Prima pagina

 

Dal ’14 al ’14

 di Anna Segre

 

L’Europa del 1914 e l’Europa del 2014: quali le differenze? Immaginare un possibile svolgimento del tema storico proposto all’esame di stato può avere risvolti inquietanti: un’Europa in pace da molti decenni, una diffusa cultura cosmopolita, continui viaggi e contatti tra gli intellettuali, ma al contempo in molti paesi partiti e movimenti nazionalisti che, pur non maggioritari, acquistano forza in modo impensato.

Gli ebrei emancipati e ben integrati nella società, ma qua e là segnali inquietanti di un antisemitismo mai sopito. Naturalmente il gioco dei confronti storici è sempre forzato e le differenze sono evidenti, ma non è scontato che giochino sempre a favore del 2014: nel 1914 gli ebrei si apprestavano combattere su fronti opposti, ciascuno vestendo orgogliosamente la divisa del proprio paese, di cui si sentiva cittadino a tutti gli effetti. Nel 2014 la vigilia delle elezioni europee è stata insanguinata dall’attentato di Bruxelles, le cui quattro vittime proseguono uno stillicidio di morti ebrei che sembra inarrestabile. Un antisemitismo diffuso che appare in crescita, che si manifesta anche in paesi con una presenza ebraica poco rilevante come la Spagna (ce ne parla Manuel Terracini), e che si rivela presente con una virulenza inimmaginabile tra le nostre stesse forze dell’ordine (come risulta da un libro recentemente pubblicato sui fatti di Genova del 2001 recensito da Emilio Jona; va detto, peraltro, che l’antisemitismo ostentato senza vergogna dai poliziotti non è neppure la più grave tra le circostanze che emergono dal libro).

Anche i risultati delle elezioni europee, con il trionfo di partiti populisti, antisemiti e xenofobi, appaiono molto inquietanti, tanto da far venire talvolta l’impulso di domandarsi se la millenaria storia della presenza ebraica in Europa non stia avviandosi lentamente ma inesorabilmente verso il capolinea, con gli ebrei sempre più propensi a lasciare un continente che sembra incapace di liberarsi della propria tradizionale ostilità.

In questo contesto tutt’altro che roseo sembra che una volta tanto sia proprio l’Italia ad offrire una nota di speranza, con il ridimensionamento dei partiti populisti e la vittoria di una forza democratica e convintamente europea.

Vale la pena rilevarlo perché è un fatto straordinario nella quasi quarantennale storia di Ha Keillah: abituati da sempre ad essere minoranza, e spesso minoranza nella minoranza, molti di noi nella notte del 25 maggio si sono scoperti improvvisamente elettori di un partito vittorioso con percentuali impreviste e inimmaginabili; avendo votato il Partito Democratico senza troppo entusiasmo e magari senza troppa convinzione ci siamo ritrovati un po’ sconcertati e sorpresi sul carro dei vincitori, elettori di un partito che può permettersi di far sentire la propria voce in Europa e di negoziare con le altre forze presenti nel parlamento italiano da una posizione di netto vantaggio.

È ancora presto per dire se davvero questa sia la strada giusta, se paradossalmente un premier che offre un’immagine di sé meno connotata a sinistra sarà proprio quello che riuscirà a fare le cose più “di sinistra” perché più libero dalle necessità di mediare con altre forze politiche. Sta di fatto che, una volta tanto, siamo un po’ meno minoranza del solito.

E questo forse comporta anche un certo grado di responsabilità, in particolare nell’ambito dell’ebraismo italiano, all’interno del quale si svolgono dinamiche che non possiamo permetterci di ignorare (per questo abbiamo intervistato il Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna).

Come sempre, poi, non possiamo fare a meno di occuparci di Israele: al di là degli eventi giorno per giorno (mentre andiamo in stampa si piangono le assurde uccisioni dei giovani Eyal, Gilad, Naftali e Mohammed), ogni giorno vediamo la soluzione in cui abbiamo sempre creduto e crediamo, due stati per due popoli, sempre più difficile da raggiungere.

Ma qui si apre un discorso molto più ampio e complesso, che tratteremo nei prossimi numeri.

Anna Segre

 

 

Share |