Torino

 

Parole di addio

 di Renana Birnbaum

 

Siamo arrivati al momento dell’addio. Ognuno di noi ha vissuto e sentito momenti diversi di addii, alcuni più facili altri meno. Mi permetto di dire che il nostro addio oggi non è facile e questo testimonia il legame profondo che si è creato tra noi e voi.

Il tempo dell’addio è anche un tempo di conti e per questo vorrei condividere con voi la mia analisi personale.

Mi ricordo con un sorriso del mio primo Shabbat a Torino, quando sono arrivata alla tefillà e prima di Musaf ho sentito il Hazan dire una preghiera che non conoscevo. La sentivo per la prima volta a Torino dato che non è conosciuta in altri luoghi: “Colui che benedice le nostre madri, Sarah, Rivkah, Rachel e Leah, benedica ogni figlia di Israele che fa arredi e stoffe in onore della Torà”. Ho iniziato a pensare: “In che comunità sono arrivata? Il destino delle donne di Torino è solo il ricamo ed il cucito?”. Immediatamente le mie riserve si sono dileguate quando ho cominciato ad insegnare nel bet midrash e mi sono incontrata con una Comunità che studia ed in special modo con le donne che vogliono e sanno studiare. Mi sono tranquillizzata. Non esiste una cosa più profonda ed ebraica dello studio della Torà insieme. Nel Bet Midrash ho sperimentato per la prima volta uno studio ad età diverse, dal bat mitzva in poi. Nello studio a più età, madre e figlie, generazioni di madri e generazioni di figlie, generazioni adulte e generazioni più giovani in un solo luogo, quando ci impegniamo, nonostante le differenze, gli ideali diversi si scambiano come le diverse visioni del mondo, e ci ascoltiamo gli uni con gli altri, e troviamo uno spirito comune e in primo luogo studiamo insieme. Questo mi ha molto arricchito ed ogni volta sono tornata a casa con una cosa nuova imparata nel bet midrash.

Grazie a tutte voi.

Ho incontrato nella Comunità un pubblico di donne sapienti e studiose che cercano il loro posto nel mondo ebraico e religioso, donne che vogliono essere parte intellettuale, prendere parte all’azione. Ai miei occhi questo è un percorso importante e benedetto per il futuro della Comunità e raro se le donne sono coinvolte.

Ogni volta che abbiamo suggerito ad una donna di dire un Dvar Torà (alla tavola di una festa, durante il seder, durante il tikkun per la notte di Shavuot), che abbiamo detto ad una madre di benedire le figlie al momento del bat mitzvà o di partecipare nell’offrire una lezione, lo abbiamo fatto godendo di un sorriso e di volontà. Abbiamo sentito che questo accadeva in maniera naturale in quel contesto.

Solo pochi giorni fa si è rivolto a me un gruppo di donne con la richiesta di studiare insieme la tefillà. Due anni fa questo non sarebbe accaduto. Oggi che le donne si sentono più partecipi, vogliono sapere e capire la tefillà. La volontà di studiare la tefillà indica il percorso che hanno compiuto le donne negli ultimi anni ed io sono certa che porta la comunità a continuare a svilupparsi e a fiorire.

Ho vissuto questo luogo come una comunità, ed in special modo le donne scoprono l’amicizia e si uniscono a sostenersi l’una con l’altra nel momento della disgrazia.

Purtroppo abbiamo vissuto anche i giorni del lutto, della shivà. In genere la mattina arrivavano le donne e con tutte iniziavamo una discussione sulla vita e la morte, sulla famiglia e la coppia, sull’ebraismo e l’universalismo, sul dolore e la compassione.

Queste conversazioni mi hanno lasciato una forte impressione. Abbiamo aperto il cuore l’una all’altra. Nonostante il fatto che ci siamo conosciute solo da tre anni, l’intensità delle cose che abbiamo vissuto insieme ha fatto in modo che sentissi a volte come se ci conoscessimo da molti anni ed ha creato tra noi una profonda amicizia. Io sono certa che continueremo ad accompagnarci l’una con l’altra.

Nel contesto del nostro lavoro come rabanim, molte volte ci avete permesso di entrare nel vostro mondo privato, in tempo di gioia, in tempo di disgrazia e questa è l’occasione migliore per dirvi grazie. Abbiamo visto in questo un grande merito. Nessuna cosa è stata ovvia per noi e conserveremo questi momenti nel nostro cuore.

Il bet ha-keneset è stato un luogo molto amato da me (nonostante le sedie che non sono ortopediche). Voi siete abituati alla struttura ed all’architettura che è aperta a tutti, uomini e donne, che permette di vedere ciò che avviene sulla bimà, l’aron hakodesh, l’uscita del sefer Torà. Io, che nel mio beth ha-keneset in Israele siedo dietro una mechitzà e mi affido all’immaginazione quando sento l’uscita del sefer Torà e la lettura della Torà e non posso vedere nulla, ogni volta che ho pregato a Torino mi sono emozionato per la tefillà. Per questo ho vissuto una nuova esperienza. Ho sentito la presenza di Kadosh Baruch Hu nella mia preghiera.

Ho molto amato il coinvolgimento delle donne nell’aiuto al buffet ed alla preparazione per i pranzi festivi o per ogni altro avvenimento. Una partecipazione senza età ed un sapere che sempre trova una paio di mani in più per avere aiuto, questo riscalda sempre il mio cuore. In special modo mi ha emozionato il matrimonio che è stato organizzato ultimamente, che ha visto in due ore pronto un kiddush con sorpresa del chatan e della kallà. Mi sono emozionata della partecipazione di amici e parenti che hanno fatto gioia allo sposo ed alla sposa. Questa è una comunità ai miei occhi.

In quanto direttrice di un Ulpan Ghiur, ho insegnato qui a molti miei fratelli che hanno fatto il ghiur, con pensiero, elementi del cuore e della fede. La Torà ci comanda “e voi conoscerete l’anima del gher”. Il dolore passato va sostituito dalla conoscenza, dalla consapevolezza profonda delle difficoltà dei gherim. Noi siamo chiamati a tradurre questa sapienza in sentimento nei confronti dell’altro che richiede di far nascere da essa una azione morale. La Torà non sceglie in particolare il contenuto di questa sapienza. Noi leggiamo nella Torà dei prodigi e dei miracoli, dei racconti ed a volte dei lamenti ma sull’esperienza interna del gher la Torà passa in silenzio. Qui ho imparato dalle mie sorelle che sono entrate a far parte del popolo ebraico e della nostra comunità il senso del comandamento della Torà “e voi conoscerete l’anima del gher”. Ho imparato che il ghiur sociale è duro come il ghiur halakhico e nonostante questo i miei fratelli che hanno vissuto il ghiur erano dotati di una speciale spiritualità nel passare anche il percorso dell’ingresso nel popolo ebraico. Mi hanno insegnato la forza della fede e della volontà, nell’unire una famiglia e nell’educare i figli nel solco della Torà.

Vorrei ringraziarvi tutti per i tre anni di studio, azione e pensieri condivisi, per gli obiettivi e gli scopi.

Sarò felice di ospitarvi tutti in maniera privata a casa nostra in Eretz.

Grazie in special modo alle numerose famiglie che ci hanno ospitato nelle loro case e ci hanno aiutato a conoscere il sapore speciale della cucina italiana ed in particolar modo quello della Comunità Ebraica di Torino.

Renana Birnbaum

      

Tet a tet (scultura di G.Levy)

 

    

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