Libri

 

Joseph Roth

 di Tullio Levi

 

“È come se da quel tavolino dove amava rifugiarsi per scrivere, si sprigionasse disperata la voce sincera della letteratura nella modernità”. Con queste parole Marino Freschi dà la prima pennellata di un quadro volto a fare il punto sullo stato dell’arte degli studi su Roth: è un quadro da cui la sua figura letteraria e profetica emerge, una volta di più, in tutta la sua grandezza e originalità. Uno tra i primi ad accorgersi della rilevanza del fenomeno Roth fu Claudio Magris che, dopo aver dato alle stampe nel 1963 “Il mito asburgico nella letteratura austriaca moderna”, nel 1971 con il suo celebre “Lontano da dove. Roth e la tradizione ebraicoorientale”, richiamò l’attenzione su un autore che quei due mondi aveva sublimato ed il cui comune tragico destino aveva, del primo narrato e del secondo prefigurato.

Come ricorda lo stesso Freschi, in realtà il primo a riscoprire Roth fu lo studioso americano David Bronsen che nel 1954, in una libreria antiquaria di Vienna si imbatté nei romanzi di Roth, pressoché scomparsi dalla memoria e soprattutto “dagli scaffali”. Bronsen si rese subito conto della straordinaria vena narrativa ed evocativa contenuta in quelle opere, ma furono necessari vent’anni perché uscisse il suo fondamentale lavoro su quell’autore che tanta passione aveva suscitato in lui. Eravamo infatti nel ’74, erano trascorsi tre anni dall’uscita della monografia di Magris e finalmente a Roth era stato riassegnato il posto che gli competeva nel panorama della letteratura europea del ’900. Da quel momento in poi gli studi a lui dedicati sono cresciuti a dismisura e la sua vastissima produzione letteraria, giornalistica ed epistolare è stata oggetto di approfondimento, di divulgazione ed è entrata nel cuore e nella mente di milioni di lettori. Quelle di Bronsen e di Magris comunque non furono altro che una riscoperta perché, durante tutta la sua vita, il successo aveva sempre arriso a Roth e alle sue opere, un gran numero delle quali venne pubblicata a puntate sui più importanti giornali dell’epoca; ancor più, la richiesta era tale che molte di esse vennero pubblicate ancor prima che la stesura fosse stata completata.

Marino Freschi inizia il suo libro ponendo l’accento su una peculiarità di Roth, la “mitomania”: una passione disinibita che lo porta a raccontare se stesso e la propria vita con modalità diverse e spesso contrastanti, dettate dalle continue incursioni della sua irrefrenabile fantasia nella realtà della sua vicenda umana: e così talvolta anziché ebreo si definisce cattolico, modifica in continuazione la descrizione dei personaggi del padre e della madre, si dichiara un pluridecorato ufficiale dell’esercito austroungarico, si inventa di essere stato prigioniero in Siberia e combattente dell’armata rossa.

Com’è noto, il filo conduttore che percorre tutta l’opera di Roth è quello della nostalgia per il mondo austroungarico al cui crollo aveva assistito e da cui era stato travolto e per il mondo ostjüdisch la cui scomparsa sentiva imminente; ma è anche quello dell’angoscia per l’affacciarsi sulla scena europea di quei nazionalismi in cui egli, da vero profeta, coglieva chiaramente tutto l’orrore di cui sarebbero stati portatori. Freschi analizza questo filo conduttore e ne rivela le molteplici, talvolta inusitate, sfaccettature. Innanzitutto i valori che costituivano l’essenza dell’impero asburgico al cui vertice stava il venerato Francesco Giuseppe “rappresentante carismatico dell’autorità, dell’ordine divino e non di quello imposto con brutale violenza dai totalitarismi dei dittatori del tempo o quello sotterraneamente istituito… dal capitalismo”. Valori che per Roth - in cui la verità poetica aveva sempre il sopravvento su quella storica - si concretizzavano nell’ordine, nella salvaguardia delle tradizioni, nel rispetto per tutte le popolazioni dell’impero, compresa quella ebraica, e dunque nella sovranazionalità. Una sovranazionalità che a suo modo di vedere, accomunava due mondi apparentemente così lontani, quali quello sfavillante della Vienna asburgica e quello misero degli shtetl sparsi in tutta l’Europa centroorientale al di qua e al di là dei confini dell’impero, tra popolazioni di tutte le etnie. Due mondi che per di più, come abbiamo visto, erano accomunati da un analogo destino di scomparsa.

Dall’esecrazione per ogni forma di nazionalismo, al cui vertice si collocava quello tedesco, non si salvava nemmeno il sionismo che per Roth, pur conscio delle ragioni contingenti che spingevano molti ebrei ad abbracciarne la causa, rappresentava la rinuncia alla sofferta missione salvifica assegnata alla dispersione del popolo ebraico e il suo ripiegamento su ideologie foriere di immiserimento e di disgrazia. In una lettera del 1935 scritta all’amico Stefan Zweig, in cui spiega il rifiuto ad intervistare Chaim Weizman per conto della Frankfurter Zeitung, arriva addirittura a ipotizzare “una paradossale, grottesca equipollenza tra sionismo e nazismo”; a sua parziale discolpa si può solo addurre il trauma provocato in lui dalla presa del potere da parte di Hitler.

Che Roth non fosse uomo da “mezze misure” risulta comunque evidente non solo da questo pesante accostamento, ma anche da altre sue prese di posizioni, quali la rottura con i tanti colleghi scrittori che, diversamente da lui, continuavano a pubblicare le loro opere presso editori della Germania nazista o la condanna senza appello del protestantesimo “opera di un tedesco del nord” che con lo scisma luterano ha attraversato “la storia d’Europa distruggendone l’unità spirituale con quella teutonica brutale violenza che torna con Hitler”. Così come altrettanto netta fu, dopo una primitiva infatuazione, la definitiva presa di distanza dal socialismo sovietico di cui aveva compreso la vera natura fin dal 1926 a seguito di un soggiorno in URSS in qualità giornalista.

Un’altra peculiarità di Roth su cui Freschi si sofferma è quella del “nomadismo”: un uomo che una volta perduta la sua “heimat” il suo “paese”, il suo “focolare”, che è cosa ben diversa dalla “vaterland” cioè la “patria” da lui aborrita, non è più di casa in nessun luogo e trasforma la sua vita in un carosello di spostamenti da un albergo all’altro e da una località all’altra: Rapperswill sul lago di Zurigo, la stessa Zurigo, Marsiglia, Nizza, Sanary sur Mer, Amsterdam, Bruxelles, Ostenda, Wilna, Lemberg, Varsavia e infine Parigi. Un nomadismo che coinvolge e condiziona anche la sua turbolenta vita sentimentale e che permea di sé l’intera sua narrativa popolata di personaggi quali l’emblematico Franz Tunda di “Fuga senza fine”, “sempre in fuga, senza una meta, senza un focolare, senza una donna, senza una patria”, come annota Freschi.

Freschi ci racconta ancora dell’idiosincrasia di Roth per il cinema; in una lettera del 1934 a Stefan Zweig scriveva: “Il film non è solo una apparizione temporanea. Può rendere felici gli uomini e anche il diavolo qualche volta ci riesce. Sono fermamente convinto che nell’ombra quasi vivente si manifesti il diavolo…. Con il cinema comincia il ventesimo secolo, ovvero: il preludio del tramonto del mondo…”. Parlava di cinema… ma forse preconizzava l’avvento dell’era della televisione!

E ancora l’alcolismo quale altra componente della personalità di Roth: una dipendenza totalizzante che lo condurrà ad una morte prematura ma che non è percepita come un vizio da cui cercare di sottrarsi, bensì quale una condizione che “....produce quello stato di liberazione evocativo della fantasia, che gli permette momenti di straordinaria creatività narrativa…”. Uno stato psichico, quello indotto dall’alcool che certamente è alla base di tante narrazioni in cui l’elemento onirico si mescola con quello fattuale conferendo alla poetica rothiana toni che si avvicinano a quelli chagalliani.

Nel suo libro Freschi rivisita tutte le opere di Roth con brevi sintesi volte non tanto a riassumerle quanto a cogliere in esse il costante filo conduttore, gli elementi focali che le caratterizzano e che rendono indimenticabili e vividi le situazioni, le vicende e i personaggi scaturiti dalla sua inesauribile fantasia: il tutto integrato da citazioni e da analisi di documenti, articoli di giornale e lettere, fondamentali ai fini di una più profonda comprensione della narrativa e della personalità di questo straordinario autore.

Per concludere, un ultimo pregio del libro di Freschi è quello di fornire l’elenco completo delle opere di Roth e un’esauriente, impressionante bibliografia.

Tullio Levi

 

Marino Freschi: Joseph Roth - Liguori Editore 2013 - pag. 273 - € 19,90

 

    

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