Libri

 

Attentato e dintorni

di Anna Segre

 

Nel 1982 avevo 15 anni; frequentavo l’Hashomer Hatzair e proprio in quell’estate, secondo le usanze del movimento, siamo diventati bogrim, “adulti”. Era nelle nostre mani il giornalino torinese Beiachad quando ci siamo trovati a dover commentare l’invasione israeliana del Libano, e non siamo stati troppo teneri: non abbiamo risparmiato critiche a Begin e a Sharon, forzando di fatto i nostri genitori del Gruppo di Studi ebraici e Ha Keillah a fare altrettanto. Intanto nella mia classe liceale mi trovavo a discutere e litigare dalla parte opposta, in difesa di Israele contro chi le negava il diritto all’esistenza o la paragonava senza tanti giri di parole alla Germania nazista. Dopo un’estate passata tra discussioni violente con i nostri coetanei shomrim di Milano e di Roma, che tendevano ad appoggiare Israele senza se e senza ma, arriva l’autunno più angosciante che ricordi (nel ’73 ero troppo piccola): prima la strage di Sabra e Chatila - e di nuovo discussioni a non finire sia di qua sia di là - e poi il 9 ottobre l’attentato alla sinagoga di Roma con l’uccisione del piccolo Stefano Gay Tachè; finito il tempo delle discussioni teoriche, ormai nel mirino c’eravamo proprio noi, gli ebrei italiani: da quella sera di fine shabbat in cui ci siamo recati in massa alla tefillà serale (tutti, anche i più “antireligiosi”), per dimostrare che noi ebrei siamo uniti non ci facciamo intimidire, non ho mai più smesso di sentire ogni mia entrata in un bet ha-keneset in Europa come un atto di sfida e un rischio calcolato, seppur minimo.

Chiedo scusa per l’introduzione personale, ma serve per far comprendere con quale spirito ho letto il libro di Arturo Marzano e Guri Schwarz Attentato alla sinagoga. Per me è stato un po’ come tornare indietro nel tempo a quell’estate di 31 anni fa, rivivendola però da adulta, senza i veli di inconsapevolezza e ingenuità della mia adolescenza, e sapendo come sarebbero andate in seguito le cose. Per di più il libro ci consente di capire anche cosa stava intorno a quei fatti, prima, durante e dopo; cosa non sapevamo noi adolescenti ma anche cosa ci stava dietro e non si sapeva, quali idee sono state evocate allora nell’immaginario collettivo degli italiani e come si sarebbero evolute.

Il titolo, come è stato anche fatto notare nella presentazione al Salone del Libro di Torino, può apparire sbilanciato rispetto al contenuto (chiarito comunque dal sottotitolo Il conflitto israelo-palestinese e l’Italia). L’attentato del 9 ottobre e le sue conseguenze, infatti, occupano solo l’ultimo capitolo, mentre quelli precedenti sono dedicati a ripercorrere le vicende del conflitto israelo-palestinese fino a quel momento, e in particolare dal 1967, l’atteggiamento dei partiti politici italiani, dei mass media e dell’opinione pubblica italiana in generale, degli ebrei italiani (non mancano riferimenti al nostro giornale e ai suoi due principali fondatori, Guido Fubini e Giorgina Arian Levi). Credo che gli autori abbiano voluto focalizzare fin dal titolo il punto di arrivo del discorso: nel 1982, l’anno che quasi tutti gli italiani ricordano per la vittoria nei mondiali di calcio, un bambino italiano di due anni è stato assassinato nel pieno centro di Roma per la sola colpa di essere ebreo. Un fatto che pochi ricordano (a parte gli ebrei), e che in qualche modo è stato rimosso dalla memoria della nazione, tanto che a lungo il nome di Stefano Gay Tachè non è stato incluso tra le vittime del terrorismo (solo recentemente il Presidente Napolitano ha posto fine a questa inspiegabile esclusione). Come si è potuti arrivare a un evento così orribile? A questa domanda il libro cerca di rispondere.

Molto interessante la ricostruzione dell’atteggiamento dell’Italia (presa in mezzo tra il desiderio di tenere buoni rapporti con il mondo arabo e la contemporanea esigenza di non scontentare gli Stati Uniti) e delle attività degli israeliani e soprattutto dei palestinesi sul suolo italiano, dove a quanto pare era stata garantita a entrambi i contendenti libertà di azione (anche di compiere attentati) purché non fossero coinvolti civili italiani (garanzia inquietante e comunque non rispettata); scopriamo tra l’altro i contatti delle Brigate Rosse e di altri gruppi con l’OLP, ma occasionalmente anche con il Mossad (anche se i loro discorsi ufficiali erano sempre a favore dei palestinesi, anzi, si istituivano volentieri parallelismi tra le due lotte armate, quella italiana e quella palestinese, presentate entrambe come legittime eredi della Resistenza). Fino alla domanda inquietante, oggetto in quei giorni di interrogazioni parlamentari ma che non ha mai avuto una risposta esauriente (che anche gli autori rifiutano saggiamente di fornire): perché quel 9 ottobre 1982 fuori dalla sinagoga non c’era la polizia benché la comunità ebraica l’avesse esplicitamente richiesta e ci fossero già stati in precedenza episodi antisemiti? Sarebbe dunque possibile immaginare che lo Stato italiano fosse al corrente dell’attentato e avesse consapevolmente condannato a morte alcuni dei propri cittadini? Un’ipotesi avanzata nel corso della presentazione al Salone del Libro ma davanti alla quale gli autori hanno invitato alla cautela.

Molto interessante anche l’analisi dell’evoluzione dell’atteggiamento verso Israele dei singoli partiti, dovuto spesso a dinamiche di vario genere, a motivazioni di politica italiana e internazionale che con il conflitto avevano ben poco a che fare, e a volte anche al desiderio di distinguersi da altri partiti; per esempio è interessante come il PCI si sia ammorbidito nelle sue critiche a Israele man mano che il PSI di Craxi abbandonava la linea originariamente filoisraeliana seguita da Nenni: un ripensamento e un riposizionamento di cui non sempre nel mondo ebraico gli è stato dato atto nel modo dovuto e che invece gli autori analizzano attentamente. Oggi è curioso ricordare che fino al 1967, e anche oltre, l’opinione pubblica italiana era tendenzialmente a favore di Israele, con l’eccezione del PCI e della sinistra extraparlamentare.

Interessantissima anche l’analisi del linguaggio usato in molti giornali italiani, e ancora di più nelle vignette satiriche: in quell’estate dell’82 - spiegano gli autori - sono nati molti degli stereotipi che durano ancora oggi - per esempio quello delle vittime che si trasformano in carnefici - ma espressi con un linguaggio diretto che oggi per fortuna sarebbe impensabile, almeno sui grandi quotidiani dove allora si trovava in abbondanza, con paragoni espliciti tra israeliani e nazisti, o l’uso disinvolto di stereotipi dell’antisemitismo di matrice cattolica. Quest’ultimo elemento oggi appare più raramente, a mio parere perché nell’immaginario collettivo la parte della religione crudele e vendicativa a cui contrapporre il cristianesimo buono e pacifico è stata progressivamente assunta dall’Islam, in particolare dopo l’11 settembre.

Gli autori si muovono con un equilibrio che mi è parso miracoloso tra temi complessi, che ancora oggi suscitano passioni violente: dove sta il confine tra antisionismo e antisemitismo? Quanto e come è lecito criticare Israele? Quale immagine di Israele prevaleva e prevale oggi nell’opinione pubblica italiana? E nella sinistra? Oggetto di questo libro - scrivono gli autori - è il ruolo giocato dal conflitto israelo-palestinese nella costruzione delle ideologie, nella pratica politica e dell’immaginario collettivo dell’Italia repubblicana. La centralità del conflitto nel discorso pubblico è stata spesso dovuta a fattori esterni al conflitto stesso, a letture della storia in cui prima gli ebrei e poi i palestinesi incarnavano il ruolo delle vittime innocenti o quello dei nuovi partigiani; oppure a riflessioni sul colonialismo e sull’imperialismo, sugli USA e sul’URSS, sulla memoria dello sterminio nazifascista e sulle responsabilità dell’Europa. Insomma, in tutti i discorsi sul conflitto mediorientale ciò che davvero accadeva in Medio Oriente entrava poco o nulla. Da questo punto di vista le cose dopo 31 anni non mi sembrano molto cambiate.

Anna Segre

 

Arturo Marzano, Guri Schwarz – Attentato alla sinagoga. Roma, 9 ottobre 1982. Il conflitto israelo-palestinese e l’Italia – Viella 2013 – pp. 237 – 20

 

   

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