Ricordi

 

Michele Luzzati

 di Alessandra Veronese

 

Incontrai per la prima volta Michele Luzzati nel lontano 1983. Ero iscritta al corso di laurea in storia e mi stavo per laureare con Cinzio Violante, con una tesi sui monasteri femminili nell’Alto Medioevo. Già da tempo, però, avevo iniziato ad interessarmi alla storia degli ebrei e l’incontro con quello che sarebbe divenuto il mio secondo maestro fu decisivo: dopo la laurea, durante il corso di perfezionamento presso la Scuola Normale di Pisa, dove Michele insegnava storia medievale come professore associato, iniziai a dedicarmi alle tematiche connesse alla presenza ebraica in Toscana nel tardo Medioevo. All’inizio non fu semplice: scoprii ben presto che la documentazione pubblica (di più semplice lettura e relativamente facile da reperire) non sempre era d’aiuto per comprendere le complesse dinamiche del mondo ebraico toscano tardo-medioevale. Michele mi introdusse a quella che per lui è stata, per molti anni, una feconda chiave di lettura per ricostruire le vicende degli ebrei che dimoravano nell’Italia centro-settentrionale nel Tre-Quattrocento: quella della storia di famiglia. Con infinita pazienza e dedicandomi molto più tempo di quanto normalmente un docente faccia con un suo allievo, mi insegnò a leggere i documenti notarili, a registrarli, ad estrarre le informazioni più importanti, a riconoscere con certezza quelli che si riferivano inequivocabilmente ad ebrei.

A partire dalla metà degli anni Ottanta, l’interesse di Michele Luzzati per la storia ebraica si fece sempre più evidente. Pur non tralasciando altre piste di indagine (ad esempio quella sui battesimi a Pisa), si trovò a dedicare sempre più tempo alle tematiche connesse con la presenza ebraica in Toscana e - più in generale - nelle regioni del centro-nord. Non fu una scelta priva di conseguenze, anche accademiche: all’epoca occuparsi di ebrei era ancora considerato un sottrarsi alla storia generalista; la storia degli ebrei veniva considerata da moltissimi come una storia di nicchia, storia di una minoranza tutto sommato non molto rilevante, un campo di ricerca che restava fine a se stesso. Contro questa visione (che - spiace dirlo - persiste ancora oggi, soprattutto in certi ambienti) Michele Luzzati portò avanti una sua personale battaglia, cercando costantemente di dimostrare come le vicende degli ebrei d’Italia potessero (e dovessero!) essere utilizzate proprio nell’ambito della storia generale, per meglio lumeggiare alcune vicende e alcuni passaggi cruciali. Michele soleva dire che la storia degli ebrei poteva spesso costituire una "scorciatoia" per verificare alcuni assunti della storia generale.

Le sue prime ricerche (alcune delle quali rimangono un esempio di come singole vicende apparentemente legate alla storia locale possano servire a proporre un’interpretazione più ampia della realtà) tendevano forse a sottolineare con eccessiva convinzione l’idea che il mondo ebraico italiano, e in particolare quello rappresentato dai banchieri e dai ricchi mercanti, fosse quasi perfettamente integrato nella maggioritaria società cristiana. Nel corso degli anni, il suo giudizio su tale "integrazione" si è fatto più sfumato: pur continuando a ritenere che la storia dei rapporti ebraico-cristiani nell’Italia tre-quattrocentesca fosse stata soprattutto una storia d’incontro - più che di scontro -, Luzzati ha iniziato ad evidenziare con maggior forza gli elementi di tensione, sempre esistenti nell’ambito di un rapporto che comunque garantiva in linea di principio una convivenza nel complesso pacifica tra i due mondi.

Come si è detto, Michele Luzzati ha sempre sottolineato quanto fosse importante "sdoganare" la storia ebraica, rimuovendo la sua condizione di "storia di nicchia". In questo senso, la fondazione nel 2003 del Centro Interdipartimentale di Studi Ebraici (CISE) presso l’Ateneo pisano va proprio nella direzione di sottrarre lo studio della storia, della cultura, della lingua e del pensiero ebraico ad una ghettizzazione che per troppo tempo l’ha fatta considerare quasi del tutto ininfluente nell’ambito della storia generale. Se è vero che il CISE è nato per volontà di tanti studiosi attivi presso l’Università di Pisa nei più disparati settori e che - con maggiore o minore frequenza - avevano dedicato una parte delle loro ricerche a temi ebraici, credo sia innegabile che senza la personalità di Luzzati, senza la sua capacità di raccogliere e mettere in contatto persone tanto diverse tra loro (scientificamente e caratterialmente) il CISE non sarebbe mai nato. Ne è stato l’ispiratore, il primo Direttore - sino al pensionamento - e anche successivamente ha sempre svolto un ruolo di primo piano, aiutando discretamente, con il suo consilium et auxilium i direttori che dopo di lui si sono succeduti alla guida del Centro.

Michele Luzzati è stato, sino all’ultimo, un lavoratore instancabile. Già gravemente malato e sofferente ha comunque trovato le forze e la volontà di coordinare e organizzare un importante convegno sulla famiglia Supino, svoltosi a Pisa il 26 e 27 maggio scorsi. L’ultima volta che abbiamo parlato è stato pochi giorni dopo il convegno: era stanco, dispiaciuto di non aver potuto presentare la sua relazione, ma certamente felice che anche la sua ultima fatica fosse giunta a compimento. Credo che avesse capito perfettamente che non ce ne sarebbero state altre: troppo aggressiva la metastasi alle ossa, diagnosticata alla fine di marzo. È mancato il 12 giugno e lascia un vuoto difficilmente colmabile, umanamente e scientificamente.

 

Alessandra Veronese

 

    

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