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Pregare a Gerusalemme
Un privilegio o un diritto?

 di Bruno Segre

 

 

A Gerusalemme, giusto un anno fa, la mattina del 9 giugno 2013, poco dopo l’alba varie centinaia di persone erano assiepate davanti al Kotel per celebrare Rosh Chodesh, il primo giorno di Tammuz. Accalcate nella folla si distinguevano circa trecento ‘Donne del Muro’ che, avvalendosi per la prima volta della protezione offerta dalla polizia, raggiunsero attorno alle sei e mezza la sezione della spianata riservata alle donne. Indossavano il talled, i tefillin e la kippah. Una decisione assunta per non violare il regolamento in vigore le aveva dissuase in extremis dal recare con sé i rotoli della Torah.

Qualche settimana prima, la Corte Distrettuale di Gerusalemme, impersonata dal giudice Moshe Sobel, aveva pronunciato una sentenza con la quale sanciva, letteralmente, che "non costituisce una violazione del ‘costume locale’ il fatto che donne, nel settore del Kotel a loro riservato, preghino a voce alta, indossino scialli di preghiera e portino filatteri."

Pertanto, nella mattina di un anno fa, protette dai poliziotti, le Donne del Muro - un gruppo femminile e femminista, a orientamento pluralistico - diedero corso alla loro liturgia e, evitando fastidiosi incidenti, riuscirono a far valere il principio della parità dei diritti per uomini e donne, forti del fatto che la Torah non vieta espressamente alle donne di pregare con le stesse ritualità riservate per tradizione agli uomini.

L’evento segnò, nella vicenda dell’Israele contemporaneo, una data storica. Anat Hoffman, che da molti anni presiede e guida il movimento delle Donne del Muro, rilevò con soddisfazione che i haredim che frequentano in massa il sito sembravano accennare ad abituarsi alla loro presenza.

Mi preme qui ricordare che il Kotel funziona di fatto come una grande sinagoga a cielo aperto, sui cui servizi religiosi veglia da parecchi anni rav Shmuel Rabinowitz, custode cauto e guardingo di un rigida ortodossia. Le Donne del Muro, che appartengono storicamente a diversi settori del mondo religioso - ortodossi, reform, conservative - non aspirano ad altro che a poter pregare come gli uomini, e preferibilmente per conto loro. Ma nell’ebraismo tradizionale le donne non pregano a voce alta, non leggono la Torah. E quindi le Donne del Muro, quand’anche si posizionino nella sezione femminile della spianata, con la loro voce salmodiante disturbano la comunità ultra-ortodossa maschile, strettamente collegata con i rabbini che sopravvedono alle liturgie del Kotel. E ne urta la sensibilità, al punto da indurli a chiedere l’intervento delle forze dell’ordine, o a tentare talvolta di ‘farsi giustizia’ da sé, causando disordini.

 

Una lunga battaglia legale

Il gruppo delle ‘Donne del Muro’ nacque circa un quarto di secolo fa sulla base di una contestazione contro il regolamento tradizionale ma anche contro la legislazione israeliana che, oltre a prevedere la divisione di genere al Kotel, stabiliva per le donne, all’interno della sezione a loro dedicata, una serie di severe restrizioni. Il 1° dicembre 1988, una settantina di persone di sesso femminile osò spingersi fino al Kotel con l’intenzione di pregare come fanno gli uomini. E lungo l’arco degli anni, a ogni Rosh Chodesh decine di donne religiose sono andate ritrovandosi in una comune preghiera di gruppo recitata ad alta voce, e ogni mese hanno subito aggressioni o sono state arrestate.

Nel 1997, quando gli scontri e le violenze presso il Muro raggiunsero il loro apice, le militanti del movimento decisero di rivolgersi alla Corte di Giustizia israeliana iniziando una lunga battaglia legale. Con una sentenza del 2002, la Corte stabilì in un primo momento che le donne godevano della facoltà di pregare in gruppo e leggere la Torah nella sezione femminile del Kotel.

Ma un anno più tardi i giudici della Suprema corte tornarono sulla loro decisione in seguito a una dura reazione dei haredim, che andavano proponendo un disegno di legge per punire le donne ‘emancipate’ con una pena fino a sette anni di carcere. Così, con una nuova sentenza del 2003, i divieti, che un tempo erano regolamentati dalla semplice tradizione, vennero fissati addirittura per legge: la Corte stabilì che, per ragioni di ordine pubblico, nell’area principale del Muro, alle donne era proibito leggere la Torah a voce alta e vestire gli indumenti di preghiera tradizionali. Sottolineo: "per ragioni di ordine pubblico."

Nel corso degli anni le Donne del Muro hanno ricevuto il sostegno di molte comunità ebraiche nel mondo e hanno ottenuto il favore caloroso delle femministe, soprattutto statunitensi. La loro rivendicazione divenne particolarmente popolare dopo che, nel febbraio 2013, la celebre attrice comica americana Sarah Silverman, rivolgendosi mediante un tweet ai quattro milioni di suoi lettori, condivise con loro l’orgoglio famigliare per l’arresto della sorella Susan e della nipote Hallel, entrambe residenti in Israele e militanti delle Donne del Muro. Il tweet di Silverman ebbe la virtù di suscitare presso un nucleo significativo di congregazioni religiose in ogni parte degli Stati Uniti una campagna d’opinione, tesa a sostenere con vigore una più larga tolleranza religiosa in Israele, e in particolare a sottrarre il Kotel alla gestione monopolistica degli ultra-ortodossi, evitando che esso si trasformi in un luogo di contese, teatro di divisioni, di controversie e, talvolta, di disordini plateali.

 

Il progetto Sharansky: tre settori

A un certo punto, finalmente, la questione venne presa in considerazione anche dal primo ministro Benjamin Netanyahu, che si rivolse a Natan Sharansky, presidente dell’Agenzia ebraica, invitandolo a studiare il problema e a trovare una soluzione.

Il progetto che Sharansky ha presentato al primo ministro e a tutte le parti in causa prevede di raddoppiare al Kotel lo spazio riservato alla preghiera, ampliandolo verso sud fino all’arco di Robinson, che ai tempi di Erode costituiva, sul lato occidentale del Monte del Tempio, l’accesso più meridionale al Tempio stesso. Lo spazio ai piedi del Kotel, attualmente suddiviso in due settori, uno per i maschi e uno, più ristretto, per le femmine, si dovrebbe ripartire in tre aree distinte: una per gli uomini, una per le donne e una destinata a una fruizione mista, genericamente definita "per la preghiera non conforme alle norme del giudaismo ortodosso". Per realizzare questo terzo spazio il progetto Sharansky prevede di mettere mano, come ho già detto, alla zona dell’arco di Robinson: cioè andrebbe a toccare una zona delicatissima, che è attualmente luogo di scavi archeologici e si trova a un livello inferiore rispetto a quello della spianata del Kotel.

Nel suo insieme questo piano, che nelle intenzioni di Sharansky vorrebbe, e forse potrebbe delineare un compromesso suscettibile di accontentare in buona misura gli uni e le altre (ossia gli ultra-ortodossi da un lato, e le Donne del Muro dall’altro, con il variegato ventaglio delle loro sensibilità), in effetti non ha saputo suscitare sin qui convinti consensi. Anzi, sta incontrando una diffusa perplessità e, di fatto, sembra destinato a cadere. A ogni modo, sia pure in un clima denso di tensioni, di polemiche, di dibattiti, le trattative proseguono proprio sulla base delle proposte di Sharansky, nella speranza di approdare a una soluzione che accontenti, possibilmente, una maggioranza dei contendenti.

Da molti mesi la sede ufficiale dei negoziati è una commissione governativa presieduta dal Segretario di Gabinetto Avichai Mendelblit, già capo dell’avvocatura generale delle Forze armate. È in questa sede che si discute con passione di ogni più minuta sottigliezza. E, come tutti sappiamo, è proprio nelle minuzie che si annidano le difficoltà più insuperabili, le più perverse fra le insidie. Insomma, gli ostacoli con i quali questa commissione si sta confrontando sono numerosi e di varia natura. Vediamone alcuni.

Le Donne del Muro, che inizialmente si erano dichiarate pronte a collaborare e ad accettare nelle grandi linee il progetto Sharansky, rifiutarono addirittura di partecipare ai lavori della Commissione e se ne ritirarono allorché la leader del movimento, Anat Hoffman, si rese conto che quel progetto non teneva conto delle esigenze delle femministe ortodosse, costituenti una frangia significativa del suo gruppo. Per le femministe ortodosse, infatti, il pregare per conto loro, tra donne, senza doversi mescolare con oranti di sesso maschile, costituisce un principio non negoziabile. E di qui il loro inflessibile rifiuto di abbandonare il settore del Kotel destinato alle donne.

Non molto tempo dopo, però, la stessa Anat Hoffman si vide costretta a operare un autentico voltafaccia, a riprendere a negoziare sedendo attorno a uno stesso tavolo con gli altri membri della Commissione Mendelblit e a riaderire all’idea di pregare in un’area del Kotel destinata a una fruizione mista, senza distinzione tra i generi. Ciò che la indusse a questo rovesciamento di posizioni fu la minaccia della revoca della sentenza grazie alla quale alle Donne del Muro era stato concesso di indossare il talled e di portare i tefillin. Il voltafaccia di Hoffman, tuttavia, non fu privo di effetti collaterali pesantemente negativi: la storica leader si vide accusata né più né meno che di tradimento da un nucleo di militanti della prima ora, le quali diedero vita a un gruppo scissionista che definisce se stesso "Le Donne del Muro originarie" e che non ha esitato ad affrontare Hoffman e le sue compagne sul piano legale, ingaggiando un avvocato e a un’agenzia di pubbliche relazioni.

Prima ancora che le "Donne del Muro originarie" si costituissero in gruppo autonomo, attorno al Kotel si agitava un’altra organizzazione denominata "Donne per il Muro", un manipolo di donne ultra-ortodosse decise a opporsi con ogni possibile mezzo alle Donne del Muro e alla loro versione femminista di ebraismo. Appoggiate da un gruppo di rabbini ortodossi nordamericani, costoro si sono a lungo date da fare per radunare ogni mese una folla disposta a sommergere le Donne del Muro nel momento in cui queste si incontravano al Kotel. In tempi più recenti, le Donne per il Muro sembrano imprimere una minore intensità alle loro operazioni di disturbo, forse perché paghe di assistere alle lotte intestine nelle quali le stesse Donne del Muro si stanno ora dilaniando.

Rav Shmuel Rabinowitz, il rabbino del Kotel che amici e avversari concordemente definiscono oppositore roccioso di qualsiasi espressione di ebraismo diversa dall’ortodossia, finché ha potuto ha opposto alle Donne del Muro ogni umana resistenza. Ma avendo dovuto incassare da loro, l’anno scorso, una sconfitta cocente quando la Corte Distrettuale di Gerusalemme sancì che "non costituisce una violazione del ‘costume locale’ il fatto che donne, nel settore del Kotel a loro riservato, preghino a voce alta, indossino scialli di preghiera e portino filatteri", l’implacabile rabbino ha cercato di prendersi su queste femministe militanti una rivalsa, impedendo loro di realizzare una delle loro massime aspirazioni: quella di leggere la Torah ai piedi del Kotel. Sulla base delle normative attualmente in vigore, a coloro che celebrano servizi religiosi al Kotel non è consentito recare con sé da fuori i rotoli della Torah. Coloro che desiderano compiere letture dalla Torah devono avvalersi di uno dei rotoli che si trovano in gran numero a disposizione nel settore del Kotel riservato agli uomini. Ma ogni qual volta le Donne del Muro hanno richiesto o richiedono di poter disporre di un rotolo, la risposta di Rabinowitz è stata un diniego. Per giunta, in più d’un’occasione, mentre le donne stavano tenendo la loro celebrazione mensile, ha consentito che nel settore maschile si utilizzassero megafoni proprio al fine di soffocare nel frastuono la preghiera che si levava ad alta voce dal settore femminile.

 

L’iniziativa di Bennet

Un altro personaggio in grado di esercitare una influenza significativa sulle possibili soluzioni da dare a questa vicenda è Naftali Bennett, il fondatore e leader del partito di destra Habayit Hayehudì, erede dello storico partito nazional-religioso, nonché autorevole membro del governo, all’interno del quale regge il ministero dell’Economia e quello dei Servizi Religiosi con delega per gli affari di Gerusalemme e della Diaspora. È Bennett, quindi, l’uomo che a un livello politico molto elevato dispone degli strumenti più idonei per indirizzare nell’una o nell’altra direzione la gestione del Kotel, cioè di un sito che, rispetto alla città santa di Gerusalemme, ha il privilegio di collocarsi nella posizione di epicentro e che, nell’immaginario di noi, ebrei della diaspora, gode di un prestigio e di un fascino senza eguali. Ebbene, alla vigilia dell’ultimo Rosh HaShanah il potente ministro Bennett, agendo in totale autonomia, senza consultare dunque gli altri membri del governo, ha deciso che nei pressi dell’arco di Robinson venga edificata una rampa con i connotati di provvisorietà di una struttura metallica, destinata ai servizi religiosi ‘misti’, senza distinzione tra i generi, a specifico vantaggio degli ebrei conservative e reform.

Mi sorge ora impellente un interrogativo. Quali motivazioni possono seriamente spingere un nazional-religioso di rigida osservanza ortodossa qual è Bennett a spendere tanto tempo e tante energie e, in prospettiva, a prevedere l’investimento di tante risorse pubbliche al precipuo scopo di soddisfare, sul terreno dell’organizzazione liturgica, le esigenze delle due principali espressioni dell’ebraismo non ortodosso? Francamente, non sono in grado di dare a questa domanda una risposta plausibile. Posso soltanto riferire, qui, una spiegazione che varie fonti israeliane tendono ad accreditare. Bennett, secondo tali fonti, sarebbe interessato a portare al Kotel il maggior numero possibile di ebrei purchessia, non tanto perché il sito in sé gli stia particolarmente a cuore, quanto perché l’afflusso di masse crescenti di ebree ed ebrei in preghiera gli offrirebbe lo spunto per rivendicare la piena fruizione di ciò che sta al di sopra del Kotel, ossia della Montagna del Tempio.

Ma a questo punto il discorso cambia registro, e io non mi sento di avventurarmici. Caso mai, vedrò di mettere un discorso di questo tipo a tema per il prossimo Limmud, se mai mi accadrà di potervi partecipare.

Per concludere in modo degno il racconto che vi ho sommariamente ricostruito quest’oggi, mi fa piacere citare un breve brano tratto dalla dichiarazione che Anat Hoffman, l’infaticabile leader delle Donne del Muro, pronunziò al termine della liturgia celebrata con successo dal suo gruppo al Kotel un anno fa - dichiarazione che preconizza la diffusione di un ebraismo pluralista, aperto, tollerante, inclusivo: "Oggi le Donne del Muro hanno liberato il Kotel per tutto il popolo ebraico. […] L’abbiamo fatto per la grande varietà degli ebrei che vivono nel mondo, tutti meritevoli di pregare al Kotel, ciascuno secondo la propria fede e il proprio costume".

Bruno Segre

 

Intervento tenuto il 2 giugno 2014 a Firenze nell’ambito di Limmud.

Nel dibattito che è seguito sono emerse altre interessanti testimonianze e informazioni, tra cui la partecipazione crescente al gruppo di donne israeliane (contrariamente al pregiudizio diffuso che si tratti di un fenomeno essenzialmente americano) e ortodosse, che sarebbero ormai più del 50%.

Bruno Segre è stato direttore di Keshet. Il suo ultimo libro, Israele, la paura e la speranza, è recensito in altra parte di questo giornale.

 

   

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