Torino

 

Lettera

Coerenza tradita

 

Con questa lettera intendo illustrare le motivazioni che mi hanno indotto a rassegnare le dimissioni dal Gruppo di Studi Ebraici di cui questo giornale è l’organo.

Fra pochi giorni scadrà il contratto di Elyahu Birnbaum quale rabbino capo della Comunità Ebraica di Torino ed è pertanto, a mio avviso, improrogabile la necessità morale di effettuare un bilancio sull’intera operazione che ha condotto a Torino ed ha visto portare in palmo di mano da parte del Gruppo di Studi Ebraici un simile personaggio.

Elyahu Birnbaum è un colono israeliano residente ad Efrat, in piena Cisgiordania, e dunque in zona che, ai sensi delle risoluzioni 242 e 338 delle Nazioni Unite, è occupata illegalmente da Israele.

Inoltre egli è direttore educazionale della associazione Shavei Israel la cui missione consiste nell’immettere nei Territori Palestinesi Occupati etnie ritenute afferenti al popolo ebraico secondo credenze mitologiche prive di alcun fondamento scientifico. È emblematica, al riguardo, l’operazione Bnei Menashè in cui Elyahu Birnbaum svolse un ruolo di primo piano.

Sulla inconsistenza della ipotesi scientifica di una afferenza semitica dei Bnei Menashè ha speso parole definitive il genetista del Technion di Haifa Karl Skorecki. Ed invece essi vennero cinicamente usati in una operazione di colonizzazione dei Territori Palestinesi Occupati in cui vennero immessi in gran numero divenendo, ad esempio, l’etnia dominante a Gush Katif, nella striscia di Gaza.

Nel giugno 2003 la sinistra israeliana, tramite il ministro laburista per la Scienza e la Tecnologia Ofir Pines Paz, ottenne dall’allora ministro dell’Interno Avraham Poraz il congelamento dell’operazione Bnei Menashè.

Contro questa decisione si scagliò con forza Elyahu Birnbaum in una intervista rilasciata ad Arutz Sheva, alias Israel National News, la principale voce del Movimento per gli Insediamenti nei Territori Palestinesi Occupati. Più recentemente Elyahu Birnbaum si è speso per l’immissione nei Territori Palestinesi Occupati di un ingente numero di peruviani preventivamente convertiti.

Chi, come me, ha conosciuto personalmente a fondo Elyahu Birnbaum ha avuto il modo di apprezzare come egli sia una persona di straordinaria bontà personale, umanità e generosità.

La storia ci ha insegnato come a volte chi perpetra il male non sia un essere disumano ed abbietto ma una persona assolutamente normale, spesso anzi squisita sul piano personale, che si trova però ad essere un tassello di un ingranaggio più grande di lui. Così è per Elyahu Birnbaum di cui, pur apprezzando tutte le eccellenti doti personali, non può essere negato l’oggettivo ruolo nella strategia geopolitica che gestisce l’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi. Su tutto ciò il Gruppo di Studi Ebraici, e l’associazione Comunitattiva di cui è alleato, ha sollevato una vergognosa coltre di complice omertà.

Elyahu Birnbaum è stato assunto da un membro del Gruppo di Studi Ebraici, presidente del passato consiglio della Comunità Ebraica di Torino, e da esso portato in palmo di mano in un tripudio di entusiasmo privo di senso critico.

E poco importa se poco distante dalla lussuosa villetta ad Efrat in cui Elyahu Birnbaum risiede, munito di ogni confort dallo stereo ad alta fedeltà al lettore dvd col dolby surround, i palestinesi del campo profughi di Deisha vivono in condizioni igieniche precarie, con la corrente elettrica che funziona a momenti alterni e l’acqua potabile razionata dal sistema di regole discriminatorie in cui si estrinseca l’apartheid a cui essi sono soggetti magistralmente illustrato dal rapporto L’apartheid in Palestina. Il rapporto Human Right Watch sui territori arabi occupati da Israele pubblicato da Mimesis Edizioni nel 2012.

Il Gruppo di Studi Ebraici, anche tramite questo giornale, è impegnato da decenni in una assai meritoria battaglia finalizzata ad una composizione pacifica del conflitto israelo-palestinese basata sulla piattaforma politica dei “due popoli due stati”, alla pubblicizzazione degli Accordi di Ginevra ed all’appoggio al movimento di ebrei europei di sinistra JCall.

Ma quale credibilità resta a siffatto impegno a parole quando esso è stato smentito dai fatti in un tripudio di incoerenza?

 

20 giugno 2013

Gavriel Segre

 

 

Forse è opportuno premettere che a nostro parere il vivere ed operare nei Territori meriterebbe un qualche distinguo sul chi e come vi opera.

Detto questo, Rav Birnbaum a Torino ha ricoperto il ruolo di Rabbino Capo e non di leader ideologico. Le sue opinioni politiche, in particolare sul conflitto israelo-palestinese, presumibilmente diverse da quelle sostenute dal Gruppo di Studi Ebraici, hanno avuto pochissime occasioni di manifestarsi nel corso del suo triennio torinese; è comunque curioso notare che i suoi detrattori non hanno mai dato particolare peso a questi temi, anzi, in alcuni casi Rav Birnbaum ha ricevuto anche critiche “da destra” (per esempio quando ha espresso soddisfazione per l’accordo che ha portato alla liberazione di Ghilad Shalit); viceversa molti tra i suoi estimatori non hanno mai esitato a esprimergli apertamente opinioni diverse dalle sue.

Accade spesso che su determinati temi si creino alleanze tra persone che invece su altre questioni hanno idee opposte e magari si scontrano apertamente, e forse in parte questo è accaduto a Torino, dove la ricerca di un modello di comunità ebraica più aperto e inclusivo ha visto unite persone con idee diverse tra loro, in particolare sul conflitto mediorientale, tra cui molti membri del Gruppo di Studi Ebraici e della redazione di Ha Keillah; ma questa convergenza su un tema specifico non ci ha impedito in questi tre anni di continuare a portare avanti le nostre battaglie come sempre, anche denunciando apertamente la situazione nei Territori Occupati, come è stato fatto dettagliatamente sul numero scorso di Ha Keillah e su questo con i resoconti sul viaggio di JCall di Manuel Disegni e di Giorgio Gomel. Peraltro la questione posta da Gavriel Segre é stata discussa in redazione e anche all´interno di essa vi sono opinioni divergenti.

Va comunque detto che tra i rabbini italiani e quelli con cui l’ebraismo italiano ha avuto occasione di venire in contatto negli ultimi anni Rav Birnbaum si è dimostrato tra i più aperti e innovativi in molti campi. Forse vale la pena di chiederci: perché per trovare un rabbino che rispetti i diversi modi di vivere l’ebraismo presenti in una Comunità, che sia vicino anche agli ebrei “lontani”, che non faccia sentire le donne fuori posto e di troppo in ogni occasione festiva, bisogna andare a cercarlo fino ad Efrat?

HK

   

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