Storie di ebrei torinesi

 

Tra Torino e Israele

 

Nei due numeri precedenti abbiamo parlato di israeliani a Torino e di torinesi in Israele. Questa volta abbiamo scelto di farci raccontare le storie, molto interessanti e forse non a tutti note, di due persone che oggi vivono a Torino e che hanno trascorso in Israele momenti significativi della loro esistenza.

 

Anna Brawer
L’infanzia di Israele

 

Le domande che ti vorrei fare sarebbero tante e riflettono un tuo ritratto e un poco della tua storia che so, sotto molti aspetti, particolare, perché sono composite le tue origini, le tue culture, i tuoi spazi, i luoghi dove sei vissuta, le lingue che pratichi. Ma forse più che interrogarti comincerei col farti parlare.

È un termine felice “composite”, sì, una sorta di Reader’s Digest della storia ebraica. Mia madre, ebrea torinese di ascendenze spagnole, mio padre polacco, unico sopravissuto alla Shoà della famiglia. Sono cresciuta in Israele, sabra, fino ai dodici anni, poi nella galùt, la diaspora (mi fa ancora impressione pronunciarne la parola e vestirne l’identità). Ora, da decenni insegno letteratura inglese a Torino.

A Torino, la città di mia madre, sono anche nata. Nel 1948, la notte del Seder, cosa che da sempre m’è parsa un destino e una destinazione. La famiglia Errera (il nome racconta naturalmente di Spagna e di cacciata) era una famiglia colta, antifascista da sempre. Giorgio, fratello del nonno, è stato uno degli 11 professori universitari che hanno rifiutato di giurare fedeltà al fascismo, Lia, sorella di mia madre, è stata partigiana, mentre lei, mia madre Nella, con le leggi razziali è diventata sionista impegnata, occupandosi di profughi e di immigrazione clandestina. È così che ha conosciuto mio padre, di Drohobitch, Galizia, scampato perché studiava medicina a Parigi. Insieme hanno fatto l’Alià. Ma prima di partire mio padre, Shlomo, a Torino ha fondato l’OSE, Organizzazione Sanitaria Ebraica, è stato l’incaricato del Keren Kayemet e alcuni lo ricordano in questa veste.

In Israele ha ritrovato dei cugini, con loro ci ritrovavamo alle feste. I genitori parlavano yiddish, i miei cugini rispondevano sempre e solo in ebraico. Noi stavamo a Bat-Yam, Figlia del Mare. Mio padre ha costruito la casa prefabbricata di legno austriaco, dono dei nonni, rimasti a Torino. Dietro la casa c’era la tendopoli e davanti il Shikùn, la case popolari in muratura.

Essere bambini nell’Israele degli anni ’50 voleva dire una luce fortissima e sabbia tutto intorno. L’aria vibrava, rendendo tremolanti le immagini e riflettendo mondi interni di strane composizioni. Sulla sabbia tremante e rovente si aggiravano Abramo e Sara, Isacco e Rachele.

In quell’aria vibrante tutto era miracolo. E il miracolo era che il popolo di Israele, noi, tornava alla terra Padri, il Ritorno a Ziòn.

Intanto arrivavano camion di terra che affondavano nella sabbia, poi si liberavano e scaricavano terra rossa, che veniva distribuita sulla sabbia per potere piantare. La velocità e l’entusiasmo con cui sorgevano case e piazze e giardini è irripetibile, quasi irraccontabile, se non con una parola poetica

Sulla casa di Odeia Pesahowitz si vedevano ancora i buchi degli spari e suo fratello Mal’achi era tra i Caduti. La guerra di cui sapevo era la Guerra di Liberazione, di quella parlavano le canzoni che cantavamo insieme, a questa appartenevano i nostri eroi, i personaggi di Hassamba e i Ragazzi della Città Vecchia. Erano loro i protagonisti delle nostre canzoni, insieme a Re David e a Sansone, a Rachele e insieme ai Hachamim, i Saggi, e le loro parole. Per contro, non sapevo niente della Shoà. Una volta, è vero, alla radio per bambini c’è stato un quiz “dite il nome di un nemico degli ebrei” e “Hitler” ci è parsa la facile risposta. No, la risposta giusta era Amman ma dell’episodio mi è rimasto il ricordo indelebile.

Mio padre non ha mai detto una parola della famiglia o della Shoà. Per quanto incredibile possa sembrare, era come se io non sapessi che una volta dovevano esserci stati degli altri nonni, oltre “i nonni”. Non sapere che qualcuno non c’è perché non sai che c’è stato. Forse a questo allude il figlio che non sa porre domande la notte del Seder.

Quella vitalità che faceva portare strati di terra da stendere sopra la sabbia per farne giardini, ora mi sembra un magnifico tentativo di coprire quel vuoto interno gigantesco, coprirlo di bellezza, di fiori e bambini. Per loro doveva essere questo il miracolo: la sopravvivenza, noi bambini, la rinascita. Loro, sulla sabbia tremante, dovevano vedere aggirarsi qualcuno e qualcosa che era stato e non era più.

 Ho terminato la mia analisi sentendo, nel silenzio dell’analista, queste parole di mio padre: “come potevo dire? non sapevo niente neanch’io”. In quel momento soltanto ho saputo di essere arrabbiata per il suo silenzio, scivolato poi direttamente nella morte. Nel silenzio dell’analisi ho avuta risposta a una domanda mai posta, neppure dentro di me.

Non sapere nulla, neanche come, dove, quando sono morti e cosa hanno passato prima deve essere il culmine dell’orrore, infinitamente proiettabile in ogni orrore raccontato o immaginato.

Non sapere nulla, neanche come, dove, quando sono morti deve aver reso impronunciabile ogni parola che ne tradisse l’esistenza. Perfino dei tempi felici. Una parola però l’ha detta, mio padre, una sola. Al momento della registrazione del nome alla mia nascita, all’ultimo momento, ha detto Hanna, il nome di sua madre. Destino? Destinazione.

Nella loro copertura, di silenzio e bellezza, ora riconosco un grande insegnamento, un enorme dono, all’insegna della vita, e della vitalità, della riparazione e del futuro. Forse è questa la parola principale dell’ebraismo: stare dalla parte della vita e guardare verso il futuro.

Ho imparato l’alfabeto sulla Torà, perché andavamo, mio fratello e io, alla scuola religiosa statale. La Torà comincia con la Bet. Bet è la casa e ne ha la forma, un soffitto, un pavimento, un muro. C’è solo una direzione aperta, in avanti, verso il futuro, cammina. Per noi bambini cresciuti lì negli anni cinquanta era prima di tutto Eretz Moledet. La parola Moledet viene da laledet, partorire. La patria, nella percezione linguistica profonda di noi bambini era MATRIA. Lo sottolineo perché il territorio sentito come madre, è una categoria assente da tutti i discorsi che sento su israeliani e palestinesi. Eppure sentire la “patria” come matria è cosa che ci accomuna È diverso dal concetto di terra madre o anche di madre terra, è più vicino a Terra Madre, nella sua dimensione spirituale. Per noi bambini cresciuti lì negli anni cinquanta era anche Artzenu Haktantonet, la nostra Terra Piccinina (così, col vezzeggiativo). Da curare, proteggere, fragile. Era anche Eretz Haavòt, Terra dei Padri (Avòt però ha desinenza femminile, come in italiano dicessimo le padre). Il fatto di fare le feste, come allora in Israele facevano tutti, per osservanza religiosa o per tradizione, anche chi una volta non le faceva, prepara, secondo me, a un certo tipo di ebraismo, fa introiettare una scala di valori e letture del mondo che passano attraverso il corpo, perché le feste sono segnate dai cibi, e ogni cibo ha la sua specifica funzione di memoria, di trasmissione. Così i giochi, ogni festa ne ha uno. La trottola per esempio.  A Hanukkà, la Festa delle Luci ebraica a metà inverno, giocavamo tutti con il sevivòn, Il sevivòn ha quattro facce, su ognuna è scritta una lettera e ogni lettera sta per una parola, Grande Miracolo Accadde Qua. Il miracolo è quello della piccola ampolla d’olio, unica rimasta non sconsacrata, che dura otto giorni. Basta un resto piccolissimo per riprendere, ricominciare. Questo è l’ebraismo che si è radicato in me nella mia memoria.

Si cantava moltissimo in Israele e si ballava. L’ebraico e l’ebraismo si sono serbati e sviluppati dentro di me soprattutto attraverso la musica, il canto. “Sulle rive del Kineret (il lago di Tiberiade) c’è un castello pieno di splendore, e lì c’è un giardino e vecchi con lunghe barbe leggono la Torah”. Questo canto, quel giardino, quegli alberi ombrosi in riva al lago, quel castello pieno di splendore mi evocano la Shechinah che un tempo non avrei saputo nominare. Per me l’immagine dell’ebraismo sono quei vecchi con la barba bianca, che sulle rive del lago leggono la Torah ed è quello che mi dà pace. Ma perché non si parlava mai della Shechinah, il lato “femminile” e immanente della divinità? perché non saperne nemmeno il nome? Eppure quei vecchi in riva al lago nel castello, all’ombra degli alberi, facevano il Tikkun Olàm, la riparazione del mondo. I kabbalisti prima di ogni rituale pronunciano “leshem yihudiim”, nel nome e al fine di yihudiim, delle unioni nella separazione, l’unificazione nella differenza, tutto sia uno, nella mutualità delle differenze e del valore: donna/uomo, alto/basso, dentro/fuori. Il Tikkùn.

Quello che va succedendo oggi nel mondo, ed è ciò che m’interessa, è carico del bisogno di Tikkun. La crescita esponenziale di tutti i fondamentalismi, compreso quello ebraico, è tutt’uno con la questione del maschile e del femminile, nell’accezione umana come in quella di concettualizzazione del divino come quella della scala di valori e delle leggi. I fondamentalismi e le guerre sono collegati all’accelerazione dei cambiamenti globali, alla crisi delle categorie in tutte le discipline e alla obsolescenza del pensiero lineare, duale, dicotomico e gerarchico. Cosa sono tutti i fondamentalismi e tutti i regimi autoritari se non un riaffermare con forza un modello di pensiero duale, gerarchico, ripetendo l’espulsione già avvenuta tante volte, ad Atene come a Gerusalemme, l’estromissione del potere materno, della legge della Madre, dell’esistenza stessa di una divinità femminile, l’estromissione delle donne dal potere politico, dal sacro e dalla sua gestione?

Questo è dunque il tuo percorso intellettuale, ma vorrei sapere come si rapporta all’Israele di oggi.

Queste cose non sono scindibili dalla mia visione politica. Io ritengo che la questione degli integralismi religiosi come quella dei regimi autoritari, che agiscono con la violenza o con la paura della violenza, siano collegate a questa visione patriarcale dove domina il pensiero dualistico, gerarchico, prepotente. I fondamentalisti fanno prevalere il maschile sul femminile, il loro potere sulle donne, sulla mutualità di una coppia che certo li renderebbe più felici. Vogliono le donne sedute nella parte posteriore dell’autobus, sempre più mandando in esilio la Shekhinah, o comunque la si chiami. Per fortuna le donne hanno cominciato a prendersi la parola; oggi il pianeta, l’umanità, ogni singolo ha urgenza di riascoltare la saggezza femminile, il suo sapere altro, che ha la stessa dignità di quello maschile e ben più consapevolezza, seppure non il potere che l’urgenza richiede. Penso e non ho mai sentito dire che già solo il nome Yerushalaim, la città più santa e più contesa, è fatto di yeru (aramaico: “deve essere fondato”), + shlm, (radice di pace, shalòm, e anche di intero, shalèm, e anche di pagare, leshalèm) + ayim (la desinenza del duale). Yerushalaim dunque, lo dice il suo stesso nome, vuol dire che è la dualità che può fondare l’interezza, la pace, il pagamento. A specchio, l’interezza, la pace, il pagamento comprendono la dualità come reciproca differenza mutuale per diventare appunto uno. Ho detto prima della terra vissuta come madre, allo stesso tempo potente e fragile, piccinina. Contemporaneamente penso che la territorialità in quanto tale sia idolatria. La maggior parte della storia ebraica è diasporica, nella galut, e lì ha creato i suoi principali scritti, forse lo sarà di nuovo. Nella percezione profonda è questo il sentire che mi abita, quanto succede giorno per giorno non so percepirlo se non dentro questa storia molto più lunga e onnicomprensiva, parte di una diversa composizione. Non è stato sempre così. Nella guerra dei sei giorni ho interrotto il liceo e sono partita volontaria per fare servizio civile. Al ritorno in Europa ho “lavorato per la pace”. Un giorno dei palestinesi pacifisti, che facevano parte del mio gruppo, mi hanno detto che gli israeliani devono tornare ai loro paesi d’origine - e chi è nato in Israele? - a mare. Ho capito che era una materia troppo complessa su cui non avevo né ho le idee chiare. Per anni ho pianto ogni volta che in Israele scoppiava un autobus. Poi alcuni episodi e sensazioni mi hanno chiarito quanto le posizioni di ciascuno siano basate su passioni e matrici che non si fanno vedere né si fanno guardare. Onestamente non posso che sospendere il giudizio, accettare la contraddittorietà dei sentimenti e delle idee, senza pretendere di prendere posizioni nette. Penso che tante persone a destra come a sinistra prendano una posizione molto netta sulla questione mediorientale credendo di aver capito tutto, senza esserne esperti, senza conoscere l’ebraico né l’arabo, le canzoni, senza respirarne l’aria, con le sue allegrie e le sue innominabili tensioni. Nelle domande che mi hai posto per e-mail tu parli continuamente di dualità: israeliani/palestinesi, ebrei diasporici/ ebrei israeliani.

Ma è un dato di fatto e un dato storico.

Come lo vedi tu. Io non so chi siano gli israeliani, ce n’è di tutti i generi, tante sono le provenienze, i mescolamenti. Anche dentro la religiosità c’è una grande varietà: i charedim, quelli solo con la kippà, quelli che vogliono un paese laico. E così è per tutto e per tutti. Con le mie identità “composite” ragionare in termini di dualismo non corrisponde alla mia percezione del reale. Non credo neanche che Stato sia un termine a cui necessariamente si debba far riferimento, mi sembra che nell’accelerazione fortissima di cambiamento globale, in cui ogni singolo giorno quattro, cinque paesi sono sott’acqua per un diluvio, altri cinque ardono per la calura e la siccità, con gli esodi di massa, con la globalizzazione, le forbici crescenti tra ricchi e poveri, insomma le vecchie categorie non funzionino più. La realtà presente richiede la formazione di uno sguardo sistemico e olistico e non dualistico, se no non se ne esce. leshem yihudiim. Non è un caso che dei kabbalisti per la prima volta aprano circoli in tutto il mondo, corsi di Kabbalà a tutti i livelli.

Perché pensi che contravvenendo alla loro tradizione siano usciti o debbano uscire dal loro esoterismo?

In questo momento c’è la consapevolezza che la Kabbalà deve essere diffusa, ciascuno al suo livello ma in modo essoterico. La stessa cosa stanno facendo gli sciamani in tanti popoli della terra, lo stesso è avvenuto in ambito scientifico tra le menti che sempre di più si rendono conto della necessità di una visione sistemica della realtà. e cos’altro è l’albero delle Sefiròt?

Ciò che lascia aperte e direi fuori da questa tua visione, ricerca, pensiero sono le scelte concrete, specifiche che ci tocca quotidianamente fare, i giudizi che ci tocca dare, le iniziative che ci tocca prendere. Esempio: è giusto o no distruggere la casa, l’ulivo della famiglia del terrorista? È giusto sottrarre l’acqua o la terra del tuo vicino?

È questa la mia risposta!

Ma è sufficiente? siamo costretti a valutare, a rispondere

Questo mi fa sentire che in qualche modo siamo sempre nella stessa storia, penso che questo sia di per sé capace a muovere molti israeliani ed ebrei a una visione di necessità di autodifesa e autodefinizione per non subire ancora l’antisemitismo. Chi, se non noi stessi, ci costringe “a rispondere, a valutare”, chi se non il nostro bisogno di caldo e di unità nelle differenze? Per converso quale passione muove chi, per Israele, partecipa alla sovraesposizione di Israele e delle sue politiche mentre al contempo ammonisce contro e informa dell’antisemitismo passato, presente e in orribile crescita, futuro?

Questa è un’opinione diffusa in Israele, lo tocco io stesso con mano con i miei famigliari israeliani, la denuncia di una disinformazione diffusa, dell’uso di due pesi e due misure. Ma questo è vero, ma è anche in parte falso, perché l’informazione esiste e in tanti sanno perfettamente le responsabilità gravissime dei nemici di Israele. Ma le ingiustizie dell’uno non sono lavate dalle colpe dell’altro.

Lasciami continuare, ancora un momento: quale passione muove una femminista torinese ad occuparsi con passione e dedizione di costruire la pace tra israeliani e palestinesi? Quale passione muove un consiglio comunale? Con tutti i problemi enormi che ci sono in Italia, deve pur esserci una passione. E quale passione sovraespone Israele, a scapito di ogni paese intorno, a indicare le magagne. “Il muro”: ce n’è alcune centinaia nel mondo, sapevi? Infine quale passione muove ciascuno di questi e altri ancora a ritenere che l’altro sia in malafede, che la sua posizione sia pusillanime…?

 

Intervista a cura di Emilio Jona

 

P.S. di Anna Brawer. Qui finisce l’intervista, abbiamo dovuto interrompere perché avevo esami.

È la prima volta che sono intervistata da HK, e capita in un momento di passaggio importante nella mia vita. Il 1° di novembre vado in pensione  e aprirò a Rueglio (Valchiusella) “Clessidre” dove metto a disposizione la mia biblioteca e si terranno seminari di week end e cicli di lezioni-incontri. Il fatto che Clessidre faccia triangolo tra il Monte Sion e la Bella Dormiente non è stato cercato da me. Destino? Destinazione? I primi titoli sono “Genesi cap 1-3 e l’Orestea” e “Racconti d’Autrice”.

 

   

Bet

   

Alef

  Sculture di G.Levy

 

    

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