere uno sforzo personale; al Maestro si chiede non tanto “in che cosa devo credere?”, domanda logicamente assurda, ma “come cimentarmi?” E qui risiede la laicità dell’ebreo.

Terza osservazione, relativa alla dualità.

Il famoso, interessantissimo passo del Salmo 62,12 (Due[parole] ha detto Dio, due[cose] ne ho compreso) va letto tenendo conto della polisemia di alcuni termini ebraici. La radice “shin-mem-‘ayin” significa certamente “udire”, col senso dell’udito, ma anche di “comprendere”, come si può derivare da II Re, 18,26 (parla alle nostre orecchie in aramaico perché noi lo comprendiamo); e allora, il verso del Salmo direbbe “una parola ha detto Dio, due ne ho comprese”: udire o comprendere?

Ma la duplicità delle tavole della legge non ha nulla a che fare con la polisemia. Ad esempio, “rispettare il Sabato” (4° della prima tavola) e “non fare falsa testimonianza” (9° della seconda tavola) non sono due interpretazioni dello stesso Comandamento. Questa duplicità può avere una spiegazione banale, di utilizzare due tavole per dieci disposizioni e non di suggerire due significati complementari o analoghi.

Molto più importante è semmai il problema del bene e del male, per il quale non è necessario ispirarsi a Jonas. È vero che in Deuteronomio 30, 15 si pone il bene nella vita e il male nella morte, ma è anche vero che in Isaia 45, 7 Dio proclama di se stesso che “mette in atto l’integrità e crea il male”. Ma a questo proposito è importante rilevare che dei due alberi piantati da Dio nell’Eden uno sia l’albero della conoscenza del bene e del male (dunque, una conoscenza bipolare), l’altro è invece l’albero della sola “vita” e non della morte (secondo il mio modesto parere, perché il processo della morte è compreso nel processo della vita).

Sul problema della valutazione del male (yetzer ha-ra’) la letteratura ebraica postbiblica ha parlato molto, e non certo negli stessi termini del Cristianesimo.

Conclusione. Non c’è dubbio che il Cristianesimo sia nato in seno all’Ebraismo e vi sia in parte rimasto per un certo tempo, anche se è difficilissimo dire fino a quando. Resta il fatto che nel corso della Storia, molto precocemente, il Cristianesimo è entrato a far parte di strutture di potere, ponendo la sua sede a Roma, già capitale dell’Impero pagano e di coloro che avevano crocefisso Gesù, e non invece a Gerusalemme, dove aveva avuto luogo la Passione; agli ebrei è rimasto per secoli il compito di far la parte della specifica minoranza, discriminata e perseguitata. Siamo felici dell’attuale tendenza che pare esistere nella Chiesa cattolica di rivedere l’antigiudaismo e di aprire una promettente stagione di dialogo, ma questo non può significare la fusione.

Dialogare implica due tempi: il primo è quello di conoscere la controparte per quella che è e non per quello che “si dice” che sia; il secondo richiede il confronto su problemi concreti, anche politici.

È una strada lunga, non sempre facile; noi dobbiamo essere pronti a percorrerla.

 Amos Luzzatto


 

Con tutta la considerazione per la superiore competenza di Amos Luzzatto, mio maestro, dissento da quanto scrive. Vi trovo delle inflessioni “ortodosse” che mi sembrano contraddire quanto ho imparato da lui. In primo luogo, quando imputa a Giobbe la pretesa di venir premiato per la sua virtù, Amos mi sembra sorprendentemente attribuire a Giobbe la stessa logica “retributiva” dei suoi interlocutori: chi è giusto ha diritto a un premio, e se invece si è colpiti da sventura, ciò vuol dire che si è puniti per un proprio torto. Ma Giobbe è colpito sì, ma non per punizione. Il “torto” di Giobbe, se c’è, non è quello di rivendicare un premio, come dice Amos, ma è piuttosto la pretesa di sondare e comprendere il mistero di Dio per capire le ragioni della propria sventura. La cui arbitrarietà è detta nella scommessa tra Dio e il Satàn narrata all’inizio del Testo. Al pari degli interlocutori di Giobbe, Amos mi sembra giustificare Dio secondo la teodicea più tradizionale. Ma se Giobbe ha torto e, come sembra dire Amos, Dio ha qualche ragione per punirlo, il carattere drammatico del testo svanisce e con esso il suo affacciarsi sulle dimensioni insondabili dei destini umani e della trascendenza divina. E dunque la domanda che il Testo pone si ridurrebbe a una risposta canonizzata. Quanto a fede e religione, è vero che c’è differenza, ma Amos la cancella proprio quando dice che, nella fede, il messaggio inteso come trascendente è colto “attraverso i suoi sacerdoti  terreni”.   E  allora,  che  differenza  rimane  tra  fede  e

 

Il corvo e la colomba (Stefano Levi Della Torre)

religione se entrambe si riferiscono alla mediazione sacerdotale, cioè all’autorità e dunque al potere politico-ideologico dei  sacerdoti? In terzo luogo, Amos afferma che per l’inserimento dei testi nel canone biblico “quello che conta è che siano coerenti tra loro”. In verità, lo splendore della Torà a me sembra stia in una incoerenza “orizzontale” tra i testi che pone appunto il problema di trovarne una coerenza in altre dimensioni e su diversi strati, da cui l’effetto “stereoscopico”, a più piani trasparenti, del loro insieme spiazzante, effetto di cui si nutre il commento e il midrash con le loro rivelazioni sorprendenti. È una coerenza non data, ma presunta, che induce una ricerca, una reinterpretazione senza fine, come Amos mi ha insegnato. Se la coerenza fosse evidente, e data, saremmo al catechismo, alle risposte univoche e chiuse, al senso concluso. Che poi le dottrine cerchino talvolta di appiattire le incoerenze, ciò fa parte delle debolezza umane, di una viltà perbenistica e pretesca, come quando si cerca di giustificare il Cantico di Cantici, testo eminentemente erotico e anche carnale tra femmina e maschio (comincia mirabilmente con una voce di donna che dice “baciami!”), come un canto di amore tutto spirituale tra Dio e Israele... Amos afferma poi che, nell’ebraismo, la domanda iniziale non è “in che cosa devo credere” ma “in che cosa devo cimentarmi”.Ma appunto sul “credere” ho avuto un confronto pubblico con un amico rabbino, che sosteneva che il presupposto è credere che la Torà scenda dal Cielo in terra, mentre io rispondevo che caso mai essa rappresenta il tentativo umano di salire dalla terra al cielo. Questione di vettori inversi. (Questo dei “vettori” è una mia maniera per capire la differenza tra pensieri che manipolano gli stessi elementi). Che infine le “Dieci parole” siano ciascuna per sé, e non abbiano relazioni reciproche e reciproche corrispondenze, mi sembra contraddire commenti e tradizioni che cercano di coglierne il carattere unitario e organico, visto che Dio ha detto “una Parola”, che a noi giunge rifratta e multipla senza che ciò ci esima dal cercare di risalire alla dimensione di una sua trascendente coerenza.

Stefano Levi Della Torre


Venite in Israele

Un caro shalom a tutta la redazione di Ha Keillah.

Con riferimento all’articolo di Bruna Laudi, “Gente in Treno”, colgo l’occasione per proporre una cura contro lo scoraggiamento e la delusione che Bruna ha provato, prima di tutto verso se stessa, ma non meno, suppongo, verso quella “gente” che pensava sapesse e capisse grazie all’efficacia informativa dei vari media.

La cura è decidere ed accettare che non è possibile educare e cambiare gente adulta e farla diventare razionale.

Ma per un successo pieno e rinfrancante, direi pure rigenerante, la cura è uscire dal mezzo di “quella” gente e ritornare a casa in Israel.

 

Qui in Israel, dove vivo con la mia famiglia da trentasei anni, certamente non mancano occasioni di scoraggiamento e delusione ma sono legate esclusivamente a noi, come individui, allo stato e alle istituzioni pubbliche che ancora una volta sono noi, di casa. Dove non esiste più il bisogno che l’altra “gente”, in treno o dovunque sia, riesca a darci quella comprensione senza la quale non riusciamo a sentirci bene ed accettati. Qui in Israel noi accettiamo noi stessi.

Con i miei più cordiali saluti,

Rafael Rossi
nadurafi@zahav.net.il
nadurafi@gmail.com

Rehovot, Israel


Caro Rafael,

scusa se ho tardato a rispondere alla tua lettera relativa al mio articolo “Gente in treno”, ma si sono sovrapposti parecchi avvenimenti, tra cui la morte di mia madre (97 anni), prevista ma comunque inaspettata, come tutte le morti.

Sinceramente non so cosa rispondere alle tue affermazioni: abbiamo fatto scelte di vita diverse con le conseguenze che esse comportano. Tu hai scelto di abitare in un paese circondato da nemici e condannato ad uno stato di guerra perenne ma con la certezza di non dover sempre spiegare agli altri chi sei, io abito in un paese nel complesso pacifico ma appartengo ad una minoranza non sempre accettata, dove i pregiudizi sono duri a morire.

Penso che ad entrambi la vita abbia riservato gioie, aspettative, delusioni e dolori. È comunque bello poterseli raccontare, per condividerli con altri che abbiano esperienze analoghe o completamente diverse.

Con amicizia

Bruna


Dimissioni

 

Al Direttore di Ha Keillah

Avendo rassegnato le dimissioni da membro del Gruppo di Studi Ebraici per talune scelte e posizioni che non condivido relativamente alle vicende della Comunità di Torino, con rammarico ritengo opportuno rassegnare le dimissioni da membro della redazione di Ha Keillah, organo del Gruppo di Studi Ebraici, ancorché formalmente indipendente.

Ho detto “con rammarico”, perché i membri della redazione attuale e quelli di precedenti comitati di redazione dei quali ho fatto parte ben conoscono il mio attaccamento alla Rivista, si può dire dalla sua nascita e comunque sin dai tempi della Direzione di Giorgina Arian Levi, nonché i molti interventi e articoli che in oltre trent’anni sono lieto di aver scritto e contribuito a far pubblicare.

Purtroppo le posizioni da ultimo assunte dal GSE sulla vita comunitaria torinese hanno influito sulla decisione di uscire dal Gruppo, sebbene HK sino ad oggi non sia intervenuta nelle polemiche sempre più laceranti che dividono la nostra Comunità e nelle quali mi auguro continuerà a non voler entrare.

Con il più cordiale Shalom

Giulio Disegni


Prendiamo atto con dispiacere delle dimissioni di Giulio Disegni, ritenendo che il confronto tra opinioni diverse, anche sulle vicende comunitarie torinesi, avrebbe potuto essere proficuo per tutti. Ci auguriamo che la sua preziosa collaborazione con Ha Keillah prosegua ancora a lungo.


Quello che non ho

 

Alla redazione di Ha Keillah.

Una recente trasmissione televisiva mi ha ispirato la seguente filastrocca.

Quello che non ho è una Comunità viva e vivace tesa a costruire un futuro.

Quello che ho è una Comunità rancorosa e immobilista, estremamente conservatrice e chiusa al futuro. Quasi come un grappolo d’uva che sta rinsecchendo su un vitigno un tempo rigoglioso.

Quello che non ho, non ho più e che rimpiango, sono le chiacchierate con gli amici con i quali scambiavo idee non sempre convergenti, ma comunque sempre costruttive.

Quello che ho sono degli amici che, un tempo contestatori e quasi rivoluzionari, ora, invecchiando, sono diventati molto simili ai biechi conservatori che in gioventù combattevano.

Quello che ho, che mi è rimasto, sono degli amici con i quali scambiare saluti superficiali e, nella migliore delle ipotesi, discorrere di argomenti assolutamente “parve”.

Quello che non ho più, purtroppo, è la capacità fisica di accogliere le scolaresche in Sinagoga, di non avere più l’occasione di illustrare i principi dell’ebraismo, di rispondere a domande talvolta intriganti e di trasmettere le mie esperienze di donna ebrea.

Quello che ho e che mi rasserena è l’appuntamento mensile con gli anziani della Casa di Riposo con i quali commento argomenti di attualità, leggendo insieme a loro articoli di giornali non solo ebraici.

Quello che ho è la fortuna di avere figli e nipoti con salde radici ebraiche e ben determinati a proseguire su questa strada.

Quello che non ho è il piacere di averli sempre fisicamente vicini.

Quello che ho è la consapevolezza che se la Comunità di Torino muore, Am Israel vive comunque altrove.

Quello che ho è la consolazione che la fine della Comunità di Torino non avviene per fatti esterni traumatici.

Quello che ho è la rabbia che ciò avvenga nella totale indifferenza della maggioranza dei suoi componenti.

Quello che non ho sono dei Rabbini che valorizzino le loro differenze per contrastare il disfacimento della Comunità con uno sforzo comune.

Quello che ho è la speranza che ciò avvenga.

Quello che non ho più è la forza fisica e psichica di contribuire all’avverarsi della mia speranza.

Quello che ho è il dubbio di non averlo fatto abbastanza in passato.

Lia Levi Diena

20/05/2012


    

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