Libri

 

"Benvenuti ad Auschwitz"

 di Emilio Jona

 

Tra il 20 e il 23 luglio 2001, nella caserma di Bolzaneto di Genova, 277 cittadini italiani e stranieri, del tutto estranei alle violenze che erano state commesse durante il vertice internazionale detto G8, sono stati sistematicamente torturati per 4 giorni da oltre 200 poliziotti, carabinieri, guardie carcerarie, con la complicità di alcuni medici che hanno steso referti falsi sulle lesioni che essi avevano subite.

Ne è seguita una lunga procedura giudiziaria che ha visto 126 indagati e 45 imputati tra le forze dell’ordine. Il processo iniziato nell’ottobre 2005, si concluse con una sentenza di primo grado nel luglio 2008, che dichiarò la responsabilità di 16 imputati per 29 capi d’accusa su 120 contestati, escludendo, senza ragione, l’aggravante, evidente, dei motivi abbietti e futili. Tutte le parti proposero appello e la corte d’appello di Genova, con sentenza depositata nell’aprile 2011, accertata l’esistenza di tutte le 120 condotte illecite contestate, anche nella loro forma aggravata, non potè più dichiarare la responsabilità penale degli imputati, perché la maggior parte dei reati era prescritta e si limitò a dichiararne la responsabilità civile di 37, condannandone solo 4 per reati di falso.

La corte di cassazione, con sentenza del 14 giugno 2013, confermò per la maggior parte la sentenza d’appello, anche per quanto riguardava l’aggravante dei motivi abbietti e futili, per la quasi totalità delle 120 condotte illecite, ribadendo la ricostruzione e la qualificazione degli eventi data dal giudice di merito, assolvendo, in parte per ragioni meramente processuali, 15 imputati.

Roberto Settembre, magistrato ora in pensione, che è stato relatore nel processo genovese d’appello, ha scritto un libro importante su questa vicenda (Gridavano e piangevano - La tortura in Italia, ciò che ci insegna Bolzaneto - Einaudi, 2014).

Il titolo, pessimo, di cui non è responsabile l’autore, è riscattato in parte dal sottotitolo, che spiega perché si gridava e si piangeva.

L’autore si è posto, nel raccontare questa storia, in un’ottica particolare, quella dell’ascolto, partecipe e sofferto, delle vittime, con molto equilibrio, pacatezza e trattenuta indignazione, proponendoci più di una domanda e lasciando al lettore di trovare le risposte.

In questo paese prevale il malaffare generalizzato e impunito, e la giustizia è cosa rara, e in questo caso le vittime hanno avuto giustizia tardivamente e in modo approssimativo e insufficiente, mentre i responsabili, o meglio quei pochi dei tanti che sono stati individuati come tali, non sono stati puniti per le torture che avevano sicuramente inflitto alle loro vittime perché questo reato non è stato ancora introdotto nel nostro ordinamento penale, anche se lo imponeva una normativa europea. Così quegli appartenenti alle forze dell’ordine che hanno commesso un reato particolarmente odioso e hanno disonorato il corpo a cui appartenevano, non solo non sono stati adeguatamente puniti e incarcerati, ma hanno continuato a far parte di corpi dello stato a cui appartengono e magari a salire nelle sue gerarchie.

Le 277 vittime erano di tanti paesi diversi e sono state catturate in modo del tutto casuale: la maggior parte sorpresa nel sonno in una scuola, altri arrestati per strada, sulla spiaggia o prelevati in un ospedale e quindi avviati per le stazioni del loro calvario, che sono state il cortile, l’ingresso, i corridoi, le celle, i gabinetti e l’infermeria di Bolzaneto. Costoro con le devastazioni dei Black Blocks non c’entrano per nulla. La loro colpa è stata solo quella di essere venuti a Genova per esercitare un diritto che loro spettava, quello di manifestare pacificamente le proprie idee contro un avvenimento politico che essi giudicavano in modo negativo.

Le deposizioni che essi hanno reso al processo si ripetono similari l’una all’altra e denunciano un comportamento delle forze dell’ordine che non è stato affatto il frutto della tensione del momento, o di uno stress o la comprensibile reazione di chi deve contenere, arginare le proteste, e magari le violenze, di manifestanti riottosi, ma è stato invece un comportamento deciso a freddo, ordinato e programmato, posto in essere da più di duecento funzionari dello stato, volto deliberatamente a distruggere l’identità di 277 persone, in una sorta di catena di montaggio della crudeltà e del terrore, che durerà 4 giorni.

Tutti sono stati minacciati, manganellati, presi a pugni e a calci, abbattuti per terra, ad alcuni sono stati rotti ossa, denti, braccia, gambe, hanno tagliato loro i capelli, prodotto ecchimosi e contusioni, sono stati denudati, si sono pisciati e defecati addosso dalla paura, sono stati costretti a rimanere in piedi nudi per ore o a carponi, senza mai alzare gli occhi perché non dovevano individuare i loro persecutori. Gli si sono fatti sottoscrivere verbali falsi, e i medici, false attestazioni sulle loro condizioni fisiche.

Si ascolti qualcuna delle tante voci delle vittime

Ciro C.: «[…] calci, pugni, spintoni e c’era gente di qua e di là in divisa e in borghese e tutti dicevano: "Non guardare non guardare", intanto prendevo botte e mi ricordo un pugno nelle costole, e un calcio nelle gambe, [e poi] venni portato in una delle ultime celle dove venni fatto spogliare nudo e messo contro il muro e poi venni fatto rivestire, e dopo qualcuno ha iniziato a picchiare, mi han dato uno spintone e sono caduto e uno che era in borghese mi ha dato un calcio in faccia con le scarpe da tennis. Tutto sarà durato da un quarto d’ora a mezz’ora, e dopo venni portato in un’altra cella dove sono rimasto dodici o tredici ore, e tutti quelli che passavano mi colpivano perché ero proprio di fianco alla porta e devo anche essere svenuto per un attimo perché ho preso un pugno alla cervicale».

Gaia: "C’erano urli, canti fascisti, le suonerie dei cellulari, uno stato di confusione, di euforia generale, carabinieri, poliziotti misti che correvano, urlavano, sentivo suoni di colpi, tonfi, intuivo botte, continuamente urla nelle altre celle. Ogni tanto mi giravo perché sentivo urla, istintivamente guardavo, un momento un ragazzo ha ricevuto dei colpi nella schiena. Io in piedi, magari avevo tenuto le gambe più strette, tiravano dei colpi tra le gambe".

Gemma T.: «Dalla finestra e dal corridoio dicevano: "Tanto poi vi scopiamo tutte, tanto nella notte toccherà a tutte" […] e il tono era molto minaccioso, come una cosa che sarebbe successa, non sembrava uno scherzo […] io ci credevo che potesse succedere una cosa del genere».

Le persone, racconta Settembre "erano attendibili, credibili nei loro racconti. Queste persone provenienti da diverse regioni, da diverse nazioni, anche extraeuropee, da differenti tipologie di vita, da molteplici professioni, studenti, artigiani, operai, impiegati, professionisti, dipendenti pubblici, insegnanti, giornalisti, fotoreporter, sindacalisti, casalinghe dai 18 i 50 di età, dopo gli eventi del G8 genovese, negli anni che li avevano separati dal processo erano rientrati ciascuno nel mondo di appartenenza, procedendo nelle loro vite, nelle loro professioni, raggiungendo alcune posizioni socialmente elevate, come funzionari europei, insegnanti universitari, avvocati e altro. Circostanze che davano grande credibilità alle loro deposizioni".

La descrizione di questi volti feriti e impauriti e la narrazione di cosa era accaduto nei 4 giorni di detenzione a Bolzaneto riempie la maggior parte del libro, e si accompagna alla domanda, in buona parte inevasa, del perché siano stati compiuti atti di tale gravità.

Sono invece assenti i volti dei torturatori e i persecutori, perché essi non dovevano avere volto. Essi hanno invece una identità collettiva, sono una massa di esecutori manipolata, e sono presenti piuttosto come una categoria sociologica. Presi uno per uno sono dei razzisti, dei fascisti e dei nazisti: lo sono diventati per quello che hanno detto e fatto in quei quattro giorni, forse perché glielo hanno imposto, o perché lo erano davvero, ma la differenza è irrilevante.

Ascoltiamo ciò che dicono e guardiamo cosa fanno:

"Vi facciamo il culo, vi tagliamo le gole, vi pestiamo, vi facciamo la festa"

"Benvenuti nella casa del lupo"

"Benvenuti ad Auschwitz"

"Bastardi, puzzate, merde comuniste bastarde"

"A tutti gli arrestati veniva ordinato di rispondere in coro a una domanda "chi è il capo?" e noi dovevamo dire "il capo è Mussolini"

"E questi in divisa nera e blu dicevano "Sono arrivati quei bastardi del G8" e dicevano che eravamo degli ebrei e noi donne troie"

"Hanno cominciato a dire "Heil Hitler"

"Le suonerie dei cellulari dei poliziotti intonavano Faccetta nera. Altri agenti scandiscono la lugubre cantilena "Un due tre viva Pinochet, quattro cinque sei bruciano gli ebrei, sette, otto, nove il negretto non commuove, ein zwei drei viva l’apartheid".

Tutto il comportamento delle forze dell’ordine, impegnate in queste azioni di macelleria, ha dunque, è tristissimo dirlo, una connotazione ideologica precisa, ha una matrice nazista, volta a degradare prima e distruggere poi la personalità delle vittime, ridurle a povere carni e menti offese e degradate, striscianti a terra tra piscio, merda e mestruo, in un’azione e secondo tecniche collaudate e precise: per togliere loro una volta per tutte la voglia di contestare, di manifestare, di avere proprie idee, di essere umanamente persone.

Perché sia potuta accadere una sorta di piccola Auschwitz dentro un paese democratico nell’anno 2001 in questa caserma della polizia di stato è la domanda terribile e inquietante che il libro pone e lascia aperta.

È un libro che dovrebbe avere una grande eco e diffusione ed essere oggetto di dibattiti e di una meditazione collettiva, mentre non mi risulta che a tutt’oggi ciò sia sufficientemente accaduto.

Eppure i problemi che pone sono seri e gravi.

Il primo è quello che un simile libro dovrebbe essere un viatico per l’introduzione in Italia del reato di tortura, procedura che invece prosegue pigramente il suo iter burocratico. Se ciò fosse avvenuto, i pochi, tra i tanti responsabili, avrebbero popolato per un certo numero di anni le patrie galere, e sarebbero stati espulsi dai corpi, anziché vivere impuniti e continuare a esercitare pubbliche funzioni.

La seconda considerazione riflette la presenza negli organi dello stato che dovrebbero garantire la nostra sicurezza di una categoria di persone, anche a livello relativamente alto nella catena gerarchica, che segue e pratica ideologie che hanno una precisa e trista connotazione politica, e sono un cancro che mina a distruggere la democrazia.

La terza è il senso e la funzione di quanto è accaduto, perché è certo che non si è trattato dell’opera di una cellula impazzita dello stato, ma di un fatto deciso a tavolino, preparato, programmato e studiato da un suo pezzo, non di poco rilievo.

Il libro invita infine a riflettere su ciò che è accaduto a Genova in quel luglio 2001, a valutare se vi sia un nesso che lega tutte le violenze efferate commesse su migliaia di manifestanti pacifici per strada, e quelle ancora più bestiali alla Diaz e a Bolzaneto.

Ci sono poi una ipotesi e un sospetto, ricorda Settembre, che non vanno sottovalutati. Li avanza il regista Franco Ferraris, che sui fatti di Genova ha girato un documentario agghiacciante "The Summit"

"Abbiamo fatto centinaia di interviste, - egli scrive - studiato i processi, consultato documenti e video. A Genova in quei giorni c’erano settecento agenti americani. C’era un coordinamento coi servizi stranieri. Non è possibile pensare che la decisione di operare una repressione così feroce fosse tutta italiana. Ci siamo resi conto che c’era una volontà internazionale di far esplodere la situazione, portando al culmine metodi già sperimentati a Seattle, Goteborg, Napoli. Si è voluto trasmettere il messaggio che la piazza era pericolosa e stroncare tutto quel movimento che aveva riunito cattolici, liberali, contadini europei e del sud del mondo".

Ora che l’indignazione non sia stata e sia proporzionale agli eventi, che non sia stata nominata una commissione d’inchiesta per accertare la responsabilità, che non sia stata ricostruita e chiarita la storia sotterranea di ciò che è accaduto e che non si sia ripulito lo stato da simili suoi ignobili servitori, continua a offenderci da 13 anni.

 

Emilio Jona

 

Gridavano e piangevano - La tortura in Italia, ciò che ci insegna Bolzaneto - Einaudi, 2014

 

Jona (Joel Itman)

 

     

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