Storie di ebrei torinesi

 

Gali Rabin, arevà

Arrivata a Torino sei mesi fa con compiti di animatrice culturale, Gali, israeliana DOC, ha imparato l’italiano quasi perfettamente. Parla anche l’inglese e lo spagnolo e, naturalmente, l’ebraico. L’intervista si è svolta interamente in italiano.

 

 

Dov’eri quando, in posizione zen nel deserto, ti hanno scattato questa foto?

Non ero in Israele ma in Bolivia. E non sono buddista! Il posto totalmente sereno e silenzioso mi sembrava adatto alla meditazione. Tutto lì.

E cosa ci facevi in Bolivia?

Finito il servizio militare di due anni, sono andata per sette mesi in Sud America: Argentina, Cile, Brasile, Bolivia, Perù e Cuba. In Argentina aveva abitato il mio nonno paterno, di origine lituana, poi emigrato in Israele. Di lì era stato inviato in Cile come shaliakh per un mese, e per questo aveva cambiato nome da Rabinovich a Rabin.

Raccontami della tua famiglia.

I miei genitori vengono da due kibbutz vicini della Hashomer ha-Tzair: Ga-ash e Yakum, a nord di Tel Aviv. Nel kibbutz Yakum sono vissuta coi miei genitori ed i miei tre fratelli, e nelle vicinanze sono andata alle elementari e alle medie-liceo.

Finito il liceo cosa hai fatto? Prima di andare militare ho fatto un anno di mekhinà le-manhigut a Sde Boker, nel Neghev. Si tratta di attività di volontariato preliminare al servizio militare per giovani appena usciti dalla scuola superiore, finalizzate alla formazione di giovani leader nelle attività di animazione sociale. Nel mio caso si trattava di corsi di ebraismo, sulla società israeliana, sui problemi del Neghev, con sopralluoghi e incontri con abitanti del deserto. Ho studiato a Yeruham, non lontano da Beer-sheva, da dove poi siamo andati ad insegnare in coppia (uno religioso e uno no) nelle scuole delle città vicine.

L’esercito israeliano svolge corsi di etica militare per tutte le reclute, e non solo per gli ufficiali come altri eserciti. Tu sotto le armi sei stata istruttore di questa materia. Raccontami la tua esperienza nella Tzavà.

Ogni soldato durante l’addestramento alle tecniche di combattimento deve sostenere una settimana di lezioni di storia dei paesi del Medio Oriente e del popolo ebraico, con visite ai musei della Shoah, come Yad Vashem a Gerusalemme e Lohamei HaGheta’ot (I Combattenti del Ghetto) a nord di Haifa, o ai centri della vita ebraica tradizionale come Sfat. Inoltre vengono loro insegnate le norme etiche di comportamento sia nei confronti dei commilitoni, sia nei confronti del nemico, e vengono forniti i valori propri dell’IDF, le Forze di Difesa Israeliane.

Parlami di queste norme etiche e di questi valori.

La prima cosa che la recluta riceve appena entra nell’esercito è una lista chiamata Ruakh Tzahl, lo spirito dell’esercito. Tra i valori: la sincerità, l’onore, la dignità, in una parola il cavod, sia nei confronti di se stessi che del prossimo, lo spirito di fratellanza tra commilitoni, la purezza delle armi, che consiste nel mantenimento della dignità anche durante il combattimento e del comportamento umano nei confronti della popolazione civile. L’elenco completo di queste norme, che ogni soldato deve sempre avere con sé, si trova anche on line alle voci <http://www.idfblog.com/about-the-idf/idf-code-of-ethics/>  (in inglese) o <http://tsahal.fr/armee-de-defense-israel/le-code-ethique/>  (in francese).

Ma basta una settimana per questo scopo, visto che oggi nei Territori l’esercito svolge soprattutto compiti di polizia?

No, quelli di cui ho parlato sono i corsi intensivi che vengono svolti all’inizio del servizio militare, ai quali ero addetta io. In seguito diversi membri del settore educativo continuano a seguire i soldati di leva, uno per gruppo, con corsi durante i due o tre anni del servizio obbligatorio. Certo abbiamo gli occhi di tutto il mondo puntati su di noi, e purtroppo quello che fa notizia sono spesso i soprusi, e quasi mai i fatti positivi, che sono molto frequenti. Questi corsi di etica e di educazione civica sono, secondo me, molto importanti per la formazione dei giovani, che in questo modo diventano dei veri cittadini.

Durante i due anni di servizio militare ti sei solo occupata dei corsi preparatori?

Si, per la maggior parte del tempo. Poi sono stata promossa comandante di un gruppo di formatori di questi corsi che si chiamano sidrat khinukh, programma educativo.

E dopo il servizio militare cosa hai fatto?

Sono andata per sette mesi in Sud America, come ho detto. Poi sono tornata in Israele, dove ho lavorato per nove mesi a fare "da mamma” a un grosso gruppo di giovani della Yehuda ha Tzair (la Giovane Giudea), che è un’associazione americana che cura in Israele programmi di lungo termine. Con loro ho organizzato l’ulpan, studi di sionismo ed ebraismo, visite a diverse città, esperienza di qualche mese nell’esercito o in kibbutz.

E poi?

Poi sono stata per sei mesi in India, Nepal e Thailandia, dove vanno moltissimi giovani israeliani dopo il servizio militare, tanto è vero che in Estremo Oriente sono convinti che gli israeliani siano centinaia di milioni!…Sono quindi tornata in Israele, nel mio kibbutz, dove ho lavorato coi bambini.

Per due mesi poi, in vacanza con amici, ho attraversato a piedi tutto lo Stato da sud a nord, da Eilat a Dan, lungo lo Shvil Israel, il sentiero pedonale. Lungo il viaggio si incontrano i malakhei shvil, gli "angeli del sentiero" residenti che offrono gratis ai marciatori vitto, alloggio e assistenza, con grande simpatia e cordialità. Per me questo è il vero spirito straordinario del mio Paese.

Nelle scuole in Israele si impara l’arabo, però quasi nessun israeliano lo parla.

È abbastanza vero, purtroppo. Penso che imparare l’arabo sia importantissimo per la pace, e intendo impararlo quando tra due anni in Israele mi iscriverò alla facoltà di studi Medio Orientali.

A proposito, cosa pensi del futuro di Israele?

Domanda difficile! …[silenzio] Israele è la mia casa, è il posto che amo di più al mondo, dove ci sono tante cose positive, ma anche tanti problemi. …[silenzio] Prima di tutto dobbiamo parlare. Parlare per risolvere i conflitti coi palestinesi, parlare per la pace all’interno della società ebraica. Ciascuno deve fare un passo indietro, rinunciando a qualcuna delle sue pretese. Lo Stato di Israele è molto importante, non solo per i suoi abitanti, ma anche per gli ebrei di tutto il mondo. Non credo che l’ebraismo in Israele, tra i cosiddetti "laici" si stia estinguendo. Magari la ritualità è diminuita, ma la cultura e le feste sono generalmente riconosciute da tutti.

E cosa pensi del futuro della Golà?

Nella Comunità ebraica di Torino ho scoperto delle cose bellissime che per me erano una novità assoluta: per esempio a Torino penso di essere andata al tempio più volte che nel resto della mia vita, perché nel nostro kibbutz di Yakum (dell’Hashomer Hatzair) non c’è un Beit Knesset. È bellissima l’intensa vita ebraica comunitaria che avete a Torino, e penso che nella golà ci sia una grande e interessante varietà di modi diversi di intendere l’ebraismo. Non sono pessimista sul futuro delle comunità della golà: a Torino, per esempio, la ricchezza di attività e anche la partecipazione degli studenti israeliani per i quali la Comunità può essere una casa, sono una garanzia di continuità.

Quanti sono gli studenti israeliani a Torino? E quanti frequentano la Comunità?

Non conosco il loro numero esatto: forse quaranta o cinquanta. Solo una minoranza frequenta la Comunità, ma quelli che la frequentano hanno formato il gruppo che si chiama Tzabar ed alcuni svolgono il compito di shmirà, di controllo della sicurezza agli ingressi durante le manifestazioni.

Gli studenti israeliani vengono in Comunità non perché avvicinati tramite il Consolato o l’Ambasciata: quelli che arrivano hanno notizie, incredibilmente già da Israele, dei giovani coniugi israeliani Elad e Nitsan che abitano a Torino da diversi anni, e sono loro che li aiutano per primi e che promuovono le attività di gruppo.

Parlami del tuo lavoro di arevà a Torino.

Insegno l’ebraico a cinque gruppi diversi di adulti, di diverso livello, dalla alef alla he. Coi ragazzi della scuola elementare e della media aiuto gli insegnanti di ebraico. Per i bambini anche piccoli organizzo animazione in occasione delle festività ebraiche, ed il venerdì dopo la scuola e prima di Shabath. Collaboro con il G.E.T. (Giovani Ebrei Torinesi) e con lo Tzabar degli studenti israeliani organizzando incontri, come quello sull’università israeliana, o per Yom ha-Atzmauth. Organizziamo attività di avvicinamento alla Comunità per i giovani che escono dalla scuola media ma non hanno ancora 18 anni per entrare al G.E.T. Con l’ADEI recentemente abbiamo organizzato una serata sul cinema israeliano. Quest’anno ebraico sono arrivata tardi, perché ho saputo tardi che l’Agenzia Ebraica cercava qualcuno per la shlikhut all’estero. Le famiglie di Torino mi hanno accolto con grande amicizia ed ospitalità e l’anno prossimo spero di poter arricchire ancora l’attività, in questa Comunità dove mi trovo bene.

Intervista di David Terracini

 

 

   

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