Prima pagina

 

Quattro tribù, uno Stato condiviso

 Intervento del Presidente di Israele Reuven Rivlin il 7 giugno a Herzliya

 

Abbiamo scelto di pubblicare integralmente l’intervento che il Presidente della Repubblica israeliano Reuven Rivlin ha tenuto lo scorso 7 giugno alla Conferenza annuale dell’Institute for Policy and Strategy a Herzliya, che riteniamo di straordinario interesse per l’onestà intellettuale con cui affronta temi che finora molti preferivano passare sotto silenzio: entro pochi anni la società israeliana non sarà più composta da maggioranza e minoranze ma da quattro gruppi minoritari - due dei quali non sionisti - molto lontani l’uno dall’altro per cultura, mentalità e valori. Se non saprà trovare i fondamenti condivisi per la collaborazione tra questi quattro gruppi Israele non sarà in grado di affrontare le sfide del futuro. “Finalmente Rivlin si è svegliato e dice le cose che io ho sempre detto” ha commentato il demografo Sergio Della Pergola. Occorre comunque tener presente che nel suo discorso Rivlin si riferisce a Israele senza i territori occupati, altrimenti le percentuali sarebbero ben diverse, e i “quattro pilastri” da lui proposti non potrebbero funzionare. Basti pensare che, in base a uno studio di Della Pergola, già nel 2014 gli ebrei erano solo il 49% della popolazione presente tra il Giordano e il mare (58% se si esclude la Striscia di Gaza). “Ma Rivlin non era a favore di uno stato unico?” abbiamo chiesto a Della Pergola. “Era effettivamente a favore di uno stato unico. Ma evidentemente come capo dello stato ha capito quali sarebbero le conseguenze per Israele. In altre parole, la carica fa l'uomo.”

 

Signore e Signori, la società israeliana sta vivendo una trasformazione che porterà lontano. Non si tratta di un banale cambiamento ma di una trasformazione che ristrutturerà la nostra effettiva identità di “israeliani” e avrà un impatto profondo sul modo in cui intendiamo noi stessi e la nostra nazione. Non c’è modo di evitare questo cambiamento: sono cambiamenti che in alcuni di noi possono provocare nostalgia per la “cara vecchia Israele” ma quelle esperienze dello stare insieme intorno ad un immaginario falò da campo israeliano sono destinate a non ritornare.

 In Israele una parola è da tempo diventata un’arma: “Demografia”. È una parola che viene usata generalmente quando qualcuno vuole legittimare una particolare rivendicazione. Tuttavia, coloro che hanno buone orecchie capiscono che l’impiego di questo termine altro non è se non un modo apparentemente cortese per rappresentare un gruppo o un altro della popolazione come una “minaccia” o un “pericolo”, qualcuno di non desiderato o illegittimo. Qualche volta il dito è puntato contro gli arabi, altre volte contro i charedim (gli ultraortodossi), a seconda del contesto. È per tale motivo che nel corso degli anni ho sviluppato una profonda avversione nei confronti di questo concetto. Oggi sono qui, di fronte a voi, a un anno dall’inizio della mia presidenza, e voglio parlare di demografia. Questo perché significativi cambiamenti demografici esprimono, anzi addirittura dettano, la profonda essenza della realtà. Non ho mai considerato, né mai considererò, nessun gruppo o persona di quelli che compongono la società israeliana come un pericolo o, Dio ne guardi, come una minaccia.

Sono qui oggi perché ho riscontrato una reale minaccia nella rimozione collettiva nei confronti delle trasformazioni che la società israeliana sta subendo nel corso degli ultimi decenni e nel trascurare quello che io chiamo il “nuovo ordine israeliano” il cui significato voglio oggi trattare. Signore e Signori, il “nuovo ordine israeliano” non è una profezia apocalittica, è la realtà, una realtà che può essere riscontrata nella formazione delle prime classi del sistema di istruzione israeliano. Negli anni’90 (come si può vedere nella proiezione alle mie spalle) la società israeliana era composta da una netta e solida maggioranza con accanto alcuni gruppi minoritari.

Una grande maggioranza sionista laica e poi tre gruppi minoritari: una minoranza nazional religiosa, una minoranza araba e una minoranza charedì. Benché questo schema sia rimasto impresso nella mente di buona parte degli israeliani, nella stampa, nel sistema politico, tuttavia esso è completamente cambiato.

 

Quattro tribù

Le prime classi elementari sono composte oggi da circa il 38% di ebrei laici, dal 15% di nazional-religiosi, da circa un quarto di arabi e da quasi un quarto di charedim. Se è vero che i numeri e le definizioni sono dinamici, né le identità né il tasso di natalità rimangono statici nel tempo. Una cosa però è chiara e cioè che i processi demografici che stanno ristrutturando e ridisegnando il modello della società israeliana hanno in effetti creato un “nuovo ordine israeliano”. Si tratta di una realtà in cui non si riscontra più una maggioranza netta né gruppi di netta minoranza. È una realtà nella quale la società israeliana è composta da quattro gruppi di appartenenza della popolazione o, se preferite, da quattro “tribù” principali, diverse una dall’altra e che stanno diventando sempre più simili per dimensioni. Che ci piaccia o no, la composizione di coloro che costituiscono la società israeliana e lo Stato di Israele sta cambiando sotto i nostri occhi.

Ogni volta che descrivo questa ripartizione mi si chiede: che ne è della situazione tra gli ebrei ashkenaziti e gli ebrei sefarditi? Tra la destra e la sinistra? Tra la periferia e il centro? Tra ricchi e poveri? Queste non sono linee divisorie che segmentano e creano separazione nella società israeliana? La risposta è: certo che lo sono, queste linee divisorie sfortunatamente esistono fra ciascun gruppo di appartenenza della popolazione e al loro interno e devono essere gestite e indirizzate. Tuttavia, malgrado queste divisioni vi è una distribuzione tra le quattro principali tribù che formano la società israeliana e che rivela la struttura di base, una struttura che non avremo mai la capacità o il potere di offuscare o cancellare, una struttura che molti di noi percepiscono come minaccia al carattere laico liberale dello Stato di Israele da una parte o allo spirito sionista dall’altra. Questa grave frattura nella società israeliana si esprime innanzitutto nella divisione in sistemi di istruzione diversi e separati. Mentre. nel complesso, ebrei sefarditi e ashkenaziti o ebrei di destra o di sinistra frequentano le stesse scuole, i bambini nati in Israele sono mandati in uno dei quattro sistemi di istruzione separati, sistemi che hanno come obiettivo quello di educare il bambino e formare la sua visione del mondo attraverso un’etica e una cultura diverse, diverso credo religioso e addirittura diversa identità nazionale.

Un bambino di Beth El o di Rahat, un bambino di Herzliya e un bambino di Beitar Ilit non solo non si incontreranno mai ma vengono istruiti in una prospettiva completamente diversa con riferimento ai valori di base o al carattere che si vuole abbia lo Stato di Israele. Potrà questo essere uno stato laico, liberale, ebraico e democratico? Sarà uno stato che si basa sulla legge religiosa ebraica? O uno stato religioso democratico? Sarà uno stato in grado di inglobare tutti i suoi cittadini di qualsiasi gruppo etnico nazionale? Tribù con tribù con tribù, con tribù.

E così, ogni tribù ha i propri mezzi di informazione, i giornali che legge, i canali televisivi che segue. Ogni tribù ha pure le sue città: Tel Aviv è la città di una tribù proprio come Umm El Fahm è la città di un’altra, così come Efrat e Bnei Brak. Ciascuna di loro rappresenta la città di una certa tribù. In Israele i sistemi di base che formano la coscienza della gente sono tribali e separati e con ogni probabilità rimarranno tali. Non voglio semplificare eccessivamente con rozze generalizzazioni. Queste divisioni naturalmente non sono né assolute né onnicomprensive. Nessun settore della popolazione è un singolo elemento in se stesso ma comprende un ambito diversificato di membri e naturalmente vi sono aree comuni tra i vari gruppi. Tuttavia è importante anche che noi non ignoriamo - per cecità o rimozione - che non sono gli elementi marginali di ciascun gruppo che creano le profonde divisioni fra loro.

Non si tratta qui di divergenze tra nazionalisti israeliani estremisti da una parte o anarchici radicali o fondamentalisti islamici dall’altra. Si tratta di un divario tra identità culturali e religiose e talvolta di abissi tra le principali correnti in ciascun campo, tra quattro diversi e importanti locomotori di identità. Il “nuovo ordine israeliano” non è una differenziazione sociologica creativa ma piuttosto una realtà con conseguenze di lunga portata per la nostra solidità nazionale, per il futuro di noi tutti. Da un punto di vista economico, la realtà attuale non è in grado di sopravvivere. La matematica è semplice, qualsiasi bambino può rendersene conto. Se non riduciamo il divario di oggi nel tasso di partecipazione alla forza lavoro e nei livelli salariali delle popolazioni arabe e charedì, che costituiranno ben presto la metà dell’intera forza lavoro, Israele non potrà continuare a essere un’economia sviluppata.

La grande e penosamente epidemica povertà, che sta già avendo grossi effetti in Israele, potrà solo espandersi e peggiorare. Da un punto di vista politico la politica israeliana è costruita in gran parte su un gioco intertribale a somma zero. Una tribù, quella araba, per sua scelta o no, non è in realtà un partner nel gioco. Le altre tre sembra siano impegnate in una lotta per la sopravvivenza, una lotta per il finanziamento pubblico, le risorse per l’istruzione, l’edilizia, le infrastrutture, ognuna a favore del proprio gruppo di appartenenza. Nel “nuovo ordine israeliano”, in cui ogni gruppo si sperimenta come minoranza, questa dinamica sarà infinitamente più distruttiva. Ma al di là di tutto questo, dobbiamo esaminare le implicazioni sociali e morali del “nuovo ordine israeliano”. Dobbiamo onestamente chiederci che cosa hanno in comune tutti questi gruppi? Abbiamo un linguaggio civile, un ethos condiviso? Abbiamo un denominatore comune di valori che possa unire tutti questi gruppi in uno Stato di Israele ebraico e democratico? In passato l’esercito era uno strumento fondamentale per forgiare il carattere israeliano. Nell’esercito la società israeliana si confrontava, si consolidava, si forgiava moralmente, socialmente e, sotto molti aspetti, economicamente.

Rimmon, Torino, tardo 18° sec

 

 

Al contrario, nell’ordine israeliano che sta emergendo oltre la metà della popolazione non presta servizio militare, così succede che gli israeliani vengono in contatto fra loro per la prima volta sul posto di lavoro. In ogni caso, la reciproca non conoscenza e la mancanza di un linguaggio comune tra queste quattro popolazioni, che stanno diventando sempre più simili come dimensioni, alimentano inevitabilmente la tensione, la paura, l’ostilità e la competizione.

Qualcuno dirà che sto solo esprimendo un’opinione, ma questi sono i fatti. Per poter dare speranza dobbiamo riconoscere i fatti. Ignorare, negare e rimuovere i cambiamenti che la società israeliana sta subendo o mostrare incapacità nel riconoscerli non sarà di aiuto.

Ho avuto di recente un incontro con un gruppo di giovani dirigenti di azienda e tra loro un vice direttore del marketing che lavora per una grossa società pubblicitaria di Tel Aviv. Ho mostrato i dati della proiezione alle mie spalle. Ha lanciato un urlo. Una persona come questa, i cui mezzi di sussistenza dipendono probabilmente dalla capacità di capire noi israeliani, ha avuto difficoltà a credere che questa è la società in cui vive. Non è il solo. È una prospettiva condivisa dalla media degli spettatori della TV commerciale che non vedono charedim o arabi, o certe città nelle mappe delle previsioni del tempo, e si abituano quindi a pensare che non esistano. Dall’altra parte vi sono coloro che vedono con chiarezza questi cambiamenti ma rifiutano di accettare i fatti. E vi sono anche coloro che gridano pubblicamente contro quello che essi chiamano la “religionizzazione” dell’esercito.

Viceversa vi sono coloro che semplicemente propongono scambi territoriali, poiché non è possibile cambiare la demografia ma si può giocare con la geografia. In effetti si è già affermato che se i charedim e gli arabi non esistessero la nostra situazione sarebbe eccellente.

Signore e Signori, rimuovere o combattere questa situazione non sarà di nessun aiuto. Siamo tutti qui per rimanere, charedim, ebrei laici, ebrei ortodossi e arabi. Ora, se davvero vogliamo affrontare il significato del “nuovo ordine israeliano” allora dobbiamo considerare il problema con coraggio e porci alcune domande scabrose. Siamo in grado noi sionisti di accettare il fatto che due gruppi significativi, la metà della futura popolazione di Israele, non si definiscano sionisti? Non assistono alla cerimonia dell’accensione della fiaccola sul monte Herzl nel Giorno dell’Indipendenza, non cantano l’inno nazionale con occhi luccicanti. Siamo disposti a rinunciare al servizio militare come biglietto di ingresso nella società e nell’economia israeliane e sostituirlo con un servizio civile e comunitario? E d’altro canto, gli arabi e i charedim sono disposti a impegnarsi a contribuire a plasmare un’identità e un’economia israeliane, a partecipare al servizio civile o comunitario nazionale con senso di responsabilità e con impegno? Coloro che oggi non vogliono porsi queste domande non sono più o meno sionisti o nazionalisti ma semplicemente ignorano la sfida più importante di fronte a cui si trova l’avventura sionista. Se vogliamo vivere nella prospettiva di uno stato ebraico e democratico come sogno della nostra vita e del nostro cuore, allora dobbiamo guardare con coraggio a questa realtà. Dovremo farlo insieme, al di là del difficile compito di trovare le risposte a queste domande, al di là della facilità o meno con cui si potranno riunire tutte le tribù di Israele, con una visione condivisa della speranza israeliana.

Quattro pilastri

Signore e Signori, il “nuovo ordine israeliano” ci chiede di abbandonare il punto di vista consolidato di maggioranza e minoranza e di muoverci verso una nuova concezione di collaborazione tra i vari gruppi della popolazione nella nostra società. Chiarire l’essenza di questa compartecipazione è compito di tutta la società israeliana. Anche se non sta a me, in quanto Presidente dello Stato di Israele, dettare le risposte a queste importanti domande, è mio compito e mio dovere porle e chiedere che vengano discusse e che venga data loro risposta. E continuerò a farlo da ogni tribuna, ovunque, di fronte a ogni tribù a cui ci troveremo davanti, di fronte all’intero popolo.

Credo che vi siano quattro pilastri su cui questa collaborazione deve trovare sostegno. Il primo è un senso di sicurezza per qualsiasi gruppo e cioè il fatto che entrare a farne parte non richiede di rinunciare agli elementi basilari della propria identità. Il charedì, il laico, il religioso o l’arabo non devono avere la sensazione che le questioni per loro più delicate siano in pericolo o minacciate, sia che si tratti del metodo di istruzione nelle Yeshivot per il charedì, o il concetto nazional religioso di redenzione, lo stile di vita liberale di un ebreo laico o l’identità arabo palestinese.

Il senso di sicurezza sul fatto che la mia identità non è minacciata è un prerequisito fondamentale per la capacità di ognuno di noi di tendere la mano all’altro. Capire i loro dolori e le paure. La capacità di noi tutti di stabilire un’intesa tra i vari gruppi. Non possiamo riuscirci se non impariamo a conoscerci, se non giungiamo alla comprensione delle questioni più sensibili di ogni gruppo e non impariamo a rispettarle e a tutelarle, anche quando è difficile e perfino frustrante.

 Il secondo pilastro è una responsabilità condivisa. Quando nessuna tribù sia più minoranza, nessuna parte può venir meno alla responsabilità nei confronti del destino e del futuro dello Stato di Israele e della società israeliana in generale. In questo modo, nessuna tribù è esente dal proporre soluzioni per quanto concerne la sfida di difendere la sicurezza dello Stato, di affrontare le sfide economiche e di mantenere lo status internazionale di Israele come membro della famiglia delle nazioni. La partecipazione richiede responsabilità

Il terzo pilastro è equità e uguaglianza. Per poter assicurare collaborazione tra noi dobbiamo garantire che nessun cittadino sia discriminato o favorito semplicemente perché appartiene a uno specifico gruppo. L’attuale situazione di divari strutturali tra le parti, che si tratti di finanziamenti, di infrastrutture o di terra, è intollerabile. Vi sono in Israele evidenti aspetti tribali di povertà e la maggior parte delle posizioni privilegiate in campo economico sono nella mani di uno o due gruppi. In tale situazione non è possibile costruire un futuro condiviso. Per poter costruire solide basi di collaborazione dovremo assicurare un”sogno israeliano” accessibile che possa essere realizzato da qualsiasi giovane, giudicato solo con il criterio delle sue capacità e non secondo le sue origini etniche o sociali.

Il quarto pilastro, quello che rappresenta la sfida maggiore, è la creazione di un carattere israeliano comune, una “israelianità” comune. Malgrado le sfide che il “nuovo ordine israeliano” pone, dobbiamo riconoscere che non siamo condannati a essere danneggiati a causa del mosaico israeliano che si sta sviluppando ma al contrario che esso offre un’enorme opportunità. Esso racchiude infatti ricchezza culturale, ispirazione, umanità e sensibilità. Non dobbiamo permettere che il “nuovo ordine israeliano” ci induca al settarismo e al separatismo. Non dobbiamo rinunciare al concetto di “israelianità”, dovremo piuttosto aprire i suoi cancelli ed espandere il suo linguaggio.

Il cammino per costruire questi pilastri è lungo e difficile, ma se crediamo che non siamo destinati a fallire ma a vivere insieme supereremo la sfida.

Cari amici, dovremo realizzare la collaborazione richiesta dal “nuovo ordine israeliano” in ogni ambito delle nostre vite. Ci verrà richiesto di abituarci ad insegnare la collaborazione, visti i sistemi di istruzione separati. Dovremo imparare a gestire un’economia e un settore pubblico che eccellano nell’impiego della diversità, imparare a creare media che riescano a essere una tribuna che unisca, un mondo accademico che non transiga sulla qualità ma che sappia anche creare un ambiente culturale sensibile, una politica e un linguaggio politico che tengano conto della sensibilità e dei fondamenti per una coesistenza.

La creazione di tale coesistenza è un compito enorme. È un compito che mi sono assunto io stesso, ma non deve essere compito mio soltanto: esso richiede un grande sforzo collettivo da tutti noi.

Durante il primo anno del mio mandato mi sono adoperato per sensibilizzare ogni gruppo tra noi perché riuscisse a vedere l’altro gruppo, anche quando era difficile, per ascoltare l’altro gruppo anche quando strideva alle nostre orecchie, per tendergli la mano. Alla fine di questo anno, sono qui di fronte a voi cercando di dire queste cose apertamente e chiaramente, con la profonda sensazione che la società israeliana abbia oggi bisogno di essere scossa.

Mi rivolgo a tutti voi perché vi uniate a me nell’affrontare la sfida Mi schiero con chiunque sia pronto e disposto a partecipare a questo compito. Sono qui al vostro servizio, al servizio di tutta la società israeliana. Solo in questo modo, collaborando tutti insieme, potremo riaccendere la speranza di Israele.

Reuven Rivlin, Presidente della Repubblica

Herzliya, 7 giugno 2015

 

Traduzione dall’inglese (dalla traduzione ufficiale rilasciata dalla Herzliya Conference) di Anna Maria Fubini

 

Mantova, Scuola grande, Aron ha-Kodesh e seggi rabbinici, 16° sec