Lettere

 

Non è questione di razzismo

Reuven Ravenna ha giustamente evidenziato nel suo recente Blocknotes l’importanza di lottare contro il fenomeno dei price tags che recentemente hanno attraversato Israele. E tuttavia il suo sdegno nei confronti della tiepida reazione delle autorità tradisce una disturbante amnesia di cui molti membri della sinistra sembrano essere preda, nel rapportarsi al delicato tasto della minoranza araba israeliana. Perché se è pur vero che molti ebrei hanno espresso nel corso dello scorso decennio una crescente intolleranza nei confronti dei propri concittadini arabi, un ruolo non indifferente dev’essere al riguardo attribuito alla leadership di questa minoranza. Qualche esempio al riguardo è illuminante: è di questi giorni la notizia dell’ennesima boutade del deputato Haneen Zoabi, membro del partito panarabista Balad. Rivolgendosi ad una scolaresca di Kiryat Ata in visita alla Knesset, la prima deputata di un partito arabo eletta nella storia del parlamento israeliano ha affermato con convinzione che i soldati dello Tzahal attaccati durante l’infame assalto alla Mavi Marmara nel corso del 2010 non sarebbero altro che "assassini". Ad aumentare l’oltraggio dei presenti, Zoabi ha rincarato i toni, ribadendo l’essere Hamas, un movimento classificato dagli USA e dall’UE come terrorista, un esempio di combattenti per la libertà, contro un aggressivo repressore. Che queste perversioni del reale siano state pronunciate da colei che prese parte alla stessa spedizione, e che è divenuta famosa per aver affermato che "Israele non ha alcun diritto ad una vita normale", e che "gli ebrei dovrebbero ringraziarla per permettere loro di vivere sulla sua terra", non hanno certamente contribuito ad aumentare la stima ebraica nei confronti degli arabo israeliani. Vi è allora da stupirsi se molti, in Israele, considerino la comunità araba una quinta colonna, un cancro, una lega di traditori, un nemico dall’interno? Né la situazione è migliore per quanto concerne la società civile. Si consideri il caso di Adalah, la più nota tra le ONG arabo israeliane. A dispetto della sua autoproclamata missione d’assistenza alla minoranza araba, obiettivo in sé lodevole, quest’organizzazione si è in realtà segnalata come una tra le più attive nel boicottaggio d’Israele, oltre che nel negazionismo del diritto del popolo ebraico ad una propria patria. In quest’ottica, Adalah ha figurato tra i più prominenti attori nella Conferenza di Durban del 2001, in cui venne pianificato il BDS, ha più volte invitato la comunità internazionale a riconsiderare i rapporti con Israele, definito dal suo leader Hassan Jabareen meritevole di boicottaggio anche nell’ipotesi della nascita di uno stato palestinese, il che attesta come agli occhi di questi attivisti sia la stessa presenza di uno Stato ebraico ad essere un problema. Se a ciò s’aggiunge che questo sentimento eliminazionista è universalmente condiviso da tutte le altre NGO arabe, riunite nell’Unione Ittijah (il cui precedente presidente, Ameer Makhoul, sta attualmente scontando la pena detentiva per collusione con Hezbollah) diviene difficile contestare il profondo disprezzo ormai nutrito dal pubblico israeliano nei confronti dell’attivismo arabo. Ovviamente, si potrebbe essere tentati di ritenere che questa rete di organizzazioni e partiti, per quanto riprovevole nei suoi rapporti con la maggioranza ebraica, abbia per lo meno il merito di favorire lo sviluppo di un maggior dibattito all’interno della conservatrice comunità araba. Purtroppo uno sguardo alle recenti vicende attesta quanto la realtà sia lontana da questo pio desiderio: pochi mesi fa la polizia israeliana ha arrestato a Nazareth un attivista del Hadash, il partito arabo ebraico di matrice comunista, in quanto colpevole di aggressione al figlio di Padre Gabriel Nadaf. Membro della locale Chiesa Ortodossa, quest’uomo coraggioso, insieme all’ex membro dei Paracadutisti Shadi Haloul, ha promosso nel corso degli ultimi anni un sostanziale incremento dell’arruolamento cristiano nello Tzahal, nella convinzione che solo la difesa d’Israele, il solo stato mediorientale la cui comunità cristiana ha conosciuto un incremento demografico nell’ultimo sessantennio, possa evitare ai suoi fratelli in fede il tragico destino conosciuto nei paesi circostanti. Sennonché la leadership araba, mai stanca di denunciare il presunto razzismo e totalitarismo ebraico, non ha affatto gradito l’esercizio del dissenso tra quelli che essa reputa essere i suoi membri. Cosicché, nel tragico susseguirsi di un copione ormai troppe volte noto in Israele, Padre Nadaf è stato dapprima denunciato come traditore, e successivamente costretto a circolare con una scorta, mentre il Patriarcato di Gerusalemme gli interdiceva l’accesso alla Basilica della Natività. Il fatto che l’esercizio di tattiche d’intimidazione criminale provengano dagli stessi individui che non si fanno scrupoli a godere dei privilegi legati all’essere membri della Knesset sionista, e che sembrano non avere dubbi nell’elogiare Hamas ed Hezbollah, è eloquente sulla radicalizzazione cui molte comunità arabe sono state sottoposte nell’ultimo ventennio. Può allora stupirsi Reuven Ravenna se il Piano Lieberman, prevedente il trasferimento del Triangolo, regione arabo israeliana, all’Autorità palestinese, riscontri un enorme tasso di approvazione tra l’opinione pubblica? Questo rapido scorcio della realtà arabo israeliana illustra chiaramente le ragioni dell’ostilità diffusa presso alcuni settori della società ebraico israeliana. Nessuno vuole qui negare che la minoranza araba abbia alcune legittime contestazioni da muovere al proprio Paese, specialmente in tema d’ingresso dei giovani e delle donne nel mercato del lavoro. Ma nulla giustifica un simile odio dello Stato di cui essi continuano ad essere, ciò nonostante, cittadini, ed ancor più l’islamizzazione cui anche i supposti partiti secolari, quali il Balad e il Hadash, stanno sottoponendo la propria comunità. L’irrazionalità di questa condotta diviene ancora più palese se si consideri l’enorme stima di cui Israele, nonostante tutto, continua a godere tra i suoi cittadini arabi. I recenti sondaggi condotti al riguardo da Smooha hanno attestato un incremento dei livelli d’identificazione quale arabo israeliani a tassi non più visti dall’epoca pre Oslo, a dispetto del palestinismo sbandierato dalla propria leadership. Le conseguenze da trarre dovrebbero essere evidenti. Nonostante l’incessante manipolazione psicologica subita, sembra proprio che l’uomo della strada continui spesso ad apprezzare i vantaggi legati all’essere israeliani, non ultimo l’esercizio di una libertà sconosciuta nel resto del mondo arabo. Ed è a questi segnali incoraggianti che la comunità della Diaspora dovrebbe iniziare a guardare: perché per la prima volta dal 1948 una piccola rivoluzione è in corso nella comunità arabo israeliana. Non soltanto i Drusi, tradizionali alleati del popolo ebraico, ma persino molti cristiani e musulmani secolari hanno iniziato ad affermare con orgoglio la propria identità israeliana e sionista. Oltre all’eccellente Padre Nadaf, si pensi ad Ala Wahib, il primo Generale Maggiore non beduino nello Tzahal, la cui storia di conversione al sionismo ed al servizio per Israele ha commosso il pubblico israeliano, ad Anett Haskia, madre di tre figli tutti in servizio presso l’Idf, il cui intervento alla recente convention sui diritti umani e le minoranze in Israele promossa da Im Tirtzu, ha suscitato ammirazione persino tra ebrei di estrema destra, od a Mohammad Zoabi, lontano parente di Haneen Zoabi, un adolescente il cui amore assoluto per lo stato ebraico ed il cui pubblico impegno a favore del sionismo hanno suscitato un’aspra reazione della sua parente. Queste vicende di valore civico ed impegno per la causa sionista, ancor più straordinarie se si considera la provenienza dei diretti interessati dalla comunità musulmana non beduina, tradizionalmente etichettata in Occidente come palestinese, getta una luce di speranza su un quadro troppo spesso delineato a tinte oscure. Una cosa è certa: il popolo ebraico non rinuncerà mai volontariamente alla propria patria. È allora compito degli arabo israeliani formulare una risposta coerente alla sfida posta dalla loro duplice identità, ripudiando i toni apocalittici sinora adottati dalla propria leadership e gettando le basi per una coesistenza da essi sinora troppo spesso minata.

 

Giuseppe Gigliotti


 

Giuseppe Gigliotti critica quanto ho scritto nel Blocknotes sui preoccupanti atti di vandalismo verso gli arabi (musulmani e cristiani), al di qua e al di là della "linea verde". Per il lettore, si deve valutare il fenomeno quale reazione al ruolo della leadership degli arabi cittadini di Israele, per non parlare delle forze agenti in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, dalla quale si continuano lanciare missili a dispetto del governo di "pacificazione" palestinese. Egli cita dichiarazioni di esponenti, di parlamentari e di associazioni della minoranza araba, apertamente critiche ed ostili allo Stato Ebraico, a cui aggiungo parte del "Movimento Islamico", più che sospettato di essere emanazione locale dell’estremismo dei Fratelli Musulmani e affini. Desidero esprimere qualche precisazione che mette a fuoco la complessità dei problemi: gli arabi del ’48 ai quali si sono aggiunti gli abitanti di Gerusalemme Est, solamente collo status di residenti con diritto di voto municipale, da loro, politicamente, respinto, assommano ad un milione e quattrocentomila anime. Al momento dell’armistizio del ’49 erano rimasti nel nuovo Stato di Israele poco più di centomila, se ben ricordo. Fino agli anni sessanta erano sottomessi ad una Amministrazione militare, pur essendo cittadini de iure, elettori ed eletti alla Keneset e nel potere locale.

Nei primi decenni il Partito comunista, arabo e ebraico, aveva espresso le proteste e le rimostranze delle minoranze, che il Laburismo egemone aveva pur organizzato in liste fiancheggiatrici. Si sintetizzava la scomoda posizione degli arabi israeliani divisi tra la solidarietà con i loro fratelli del Medio Oriente e della diaspora palestinese e la richiesta lealtà da parte dello Stato di cui sono cittadini. La problematica si è aggravata dopo il ’67. Si criticano i parlamentari arabi che non operano per sostenere gli specifici interessi degli elettori, limitandosi alla funzione di portavoce della Palestina in conflitto con Israele. Giuseppe Gigliotti ha ricordato Haneen Zoabi, quella della Mavi Marmara. Allorché alla Keneset si richiese la decadenza della deputata, fu proprio lo speaker, ora Presidente eletto dello Stato, Rubi Rivlin, uomo di destra e difensore delle minoranze, ad opporsi all’espulsione. Molti problemi sono aperti, dallo status delle terre del Negev reclamate dalle tribù beduine,in parte residenti in agglomerati non riconosciuti, alla disparità di fondi assegnati dal Governo alle amministrazioni locali arabe, ancor prive di piani regolatori. La protesta per l’esproprio di terreni, ha provocato, anni fa, tumulti finiti nel sangue dei manifestanti.

Come sempre, nella realtà del Paese, si notano non poche luci; si consolidano imprese miste ebraico-arabe di start-up, e la richiesta di arabi cristiani di servire nel Zahal, pur contrastata, è un segno incoraggiante. Nella società araba forze intellettuali vogliono inserirsi nel contesto sociale dominante, anche se loro programmi di sviluppo recenti abbiano manifestato la richiesta per uno "Stato di tutti i cittadini" e non basato sulla formula di "Stato Ebraico e democratico".

In conclusione, da tempo nei Convegni e nel suo lavoro di base, l’Organizzazione "Citizens’ Account Forum" opera in comunanza di intenti di israeliani ebrei, musulmani, cristiani e drusi per un dialogo costruttivo, contro la diseguaglianza e la xenofobia, etnica, sociale e religiosa. Senza dimenticare la sfida della geopolitica che ci sovrasta e ci minaccia.

 

Reuven Ravenna

 

     

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