Storie di ebrei torinesi

 

Tra Torino e Israele

 

Nei due numeri precedenti abbiamo parlato di israeliani a Torino e di torinesi in Israele. Questa volta abbiamo scelto di farci raccontare le storie, molto interessanti e forse non a tutti note, di due persone che oggi vivono a Torino e che hanno trascorso in Israele momenti significativi della loro esistenza.

 

Gabriele Levy
Ingegnere di lettere

 

Mi pare che una componente frequente dell’ebraismo sia il cosmopolitismo e mi pare che la tua storia si centri anche su tale componente. Sei d’accordo? Vuoi dire ai lettori di Ha Keillah da dove provengono i tuoi genitori e dove siete nati tu e tuo fratello?

Gli ebrei sono per definizione il popolo più cosmopolita che c’è. L’unico popolo che ci assomiglia in questo senso sono i Rom. Ma il nostro viaggio nella Storia non è stato un viaggio geografico: noi abbiamo attraversato il tempo. Il rabbino Abraham Jehoshua Eschel, uno che negli anni sessanta marciava a fianco di Martin Luter King, disse una volta “Da tremilaottocento anni gli ebrei vagano per il mondo. L’Ebraismo è la religione del tempo. Altre sono le religioni dello spazio”. Girovagando per il mondo, abbiamo attraversato il tempo, generazione dopo generazione. La nascita del popolo ebraico è iniziata con un viaggio, il viaggio di Avraham e Sarah. La nostra festa della libertà ricorda un viaggio. La nostra rinascita nazionale, il Sionismo, inizia con un viaggio, il ritorno a Sion.

Mio padre nasce ad Alessandria d’Egitto da genitori originari di Monastir (Macedonia). Mia madre nasce ad Alessandria di Piemonte, da una famiglia con origini spagnole. Mio fratello ed io siamo nati in Argentina e ci siamo laureati in Israele, io ho sposato una ebrea rumena ed i nostri figli sono nati in Italia. La storia continua.

Sei venuto ad abitare a Torino a che età?

All’età di dieci anni.

 

        

La Mem Chose

 

Frequentasti la scuola ebraica e, poi, un liceo a Torino. Erano gli anni ’70, anni caratterizzati da una notevole vivacità culturale; dopo il “boom economico” in tutta l’Europa occidentale e negli Stati Uniti sorsero movimenti di protesta che portarono avanti diverse istanze: per la pace e contro la guerra che gli Stati Unita fecero in Vietnam, il movimento di emancipazione dei neri americani, il movimento studentesco e quello operaio in Europa e, successivamente, il movimento femminista. Che influenze ebbero tali eventi sulle tue scelte?

In quegli anni eravamo tutti internazionalisti e di sinistra. Giravamo per le strade gridando slogan contro il capitalismo e contro l’imperialismo, cantavamo “bandiera rossa” e “Contessa”, andavamo ad ascoltare Dario Fo o a sentire gli Inti Illimani. Essere di sinistra all’epoca era la “religione” più di moda. Leggevamo i libri di Lenin e Marx, Marcuse e Malcolm X, in camera avevamo appesi i poster di Angela Davis e Che Guevara. Credevamo in un mondo più giusto, libero e democratico.

In quegli anni al Bet Haknesset raramente c’era minyan di Shabbat, eppure sentivo che mancava qualcosa, mancava una identità nazionale ebraica. I nostri giovani lottavano per i diritti di tutti i popoli, dimenticandosi del proprio popolo e cancellando la propria identità.

Un giorno decisi, insieme al caro amico Davide Greco ed a mia cugina Micaela Vitale, di fondare a Torino il movimento giovanile sionista-socialista Hashomer Hatzair. Avevamo quindici anni, ed i ragazzi ebrei che all’epoca avevano 18-20 anni, gli stessi che oggi gestiscono la comunità di Torino, ci dicevano che il nostro sionismo equivaleva al fascismo, e che eravamo un movimento fuori dal tempo.

Il effetti lo eravamo, il nostro tempo venne dopo, quando si capì che la sinistra aveva completamente perso la bussola e si vendette, con la scusa della lotta dei palestinesi e con il supporto del Partito Comunista, alla guerra mediatica contro lo Stato di Israele, lotta che non è mai cessata.

Lenin diceva che “l’antisemitismo è il socialismo degli imbecilli”. Oggi direi che l’antisionismo è il socialismo degli imbecilli.

Noi andavamo avanti, con il nostro ideale di vivere in un kibbutz, una società basata sui principi del socialismo, forse l’unico successo reale nella storia dell’ideologia di sinistra.

Ed andammo a vivere in kibbutz. Chi per pochi mesi, chi per alcuni anni, chi per tutta la vita.

Gran parte della sinistra in Italia orientò la propria solidarietà nei confronti dei popoli oppressi facendosi portavoce della causa palestinese, come hai vissuto quel periodo?

Quel periodo fu uno dei più traumatici della mia vita. Già allora mi chiedevo se tutto questo odio per lo Stato di Israele non era una rinascita in chiave moderna dell’antisemitismo. Già allora sentivo i compagni dire la classica frase “Io sono antisionista, non antisemita...”, che tradotta si legge: “Viva gli ebrei della Diaspora, a morte gli ebrei israeliani”.

La sinistra non si rendeva conto che il proletariato ebraico, quelli che non avevano i soldi per comprarsi un visto o pagarsi il viaggio per gli USA o per la Francia, emigrò in Israele, l’unico paese che ha accolto (ed tuttora accoglie) a braccia aperte gli ebrei in fuga dalle persecuzioni, sia dall’Europa che dai paesi arabi, dall’Etiopia o dall’URSS.

I compagni non capiscono che la c’è una guerra, ed in una guerra non vince il più giusto, ma il più forte. E così gli ebrei decisero di essere un po’ più forti ed un po’ meno giusti.

Poi hai scelto di tornare a vivere in Israele e coniugasti i valori solidaristici, condivisi da chi apparteneva ai movimenti della contestazione, con la scelta di vivere in kibbutz. Cosa hai tratto da tale esperienza?

Il kibbutz rappresenta la più importante esperienza di vita comunitaria e comunista della storia del genere umano. Un luogo dove realmente ognuno da secondo le proprie capacità e riceve secondo le proprie necessità. Tra mille anni, forse, molte società del nostro pianeta si baseranno su questo modello.

Il kibbutz non è fatto per tutti, bisogna adattarsi alle sue regole ed ad un modello di vita dove c’è meno privato e più pubblico, dove il collettivo, a volte, decide che cosa devi o non devi fare. Se per te la cosa più importante è avere una villa ed una bella auto, comprarti cose di lusso e fare un sacco di soldi speculando, il kibbutz non è fatto per te.

Contrariamente a quanto si crede, in kibbutz esistono delle classi sociali, classi che non sono basate sul patrimonio posseduto, bensì sulla tua autorevolezza. Quest’ultima nasce dalla tua capacità di dare agli altri e fare per gli altri.

Da israeliano ti sei trovato a svolgere il servizio militare, servizio ben diverso da quello che sperimentarono i tuoi amici rimasti in Italia: hai dovuto fare un addestramento vero e ti sei trovato al fronte. Cosa vuoi sottolineare di quell’esperienza?

L’esercito israeliano è stato la base della mia formazione di uomo, mi ha dato più della scuola e del movimento giovanile, mi ha formato come persona in grado di sapere, anche in momenti di estremo pericolo, come dovevo agire per salvare la mia pelle e quella dei miei compagni e contemporaneamente non commettere mai atti contrari alla morale.

Ho pubblicato in un libro il diario che ho scritto durante il servizio militare. Si può anche leggere sul web: <http://www.e-brei.net/uploads/Narrativa/ChissaCosaPensanoIcammelli.pdf>

Dopo il servizio militare hai continuato a vivere in Israele per quanti anni?

Cinque anni, nei quali ho studiato al Technion di Haifa, prendendo prima il diploma di ingegneria in sistemi informativi e poi la laurea in ingegneria gestionale.

Cosa ti condusse a scegliere di tornare ad abitare a Torino?

Il fatto che qui avevo amici e parenti, e che conoscevo la città, la lingua e la mentalità.

Vivendo a Torino dopo aver trascorso parte della tua vita (pur in due diverse fasi) in Israele ti senti un “immigrato”?

In Italia mi sento israeliano, in Israele mi sento italiano.

Nonostante tutti i problemi drammatici che gravano su Israele, quella società é molto dinamica e “giovane”; l’Italia, a confronto, ti pare più spenta?

L’Italia si sta spegnendo e ci vorranno un paio di decenni prima che si riprenda. Negli ultimi 18 mesi sono emigrati in Israele 10 giovani ebrei torinesi. È questo un segnale molto forte.

Girando per la città, trascorrendo molto tempo in San Salvario e conoscendo la lingua araba hai la possibilità di ascoltare e comprendere i discorsi degli immigrati, in modo particolare di coloro che parlano l’arabo, più della maggior parte di noi; che percezione hai dell’immigrazione a Torino ed, in specifico, di quella di popoli di matrice islamica?

L’immigrazione in sé è un fenomeno molto positivo: Israele, gli USA, l’Australia ed il Canada sono paesi di immigranti o figli di. A latere però bisogna rendersi conto che l’Islamismo è un problema molto serio, perché là dove si diffonde, cancella i diritti acquisiti in due secoli di storia: dal rispetto delle donne ai diritti dei gay, dalla libertà di parola alla democrazia, tutte cose per le quali i nostri avi hanno lottato e pagato con milioni di morti. L’Islamismo nel mondo è oggi più pericoloso di quanto lo era il Nazismo, e questo i compagni non lo vogliono capire.

Girando per San Salvario o Porta Palazzo ci sono sui muri scritte con lo spray sia in caratteri latino che in caratteri arabi, scritte antisemite.

In Via Saluzzo potrete leggere una scritta con lo spray “COCA COLA=YAHUD=KUFR”, ovvero, Coca Cola uguale a ebreo uguale a infedele.

È uno dei tanti “segnali deboli” a cui dobbiamo stare molto molto attenti.

L’antisemitismo degli islamisti oggi è molto più pericoloso di quello dei neonazisti.

La cosa più incredibile è che la sinistra non se ne rende conto.

Intervista a cura di Paola Fubini

 

 
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