Libri

 

Israele, la paura, la speranza

di Giorgio Gomel

 

Bruno Segre, un tempo direttore di Keshet - rivista gloriosa dell’ebraismo laico - e presidente di una meritoria Associazione italiana degli Amici di Neve Shalom-Wahat-al Salam, ci ha offerto in questo suo agile ma raffinato libro una collezione di saggi scritti lungo un arco di vita di 40 anni su temi attinenti Israele, il sionismo, l’ebraismo. Tranne i primi due, che riguardano temi diversi dal corpo fondamentale del libro - l’uno "I figli del sogno" di Bettelheim sull’educazione collettiva dei bambini nei kibbutzim, l’altro una biografia politico-intellettuale di Koestler - gli altri affrontano da angoli visuali diversi, anche per il divenire delle cose nel tempo, il grande interrogativo che agita molti di noi: il sionismo, le sue fondamenta ideali, la sua attuazione pratica, le luci e le ombre, il futuro di Israele.

Il libro di Segre è stato presentato anche a Roma, al Pitigliani, sotto l’egida di JCALL alla fine di maggio in un dibattito appassionato che ha visto alternarsi fra i relatori Emanuele Fiano, Umberto de Giovannangeli e me stesso, e un uditorio partecipe.

Al sionismo Segre dedica un lungo saggio che fornisce una retrospettiva storica molto densa di dottrina e pratica. Il sionismo, visto dal di dentro, è stato il movimento di liberazione di un popolo disperso e oppresso per secoli. Israele dove il sionismo si è compiuto è il luogo di rifugio dalle persecuzioni antiebraiche e di riscatto degli ebrei diventati in quella parte del mondo una nazione "normale". Ma quella terra era abitata anche da altre genti - arabi che anche in virtù del conflitto con il nazionalismo ebraico acquisirono via via un’identità nazionale, definendosi palestinesi. Nella loro prospettiva il sionismo è stato un movimento tardivo di colonizzatori europei cui bisognava resistere e ancora oggi per molti di loro l’insediamento degli ebrei in Palestina è un’usurpazione dei loro diritti originari e l’esistenza dello stato d’Israele un’ingiustizia inaccettabile.

Il sionismo, complesso e contraddittorio nelle sue tante e contrapposte componenti ideologiche (quella liberale alla Herzl, quella tolstoiana alla Gordon, quella marxista alla Borochov, quella revisionista alla Jabotinski), - afferma Segre - è stato trasfigurato e tradito dalla fine degli anni ’70 dall’affermarsi di un’ideologia nazional-religiosa, forte e aggressiva soprattutto fra i coloni insediatisi in Cisgiordania, che predica l’idea di una Terra di Israele promessa da Dio agli ebrei e riservata al loro possesso esclusivo. "Il loro progetto è incentrato non sullo Stato ma su Eretz Israel (la Terra di Israele) e sull’idea di un’unione mistica fra il popolo di Israele e la sua Terra ancestrale. Mentre il sionismo di matrice herzliana concepisce la colonizzazione del territorio quale mezzo per dare corpo alla sovranità dello stato, i messianici propongono un sionismo della "Terra" in virtù del quale la sovranità dello Stato non è altro se non uno strumento ai fini della colonizzazione del territorio" (pag. 224).

Una tesi affermata da altri - da Zeev Sternhell a Amos Oz - e da ultimo in una lucida e dolorosa intervista (Haaretz, 18 maggio) da Saul Friedlander, l’insigne storico dello sterminio nazista che emigrò in Palestina ancora ragazzo dalla Francia liberata nel 1947 e per anni ha insegnato in California. Dice Friedlander … "il sionismo è stato catturato dall’estrema destra… Già nel 1968 scrivevo che non potevamo occupare territori densamente popolati da arabi, che nessuno allora chiamava palestinesi. Pensavo allora e penso tuttora che questo avrebbe inquinato dall’interno i valori della società israeliana".

Sul futuro di Israele, sul come assicurare che Israele resti "Stato degli ebrei" nel senso di Herzl - una nazione dove gli ebrei siano maggioritari e sovrani del proprio destino - ma anche una democrazia piena per tutti i suoi cittadini, Segre è ansioso e preoccupato, come molti di noi. In un saggio di qualche anno fa "Israele verso i sessant’anni" ripubblicato nel libro afferma: "Manca nel paese una componente fondamentale della democrazia: la parità della cittadinanza. Lo Stato israeliano è un sistema etnocratico in quanto si fonda per legge sulla superiorità di un gruppo etnico sull’altro. Il paese è appannaggio di una collettività maggioritaria, quella degli ebrei… Non vi è aspetto della vita pubblica in cui la minoranza araba eserciti una funzione efficace, eccezion fatta per il diritto di voto". È questo un punto dolorosamente vero. Che Israele sia e resti uno stato "ebraico" perché l’ebraismo è un fatto profondamente costitutivo dell’identità collettiva del paese (la lingua, le feste, la memoria storica) è cosa legittima, ma non può lo stato favorire, come invece avviene, il gruppo ebraico a fronte dei non ebrei nell’allocare fondi, terra, scuole e risorse economiche.

La discussione al Parlamento di Israele proprio in questi giorni di una legge "fondamentale" proposta dai partiti di destra che dovrebbe definire Israele come "stato-nazione del popolo ebraico" e delle conseguenze che essa determinerà nei rapporti con la minoranza araba del paese è un test importante per il suo futuro della sua democrazia.

 

Giorgio Gomel

 

Bruno Segre - Israele, la paura, la speranza - Dal progetto sionista al sionismo realizzato - Wingsbert House, 2014 - pp. 304 - 18

 

Un angelo a Gerusalemme (Joel Itman)

 

    

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