Storie di ebrei torinesi

 

Benedetto Terracini

 

C’è una piccola casa, nel quartiere San Donato, invisibile dalla strada, nascosta miracolosamente tra alti palazzoni: si accede da un portone che introduce in un normale atrio condominiale ma, in fondo all’atrio , una porta a vetri conduce in un cortile che ospita la casetta. C’è un piccolo giardinetto verde, un cagnetto affettuoso (ma un po’ isterico) seguito da un signore alto, con un simpatico sorriso, che mi accoglie divertito all’idea di essere intervistato: "Mi piace molto parlare di me", mi dice con ironia accogliendomi nella sua casa. La prima cosa che mi mostra sono due arazzi rettangolari incorniciati e appesi ad una parete, ricamati dalla nonna Eugenia Levi in occasione delle nozze: donna pia e coraggiosa, che ricomparirà più volte nel corso dell’intervista.

 

Cominciamo con alcune notizie biografiche

Sono nato a Torino il 12 marzo 1931, i miei genitori erano cugini e questo, secondo me, spiega l’originalità dei tre figli, Lore, Cesare ed io. Mio padre Alessandro era professore di geometria analitica all’Università di Torino, lo zio Benvenuto linguista ed esponente di spicco della Comunità ebraica negli anni ’50. I due fratelli erano molto legati, Benvenuto rimase vedovo molto giovane con una figlia piccola, Eva, e le nostre famiglie vissero sempre molto vicine.

Iniziai il percorso scolastico alla scuola ebraica, prima per scelta famigliare e, dal settembre 1938, anno della terza elementare, per le leggi razziali; mio padre, vista l’impossibilità di continuare il suo lavoro a Torino e desiderando vivere in un paese libero, offrì a varie Università estere la sua disponibilità ad insegnare e ricevette risposta positiva dall’Università di Tucumán, in Argentina; tra giugno e settembre 1939 la famiglia, composta da padre, madre e tre bambini, fece i preparativi e si trasferì. Il viaggio fu agevole, ben diverso da quello che, due anni più tardi, nel 1941, avrebbero fatto la nonna Eugenia, ormai ottantenne, e lo zio Benvenuto con la figlia Eva. C’era già la guerra, la Francia era divisa in due, e per andare in Argentina dovettero passare dalla Spagna. Il viaggio in treno dall’Italia alla Spagna durava quattro giorni, dal giovedì alla domenica, la nonna Eugenia non aveva mai viaggiato di sabato ed era molto preoccupata per la trasgressione: chiese consiglio al Rabbino Disegni, che la rassicurò dicendole che intanto non sarebbero né partiti né arrivati di sabato e poi le circostanze giustificavano la scelta.

Ci tengo a sottolineare che il trasferimento a Tucumán non è stato una fuga ma una libera scelta e che pertanto io ed i miei fratelli non ci siamo mai considerati "vittime" della legislazione razziale perché anzi abbiamo avuto l’opportunità di conoscere un altro paese ed un’altra lingua: per questo abbiamo sempre rifiutato di chiedere i risarcimenti e le agevolazioni cui avremmo avuto diritto.

Qual era il rapporto tra la tua famiglia e l’ebraismo?

Nonna Eugenia Levi, era molto pia e mangiava kasher. La mia famiglia era più laica. Non frequentavamo la comunità ebraica (forse perché era ashkenazita) di Tucumán ma festeggiavamo in famiglia tutte le feste: noi e lo zio Benvenuto con la nonna e la cugina Eva, abitavamo in due casette vicine. Ricordo che la sera di Kippur si usciva nel giardino per vedere se erano spuntate le stelle che indicavano la fine del digiuno. Mio fratello Cesare fece il bar mitzvah a Buenos Aires in un tempio sefardita ed io a Tucumán, unica volta in cui mio padre prese contatto con la Comunità. Credo che questo abbia condizionato il mio rapporto con la religione, che considero un fatto intimo e ho mantenuto l’abitudine di non frequentare la Comunità. In seguito alla morte di mio padre e di mio zio Benvenuto, mia sorella Lore ha curato la donazione alla Comunità di Torino dei loro documenti ebraici. Così è nato l’Archivio Terracini.

Parlami dei tuoi studi e delle tue scelte professionali.

Mio padre desiderava che i tre figli frequentassero la scuola pubblica, e così è stato. Finito il percorso liceale in Argentina, decisi di iscrivermi alla facoltà di medicina: mio padre cercò di dissuadermi, per la lunghezza del percorso, ma poi accettò di buon grado la mia scelta. Mi fece iscrivere alla facoltà di Cordoba (a Tucumán non c’era, allora, la facoltà di medicina), perché sarebbe stato più facile, in previsione del ritorno in Italia, fare un cambio di facoltà piuttosto che l’inizio del percorso universitario in Italia direttamente dal liceo argentino: sicuramente sarebbe stato considerato un ostacolo il fatto che non avessi studiato il latino. Il consiglio si rivelò prezioso e nel 1947, al ritorno in Italia, "passai" tranquillamente alla facoltà di medicina.

Cosa ha determinato la scelta di un percorso di studi così lontano dalle esperienze famigliari?

Inizialmente forse la sciocca vanità di fare qualcosa di diverso dalle generazioni precedenti. Dopo la laurea ho scelto di specializzarmi in anatomia patologica, da un lato perché era gradevole l’ambiente di lavoro, poi perché questa disciplina in qualche modo mi dava delle certezze scientifiche che derivavano dall’analisi dei tessuti, dal poter toccare e verificare, mentre non sentivo a me congeniale l’indeterminatezza della diagnostica, legata (soprattutto allora) all’intuito individuale. Ebbi la fortuna di avere un ottimo maestro, il prof. Giacomo Mottura e, dopo la specializzazione, un posto di assistente. Si facevano ricerche sulla silicosi, il passaggio dalla ricerca sulle malattie professionali al cancro fu naturale. Ebbi poi la possibilità di un tirocinio sulla cancerogenesi chimica alla Chicago Medical School, dal 1958 al 1960. Avevo una gran voglia di andare negli Stati Uniti, per una superficiale attrazione dal way of life americano. Poi il lavoro che svolgevo mi appassionò. Nel 1958 mi sposai una prima volta. Dopo Chicago, trascorsi due anni in Gran Bretagna sempre occupandomi di cancerogenesi sperimentale. La ricerca si basava su esperimenti di laboratorio su topolini per capire quali sostanze causano il cancro e in quale modo. Erano gli anni in cui nell’Organizzazione Mondiale della Sanità cominciava ad affermarsi l’idea del cancro come malattia ambientale.

Come ti poni di fronte alle critiche degli animalisti riguardo a questo tipo di esperimenti?

Ritengo la sperimentazione assolutamente indispensabile per la lotta contro il cancro; naturalmente esiste un’etica nel trattare gli animali. Dove ho lavorato io si trattavano gli animali con rispetto; so che non è così dappertutto..

La normativa europea è rigida e c’è un programma della Comunità europea per dotare ogni sostanza presente nell’ambiente di un dossier tossicologico: il programma definisce anche quando è necessario fare ricerche su animali. Le industrie cercano di ridurre i casi in cui fare queste ricerche, che costano di più delle alternative su cellule in coltura, ma sono anche meno affidabili. Paradossalmente a volte gli animalisti, con la loro opposizione all’uso di animali, si trovano ad essere alleati delle industrie! Alcuni loro comportamenti sono dettati da ignoranza, stupidità, autolesionismo e presunzione.

Torniamo al tuo impegno professionale

Quando tornai in Italia, dopo il lavoro di ricerca nel Regno Unito, divenni assistente di anatomia patologica all’Università. Cercavo di mettere su una ricerca sperimentale sulla cancerogenesi, ma a quell’epoca non c’era la possibilità di avere i finanziamenti.

La svolta decisiva avvenne intorno agli anni ’68: la lettura del libro di Don Milani, Lettera ad una professoressa, inattesa e inaspettata, i soggiorni a Cogne nella casa di mio suocero Arturo Debenedetti ed i contatti con la popolazione locale, allora arretrata di un secolo rispetto a quella che era la nostra realtà di rampolli rampanti della buona società, mi fecero entrare in una realtà sociale che fino a quel momento avevo ignorato. L’amicizia con medici attivi nella Camera del Lavoro come Sergio Abeatici e Ivar Oddone mi permisero di venire a conoscenza delle lotte dei lavoratori nell’ambito della salute. Nasceva in quegli anni in FIAT una strategia operaia della salute in fabbrica che riguardava il microclima, i ritmi di lavoro e l’ambiente chimico. Gli operai lottavano per diventare soggetti attivi nelle scelte che riguardavano la tutela della loro salute e si affermava il principio della "non delega". Cominciarono in quegli anni le denunce di casi eclatanti di incidenza di malattie tumorali tra i lavoratori di alcune fabbriche. Il primo fu quello del l’IPCA (Industria Piemontese dei Colori di Anilina) di Cirié. Per intentare dei processi occorreva corredarli di perizie e fu così che diventai amico di due lavoratori dell’IPCA che per primi avevano sollevato il caso, Benito (Gino) Franza e Albino Stella: non avevano certo studiato a Harvard ma erano stato capaci di dimostrare l’esistenza di una epidemia di cancro.

Conoscevo molto bene le sostanze che venivano usate nella fabbrica e la loro pericolosità, totalmente ignorata dalla direzione della fabbrica. Il processo si concluse nel 1977 con la condanna dei dirigenti e la vittoria delle vedove che avevano rifiutato di patteggiare. Gli avvocati di parte civile ed io decidemmo di accettare quanto l’IPCA era stata condannata a pagarci, ma di utilizzarlo per creare una borsa di studio sui tumori professionali in Piemonte.

A quel processo ne seguirono altri, come quello contro l’ACNA di Cengio ed il più famoso che ha portato alla condanna il 13 febbraio 2012 dei vertici della Eternit per aver causato le malattie e le morti degli operai impiegati nello stabilimento di Casale Monferrato e di diversi abitanti della cittadina. Ero consulente della regione Piemonte che si è costituita parte civile.

Negli anni ’80 ero uno dei pochi, nella Facoltà di medicina in Piemonte, che portava idee nuove sulla concezione della medicina, non più concepita solo nel suo aspetto terapeutico ma con una nuova attenzione alla prevenzione e alle condizioni ambientali: parecchi studenti venivano a fare la tesi di laurea con me e la amministrazione regionale di allora era molto sensibile a questi temi (nel 1981 mi diedero un primo posto di assistente). Nacque così il servizio di epidemiologia dei tumori, di cui ero responsabile, che con il tempo divenne il Centro Regionale per la prevenzione oncologica. Dapprincipio ero professore di epidemiologia del cancro, in seguito professore di biostatistica. Andai in pensione un po’ in anticipo nel 1999.

Sono stato Direttore della Rivista Italiana di Epidemiologia fino a due anni fa.

In che cosa l’epidemiologia si discosta dalla statistica medica?

A fronte di un possibile rapporto causa - effetto, la statistica ci dice quanto è probabile che si tratti di una fluttuazione casuale. L’epidemiologia integra la osservazione statistica con l’insieme delle conoscenze esistenti sull’argomento.

Quali sviluppi ha avuto negli anni successivi il tuo impegno sui legami tra sostanze nocive e cancerogenesi?

Ho partecipato a diverse commissioni italiane ed europee dedicate alla ricerca sul cancro, all’analisi dei rischi e alla prevenzione. Il Centro per l’epidemiologia dei tumori, da me creato, si è ampliato col contributo della Regione Piemonte e del Servizio Sanitario Nazionale ed ora è una realtà affermata ed efficiente.

Torniamo a parlare di argomenti legati all’ebraismo. Come ti poni nei confronti della questione Israele Palestina? Cosa pensi del boicottaggio di alcune Università contro Israele?

Benedetto, da vero scienziato, dà risposte concise e lapidarie: Affermo categoricamente il diritto all’esistenza dello Stato di Israele, penso che la soluzione al conflitto sia due popoli e due stati, ritengo criminale e suicida la politica di Israele nei confronti della popolazione che risiede nei territori, il boicottaggio è una … e qui l’intervistatore è imbarazzato, perché il termine usato è efficace ma irriferibile! Il sinonimo più adeguato è "stupidaggine".

A microfono spento abbiamo continuato simpaticamente a parlare di eventi personali e famigliari, ed ho potuto visitare la casa, minuscola e piena di libri e di memorie di una vita intensa, sul piano professionale ed affettivo. Insieme abbiamo ricordato Gioia Montanari, sua seconda moglie, scomparsa qualche anno fa, le sue battaglie ed i suoi successi nel campo della prevenzione oncologica.

Intervista di Bruna Laudi

 

Benedetto Terracini

 

 

 

   

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