Torino

 

Una scelta positiva

 di Tullio Levi

 

Anche se può sembrare banale, si può dire ancora una volta che saranno gli ebrei “posteri” a poter effettuare una pacata e obbiettiva valutazione dei tre anni in cui rav Eliahu Birnbaum ha svolto la funzione di Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Torino. Noi ebrei “di oggi”, influenzati dai sentimenti personali e dalle passioni suscitate dalle vicende comunitarie che ci hanno coinvolto, non siamo certo nelle migliori condizioni per esprimere tale giudizio ed analizzare con serenità un periodo che, comunque sia, ha inciso profondamente sulla vita ebraica torinese.

Chi scrive queste note non ha certo la presunzione di costituire un’eccezione, anzi, avendo giocato un ruolo attivo nel processo che condusse alla scelta compiuta nel 2010, potrebbe essere la persona meno indicata ad esprimersi su tale argomento. E invece, proprio in quella veste, si sente autorizzato ad effettuare alcune considerazioni.

È infatti opportuno ripartire dalla situazione che si venne a creare nella primavera del 2010 allorché il Collegio ex art. 30 dello Statuto, respingendo il ricorso presentato da rav Somekh, ratificò definitivamente l’avvenuta revoca della sua qualifica di Rabbino Capo. (Si legga, in proposito, in calce alla presente, quanto ebbe allora a scrivere il Collegio; sono sagge parole che conservano inalterata la loro attualità e sulle quali sarebbe bene riflettere).

Il Consiglio della Comunità si trovò nell’ardua situazione di individuare una figura che fosse idonea a svolgere la funzione di Rabbino Capo ma che, al tempo stesso, fosse disponibile ad assumersi un onere tanto difficile e delicato, considerata la particolare situazione in cui avrebbe dovuto operare. A tal proposito occorre tener ben presenti tre punti fondamentali: 1) La Comunità non poteva assolutamente rischiare di rimanere a lungo senza Rabbino Capo. 2) Era necessario trovare qualcuno che avesse la capacità di dare finalmente agli ebrei torinesi tutto ciò che per tanti anni era a loro mancato e che aprisse alla comunità quelle strade che troppo a lungo le erano state precluse. 3) Era infine necessario che il rav individuato fosse dotato di una buona dose di coraggio e della necessaria autorevolezza per riuscire a svolgere tale compito, in presenza del rabbino “revocato” che, ciononostante, aveva deciso di non lasciare la comunità.

Iniziarono ampie consultazioni innanzitutto tra i rabbini italiani, ma va chiarito una volta per tutte che allora, come probabilmente oggi, non ne fu individuato nessuno che avesse le caratteristiche enunciate al soprastante punto 2 e che fosse disposto a superare l’ostacolo rappresentato dalla situazione di cui al punto 3.

Si indirizzò allora la ricerca all’estero e, opportunamente consigliati, si stabilirono alcuni contatti, uno dei quali con rav Birnbaum, il cui prestigioso curriculum, unitamente alle informazioni assunte, sembrava rispondere pienamente agli obiettivi che il Consiglio si era posto.

Rav Birnbaum, inizialmente reticente, accettò infine di venire a Torino per qualche giorno con il dichiarato intento di “toccare con mano” la situazione, presentarsi ad un Consiglio appositamente convocato e avere alcuni contatti con esponenti della Comunità di diverso orientamento. Al termine del suo breve soggiorno rav Birnbaum comunicò che si sarebbe presa una pausa di riflessione e rientrò in Israele. Nel giro di pochi giorni giunse la sua disponibilità ad effettuare un periodo di prova, con la precisazione che, comunque, il suo impegno presso la Comunità poteva unicamente essere limitato ad alcuni giorni al mese a causa dei suoi molteplici impegni. Il Consiglio ne prese atto, vennero definite le clausole contrattuali e venne approvata la sua nomina a Rabbino Capo, previo parere favorevole della Consulta Rabbinica, così come previsto dallo Statuto.

A questo proposito è bene chiarire tre ulteriore punti fondamentali: 1) Il Consiglio fu costantemente non solo informato, ma direttamente coinvolto nell’iter che portò alla scelta del Rabbino Capo. 2) Dal momento che non poteva essere garantita una presenza costante, fu subito chiaro che l’incarico sarebbe stato a tempo determinato e finalizzato a gestire una transizione che avrebbe condotto, di comune accordo, all’individuazione di un Rabbino Capo stabilmente residente. 3) La scelta fu esclusivamente dettata dalla convinzione che rav Birnbaum avesse le caratteristiche richieste e dall’impressione estremamente positiva che il Consiglio ne aveva tratto. Ogni altra considerazione passò in secondo piano: sia il fatto che la sua presenza in Comunità sarebbe purtroppo stata saltuaria, sia la valutazione delle attività da lui svolte in altri contesti ed in altri paesi del mondo: attività che molti certamente condividono, ma su cui qualcuno aveva, fin da subito, trovato da ridire. Ciò che importava al Consiglio era la svolta positiva che avrebbe potuto essere impressa alla vita comunitaria; peraltro la vastità della sua esperienza internazionale venne considerata un fattore ulteriormente positivo in quanto passibile di allargare gli orizzonti dell’ebraismo torinese.

Chi scrive queste note è convinto che gli obbiettivi che il Consiglio si era posto siano stati raggiunti e tale opinione è certamente condivisa da una parte rilevante della comunità, che ha vissuto questi tre anni con entusiasmo e partecipazione. Nei giorni scorsi 167 ebrei torinesi hanno sottoscritto una petizione con la quale viene richiesto che il Consiglio proroghi l’incarico a rav Birnbaum fino a quando non sarà stato nominato il suo successore. La petizione, che è stata presentata al Consiglio nella riunione del 27 giugno scorso, fa seguito alla mozione approvata a larghissima maggioranza nel corso dell’Assemblea del 19 Dicembre 2012, in cui venivano sottolineate le motivazioni della richiesta e sintetizzati i rilevanti risultati conseguiti sotto la guida di rav Birnbaum (Il testo integrale della mozione è stato riportato sul numero di Ha Keillah del gennaio di quest’anno).

Duole constatare che l’attuale Consiglio non abbia voluto prendere in considerazione una presa di posizione così ragionevole e così ampiamente condivisa. Duole ma non stupisce. L’attuale Consiglio che, giova ricordare, si è insediato nel giugno del 2010 ed esprime una maggioranza opposta rispetto al precedente che aveva proceduto alla nomina di rav Birnbaum, è sempre stato caratterizzato da un atteggiamento di scarsa empatia nei suoi confronti e quindi il rifiuto a qualunque ipotesi di proroga, anche di breve periodo, era ampiamente previsto.

Rav Birnbaum è stato fin dall’inizio oggetto dell’ostracismo da parte di alcuni e, non va dimenticato, anche di calunnia: i media ebraici dell’epoca sono lì a testimoniarlo. Per stabilire un dialogo occorre essere in due, ma se una delle parti si rifiuta di dialogare è ben difficile che l’impasse possa essere superata. Ed è quanto purtroppo è accaduto. Nonostante i suoi sforzi per essere davvero il rabbino di tutta la comunità, alcuni irriducibili lo hanno sempre considerato come il rabbino della parte che aveva promosso la procedura di revoca nei confronti del precedente Rabbino Capo e quindi, al di là di qualunque logica, quasi “corresponsabile” di quanto accaduto. Queste posizioni, ben presenti nell’attuale Consiglio, hanno impedito che si cogliessero fino in fondo le straordinarie opportunità che avrebbero potuto derivare dalla fattiva collaborazione tra le due Istituzioni. Una fattiva collaborazione che avrebbe comunque dovuto essere ricercata, visto che, anche solo in un’ottica strettamente utilitaristica, si trattava in fondo di ottenere il massimo da una personalità così dotata, la cui permanenza era, in ogni caso, destinata a concludersi in breve tempo.

L’esperienza di rav Birnbaum quale Rabbino Capo della Comunità di Torino si è conclusa. Rimane un grande rimpianto ma rimane anche la certezza che la scelta a suo tempo compiuta sia stata una scelta positiva che ha lasciato un segno profondo nella comunità e in tanti suoi membri. Sono davvero molti coloro che hanno mutato il proprio rapporto con l’ebraismo, percependolo finalmente come qualcosa in cui è davvero bello e gratificante riconoscersi. E non è un risultato da poco.

 

Tullio Levi

 

Le considerazioni effettuate dal Collegio ex articolo 30 dello Statuto in occasione dell’emissione del proprio lodo: “Il 2 febbraio 2009 il Consiglio della Comunità ebraica di Torino decise la revoca di Rav Alberto Moshe Somekh dal ruolo e dalle funzioni di rabbino capo.

Il 3 aprile 2009 lo stesso Rav Somekh ha notificato l’atto di impugnativa e ha quindi chiesto l’attivazione della procedura prevista dall’articolo 30, comma 2, dello Statuto dell’Unione delle Comunità Ebrache Italiane e la costituzione dell’apposito collegio.

Questo Collegio, dopo aver invano esperito vari tentativi per indurre le parti a giungere ad un bonario componimento della vertenza, ha svolto una lunga fase istruttoria dedicata all’approfondimento delle ragioni e degli argomenti dedotti dalle parti, assistite dai rispettivi legali. A conclusione di tutta questa attività il Collegio stesso ha deciso di respingere il ricorso del rabbino.

La questione deve essere mantenuta nei suoi giusti limiti, che sono quelli della soluzione del caso specifico attraverso valutazioni inerenti a dinamiche comunitarie, comportamenti, attitudini, incomprensioni e conflitti che hanno riguardato la vita della Comunità torinese.

Sarebbe errato e fuorviante che da questa dolorosa e singola vicenda, che non ha precedenti nell’ambito dell’ebraismo italiano, si traessero deduzioni e conclusioni inappropriate, infondate, o estensive.

La contrapposizione tra le parti non è stata fondata su due diverse concezioni religiose, in quanto, al contrario, esse come persone e come enti vivono e operano nell’ambito dell’ebraismo ortodosso e applicano le regole tradizionali dell’ebraismo italiano. Altrettanto errato e fuorviante sarebbe affermare che in qualche modo sia stata messa in discussione la serietà, l’impegno o il prestigio morale del rabbino, al quale viene riconosciuta grande cultura, grande statura di studioso e grande capacità didattica. È necessario che si accantonino le reazioni emotive, si prenda integrale ed esatta conoscenza della decisione adottata e si operi per prevenire l’eventualità che si ripresentino in futuro situazioni simili”.

 

   

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