Libri

 

Restituire un nome

 di Paola De Benedetti

 

Il titolo - Deportati italiani nel lager di Majdanek - non è accogliente: fa pensare ad un testo per ricercatori o specialisti; invece il racconto delle circostanze che hanno dato origine all’iniziativa, del modo in cui si è svolta la ricerca, delle storie individuali, dell’incontro con i familiari che sovente non conoscevano la sorte dei loro cari scomparsi dopo l’8 settembre, coinvolge anche emotivamente il lettore.

La ricerca degli italiani deportati nel lager di Majdanek nasce da un Viaggio della Memoria dell’Istituto Tecnico per Geometri Guarino Guarini di Torino; questo lager, situato in un sobborgo di Lublino, nella Polonia orientale, “che, secondo le statistiche ufficiali tedesche nell’agosto 1943 aveva il più alto tasso di mortalità rispetto a tutti i campi di concentramento”, è poco frequentato dai gruppi di studenti italiani: la consapevolezza e l’interesse dimostrati dai ragazzi hanno portato l’archivista del Museo del lager a consegnare loro l’elenco dei deportati italiani che erano stati registrati nel campo; “la prima lista completa degli italiani deportati a Majdanek è arrivata in Italia nel 2008 insieme a noi … insieme ai ragazzi della nostra scuola”. Quell’anno è partita la ricerca proseguita l’anno successivo con gli studenti che hanno esaminato, studiato e schedato i dati e i documenti conservati negli archivi del Museo, ricerca poi portata a termine dai due docenti, Antonella Filippi e Lino Ferracin; lo scopo era di restituire un nome e una storia ai deportati di Majdanek, scomparsi e dimenticati dalle istituzioni. Attraverso l’elenco dei trasporti, i numeri di matricola assegnati nei lager da cui i prigionieri erano passati (nessun trasporto dall’Italia era diretto a Majdanek), dagli elenchi del Libro dei morti di Majdanek, dai documenti personali trovati negli archivi dei lager, attraverso la ricerca presso istituti storici, presso le autorità militari, presso le anagrafi dei paesi di origine o di residenza, con i documenti e le informazioni fornite dalle famiglie, sono state ricostruite le schede di 227 deportati. “Nel Museo di Majdanek non sapevano chi erano i prigionieri italiani e perché fossero giunti in Polonia; ora tutta la documentazione che abbiamo raccolto andrà ad arricchire gli archivi del lager, affinché rimanga memoria anche di loro”.

Credo di poter definire pietas lo spirito con il quale sono raccolte in un capitolo le “Storie di uomini”, ricostruzione della vita dei pochi salvati, di tanti scomparsi. Con vicende a volte toccanti, quale quella di Battista Soderini, abbandonato alla nascita, detenuto per diserzione a Gaeta, trasferito a Peschiera, e di qui deportato, con tutti gli altri militari detenuti, prima a Dachau, poi a Majdanek e morto probabilmente ad Auschwitz, di cui nessuno in Italia ha chiesto notizie: di lui, dichiarato “non reperibile” nel censimento del 1951, sono rimasti soltanto una fotografia e il ricordo che il libro gli dedica. O vicende che hanno del surreale: tra i salvati troviamo il soldato meridionale che, rientrato in Italia dalla deportazione, si presenta al distretto militare in Veneto, ottiene una licenza di 60 giorni per riabbracciare la famiglia, ma deve poi tornare per completare il servizio di leva; o il soldato prelevato dai tedeschi dal carcere di Peschiera, che al rientro “presentatosi al distretto militare fu, malgrado la lunga e terribile deportazione, incredibilmente ancora incarcerato per portare a termine la condanna per diserzione”; al periodo di detenzione era stato aggiunto “ il periodo di libertà illegale” così definito il periodo trascorso nel lager.

In appendice sono riportate le memorie di Carmelo Arno Marino, trascritte da una copia del manoscritto consegnato agli autori dalla figlia, “in una personalissima lingua in cui sembra di sentire ancora la voce di Carmelo Marino”: ci racconta con tanti dettagli lo sbandamento dell’8 settembre, l’arrivo dei tedeschi nella caserma di Peschiera, l’ordine di consegnare le armi, un tentativo di resistenza (“nella sparatoria che si a svolto sono morti otto soldati Italiani e due soldati tedeschi”), la fuga, la cattura in un rastrellamento condotto dai tedeschi con collaboratori italiani (“i fascisti”), la deportazione come conseguenza del rifiuto di firmare la domanda di combattere a fianco dei tedeschi, i patimenti, la fame, il freddo, il lavoro forzato a Dachau e a Flossemburg.

Paola De Benedetti

 

Antonella Filippi, Lino Ferracin - Deportati italiani nel lager di Majdanek - Silvio Zamorani Editore - € 32

 

Vav Outlook (scultura di G.Levy)

   

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