Israele

 

Massima espressione di solidarietà

 di Rimmon Lavi

 

La sociologa di fama mondiale, Eva Illuz, ha "rispolverato" in Haaretz del 2 Maggio 2014 la disputa tra Gershom Sholem e Hanna Arendt, in seguito al saggio di questa sul processo Eichmann 50 anni fa, per rivedere la difficile posizione di un intellettuale ebreo che se critica la politica d’Israele viene accusato, come la Arendt da Sholem, di non sentire e provare solidarietà per il proprio popolo, o al peggio viene tacciato di odio di sé (self-hate).

Se si riuscisse a separare la critica razionale, che dovrebbe essere imparziale e dovrebbe usare le stesse misure e le stesse richieste di responsabilità per le azioni di tutti i popoli, dal senso innato e naturale di solidarietà e d’identità culturale, storica ed etnica, cioè di destino comune, forse si dovrebbe trovare nella frase della Arendt in una lettera a Sholem, l’espressione massima della solidarietà che prova un intellettuale onesto con il gruppo con cui egli s’identifica: "malfatto procurato dal mio popolo mi addolora di più che malfatto procurato da altri popoli".

Fin da giovane, nato durante l’Olocausto e cresciuto sotto la sua ombra angosciante, ma ancora più da quando ho fatto la mia alià nel lontano 1966, sento per il mio popolo e per la società in cui vivo con la mia famiglia israeliana, intima solidarietà, la cui supposta assenza presso la Arendt era accusata da Gershom Sholem.

La mia identità israeliana si esprime anche in senso di responsabilità personale e collettiva, più forte che per ciò che succede altrove. Ma proprio per ciò mi è molto difficile e penoso leggere alcune notizie delle ultime settimane, che vi riporto senz’ordine, ma con dolore e preoccupazione.

Tra i coloni di Izhar, nel centro della Samaria, colonia nota per l’estremismo dei rabbini e dei loro allievi, è stata indetta una votazione "democratica" se continuare con azioni contro i soldati israeliani appostati lì per difendere la colonia e se sia permesso ucciderne uno (dopo che la Yeshivà locale è stata chiusa dall’esercito, per essere stata focolare di attacchi contro arabi e soldati). I risultati del voto non sono stati pubblicati, mentre sugli attacchi contro gli arabi non solo non c’è bisogno di votare, ma nessuno del posto li ha condannati. È un buon esempio dell’incomprensione generale dell’essenza della democrazia, comune purtroppo sia alla maggioranza degli ebrei in Israele, sia nei paesi arabi, dopo la primavera araba del 2011: come se la democrazia fosse solo una tecnica di voto generale e di decisioni a maggioranza - senza includere affatto la difesa dei diritti del singolo e delle minoranze e della struttura costituzionale che assicura tra l’altro (per carità!) la possibilità che una minoranza diventi chissà mai la maggioranza, e anche l’eguaglianza tra i voti. Per esempio, come in Egitto ci sarebbe stata chiara maggioranza popolare per imporre "democraticamente" la legge islamica su tutto il paese, così in Israele ci sarebbe chiara maggioranza popolare per escludere i voti e i deputati arabi da decisioni critiche sulle frontiere, sulle trattative di pace e su leggi costituzionali di base. Per ora il legalismo democratico riesce ancora a frenare alcune iniziative estreme d’impronta proto-fascista e razzista, ma chissà per quanto tempo ancora?

 Vi do un esempio: il pubblico israeliano accetta come assioma la legalità di leggi, di decreti del Comandante militare, di decisioni della Procura militare e dell’Amministrazione cosiddetta Civile nei territori occupati, delle volte persino convalidate dalla Corte Suprema, rispetto a proprietà catastali, terreni o edifici, in Gerusalemme est e nella Cisgiordania (da noi chiamata Giudea e Samaria). Proviamo pure a ragionare basandoci sulla tesi (non accettata da nessuno al mondo e neppure dalla nostra Corte Suprema) dell’ex giudice supremo, ora defunto, Edmond Levy, che non si tratta di "zone occupate" secondo il diritto internazionale di guerra, in assenza di uno stato che le possedesse ufficialmente prima della guerra del 1967, e che quindi sia legale l’insediamento di cittadini israeliani e la creazione di colonie ebraiche. Proviamo anche a credere onesti e in buona fede gli acquisti da privati arabi da parte di organizzazioni dei coloni (pur con documenti spesso provati falsi, fraudolenti o ottenuti sotto pressione). Proviamo persino ad accettare come valide e non deviate da interessi coloniali le attribuzioni di terreni non esplicitamente iscritti al catasto (molto poco affidabile del tempo ottomano o giordano) come demanio statale. Pur sempre restano aperte per lo meno tre domande che mi turbano.

Come è possibile che uno stato democratico come Israele continui da 47 anni (più di due terzi della sua esistenza) a controllare territori abitati da più di due milioni e mezzo di abitanti, che non sono rappresentati in nessuno degli organi del potere da cui provengono le leggi e le decisioni e gli atti che determinano il loro destino giorno per giorno?

Come è possibile che tra il milione e trecentomila dunam (ogni dunam vale 1000 metri quadri) di terreni dichiarati come demaniali, nella Cisgiordania (inclusi i mille aggiunti recentemente a Gush Etzion), dal 1967 ad oggi solo il 0,7% sono stati concessi ad uso della popolazione palestinese autoctona, che conta adesso 2.6 milioni, mentre il 38% sono stati concessi legalmente e praticamente gratis, o occupati senza permesso, per creare le colonie in cui si sono trasferiti circa 300 mila coloni ebrei, durante gli ultimi decenni?

Come è possibile che il 40% della parte C (sotto autorità civile israeliana) della Cisgiordania sia incluso nelle zone che sono dichiarate per tutte le funzioni di progettazione e sviluppo come dipendenti dalle amministrazioni locali dei coloni ebrei, malgrado che le loro zone edificate ne coprano solo l’uno per cento?

In questo periodo dell’anno in cui ricordiamo anche ufficialmente l’Olocausto sono queste, tra tante, le domande che mi pongo. E quando vedo sempre più innumerevoli tra giovani ebrei israeliani dimostrazioni di odio contro arabi, cristiani, mussulmani, rifugiati africani, rabbrividisco che non abbiamo imparato e insegnato lezioni fondamentali dalla tragica storia recente del nostro popolo: non solo che si deve combattere contro ogni manifestazione che minacci stadi ultimativi e terribili di persecuzione di ebrei o di qualsiasi gruppo etnico, ma che si devono coltivare e applicare valori universali che impediscano sviluppo di discriminazione, di razzismo, di xenofobia - come solo una vera democrazia può assicurare. Proprio noi dovremmo conoscere, assimilare e implementare la massima di Hillel il Vecchio: "Non fare al prossimo ciò che non vorresti sia fatto a te". Per Hillel era questo il messaggio fondamentale della Torah, tutto il resto era commentario. Ma già entro pochi secoli rabbini ne riducevano la portata universale limitando il "prossimo" ai soli ebrei.

Solo tornando ai valori universali che l’ebraismo ha portato all’umanità, potremmo sentirci pienamente solidari col nostro popolo e contemporaneamente responsabili della nostra società, soffrirne assieme per le rinnovate gravi espressioni di antisemitismo (vedi le elezioni europee), senza torturarci la coscienza per azioni immorali (e controproduttive) che lo Stato ebraico, così come vuole essere riconosciuto, promuove o permette.

Rimmon Lavi

Gerusalemme, 25 maggio 2014

 

Tefillin a Tel Aviv (Joel Itman)