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Oslo tornerà attuale
Uno sguardo retrospettivo sugli accordi

di Yossi Amitai

 

Da lungo tempo ormai il cosiddetto “processo di pace” tra israeliani e palestinesi si è bloccato e non vi è in vista alcuna prospettiva che possa riprendere in un prossimo futuro.

Se gli Accordi di Oslo fossero stati firmati fra lo Stato di Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) nel settembre 1993, sarebbero stati realizzati nella buona fede e i Palestinesi probabilmente avrebbero da quindici anni il loro Stato indipendente accanto a Israele. In realtà, gli Accordi di Oslo furono solo una “Dichiarazione di Principi” (DOP) i cui dettagli e la cui messa in pratica dovevano ancora essere negoziati e poi realizzati. È qui che vennero alla luce i difficili rapporti tra gli Israeliani e i Palestinesi che erosero l’atmosfera di buona volontà e di ottimismo prevalsi durante i negoziati di Oslo e l’euforia di entrambe le parti quando il “DOP” era stato firmato a Washington da Rabin e Arafat. Per un momento si era creduto che fosse stato messo fine al duro conflitto che da cent’anni contrapponeva i due popoli del paese e che una nuova era di pace e cooperazione fosse alle porte e, come aveva affermato il sempre ottimista Shimon Peres, si sarebbe delineato “un nuovo Medio Oriente”.

Tutte queste speranze sarebbero presto cadute. Scoppiarono nuovi cicli di violenze tra israeliani e palestinesi con un crescendo di brutalità e spargimento di sangue. L’opposizione agli Accordi di Oslo divenne sempre più forte in entrambe le parti. In Israele il Primo Ministro Rabin fu assassinato da uno zelota di destra e alle elezioni alla Knesset che ebbero luogo poco dopo il partito di destra Likud guidato da Benyamin Netanyahu, divenne il partito di maggioranza spostando la politica israeliana da un perseguimento della pace a una costante erosione di quelli che erano stati gli Accordi di Oslo. Parallelamente il movimento radicale islamico Hamas si rivelò essere il gruppo con maggior influenza nei territori retti dall’Autorità palestinese, commettendo brutali atti di terrore a cui rispose la repressione sempre più brutale dell’esercito israeliano, e così via, la brutalità di una parte provocando la brutalità crescente dell’altra. A un certo punto il Primo Ministro Ehud Barak tentò di abbandonare i piccoli passi con cui si procedeva alla realizzazione degli Accordi di Oslo, che in ogni caso erano arrivati a un punto morto, proponendo un passo decisivo verso una soluzione che portasse alla fine del conflitto. A questo scopo fu convocata a Camp David una conferenza a cui dovevano partecipare tre parti e che mettesse faccia a faccia Barak, Arafat e Clinton. Ma questi negoziati erano destinati a fallire prima ancora di iniziare. Tutti e tre i leader erano troppo esausti a causa dei gravi problemi che ognuno di loro doveva affrontare in patria. I tentativi per raggiungere qualche progresso non ebbero alcun successo perché non esisteva tra loro la minima fiducia reciproca. Barak, per parte sua, all’arrivo a Camp David dichiarò apertamente ad Arafat che se non avesse accettato i termini posti per la soluzione globale del conflitto gli avrebbe “tolto la maschera dal viso e rivelato il suo bluff”. Quando, come previsto, la Conferenza fallì lo scopo di ottenere alcunché, Barak tornò in patria diffondendo il messaggio che “non esisteva una controparte palestinese per raggiungere la pace”. Questa nozione di mancanza di “controparte” fu subito fatta propria da vasti ambienti dello scenario israeliano non soltanto tra la destra (che si opponeva all’idea di una pace israelo-palestinese in ogni caso) ma anche nella sinistra che aveva prima sostenuto i negoziati di Oslo e ora si dichiarava delusa accusando esclusivamente Yasser Arafat. Il resto è storia.

Guardando oggi ai negoziati di Oslo, è giunto il momento di considerare l’accordo e la sua realizzazione in prospettiva e trarre qualche insegnamento dallo spirito che l’aveva animato. Non c’è dubbio che i negoziati di Oslo abbiano dato origine a un ciclo di violenze senza precedenti e abbiano resa più forte la stretta degli israeliani sui territori palestinesi. La destra israeliana (i coloni e i loro sostenitori) affermarono che i negoziati stessi e la firma degli Accordi di Oslo furono “il peccato originale” e coloro che si impegnarono per la loro realizzazione erano “criminali” responsabili per gli oltre mille morti israeliani i quali, fautori di Oslo, furono assassinati dai terroristi palestinesi. Io credo che questa affermazione sia completamente sbagliata e addirittura premeditata. Coloro che affermarono questa posizione sono quelli che avevano rifiutato i negoziati di Oslo fin dall’inizio facendo il possibile per minarli perché temevano che potessero portare alla nascita di uno Stato palestinese accanto a Israele che per loro era un incubo che si ripromettevano di eliminare.

Io sono tra coloro che plaudirono agli accordi di Oslo al momento in cui furono raggiunti e vidi la loro realizzazione come un grande momento nella storia dello Stato di Israele. Per me e per quelli come me il fallimento di Oslo è stato molto doloroso. Non sono però nella posizione di potermi esentare da un serio esame su che cosa era sbagliato nei negoziati.

Secondo me il fallimento era intrinseco negli accordi stessi. All’epoca in cui il “DOP” fu firmato, la stessa nozione di Stato palestinese era in larga parte inaccettabile all’interno di Israele. Molti israeliani pensavano che si dovesse riuscire a siglare un documento tra gli israeliani e l’OLP ma non riuscivano a cancellare l’immagine dell’OLP come organizzazione terroristica. I delegati israeliani ai negoziati pensarono che stabilire lo status giuridico come l’obiettivo finale dei negoziati stessi (cioè la nascita di uno Stato palestinese indipendente dopo un periodo di transizione di cinque anni), fosse qualcosa di troppo difficile da far digerire dall’opinione pubblica israeliana. Perciò Israele fece pressione per ottenere un periodo di transizione durante il quale varie competenze venissero gradualmente trasferite alla semi autonoma Autorità palestinese con l’intesa che a partire dal terzo anno del periodo di transizione sarebbero iniziati colloqui finali sullo status giuridico e sarebbero stati completati entro la fine del quinto anno. In altre parole, nessun particolare obiettivo finale fu menzionato negli accordi creando così un’atmosfera di sfiducia e reciproco sospetto. Se i colloqui sullo status giuridico dovevano iniziare dopo il terzo anno, lasciando nell’ambiguità l’obiettivo finale, ci si poteva aspettare che ognuna della due parti avrebbe utilizzato il periodo di transizione per creare situazioni di fatto che avrebbero garantito carte migliori per negoziare in vista dei futuri colloqui finali. Anche se alcuni diplomatici pensano che una certa dose di “costruttiva ambiguità” sia necessaria per superare le differenze nel processo di negoziazione, io sono convinto che in questo caso sia stata l’ambiguità a erodere la fiducia reciproca e alla fine abbia distrutto la possibilità di raggiungere una soluzione per uno status giuridico accettabile da entrambe le parti. Gli israeliani probabilmente pensavano che un periodo di transizione, anche se nessuno poteva dire dove avrebbe portato (lo stato palestinese non fu menzionato neppure una volta nel “DOP”), fosse necessario per costruire la fiducia. Guardando i negoziati retrospettivamente, non posso evitare la conclusione che esso portò esattamente il risultato opposto.

I negoziati di Oslo si conclusero con un fallimento ma io credo che essi non siano ancora un corpo morto, perfino dopo tutte quelle orribili atrocità. Se il processo di pace potrà mai essere ripreso (il che è attualmente difficile da credere, vista la composizione della coalizione israeliana), i principi di Oslo, in particolare il reciproco riconoscimento della legittimità di entrambe le entità nazionali, molto probabilmente saranno di nuovo attuali. Ma se mai succederà, questa volta dovrà richiedere completa chiarezza e trasparenza, senza nessun tipo di ambiguità perché possa avere successo.

Yossi Amitay

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