Storie di ebrei torinesi

 

 

Roberto Duretti: restituzione di un passato

 

 

Roberto Duretti, nato nel 1959, è grafico e musicista, diplomato sia in Arti Grafiche che in musica corale e direzione di coro. Ha lavorato per alcuni anni per il Teatro dei Piccoli di Aosta, con cui è anche andato in tournée, ha successivamente insegnato in scuole per la grafica, tenuto laboratori musicali per ragazzi delle scuole elementari e medie e ha insegnato teoria e solfeggio in licei musicali. Ha diretto corali nel torinese e ha svolto una ricerca sulle musiche alla corte di Carlo Emanuele I (1570-1620), recuperando e trascrivendo in particolare le partiture del musicista di corte Sigismondo D’India. Attualmente in pensione, è membro del direttivo del Gruppo di Studi Ebraici e della Commissione Cultura della Comunità.

 

Ci racconti qualcosa della tua famiglia?

I miei nonni e mia mamma, Stella Valabrega, abitavano a Torino, in via Po 25, dove oggi ci sono le pietre d’inciampo che li ricordano. Mio nonno faceva l’orefice. Sono stati arrestati la mattina del 5 dicembre 1943 e portati  prima alle carceri Nuove e poi a  Fossoli. Dei tre fratelli di mia mamma due erano già sposati e non vivevano più in quella casa, un terzo è riuscito a scappare dalla finestra quella mattina con l’aiuto dei genitori (si credeva erroneamente che solo gli uomini giovani corressero un grave pericolo). Sono stati trasportati ad Auschwitz con il convoglio partito il 22 febbraio 1944 (lo stesso in cui si trovavano Primo Levi e Luciana Nissim). I miei nonni sono stati uccisi all’arrivo ad Auschwitz, il 26 febbraio 1944. Mia madre, che allora aveva vent’anni (era nata nel 1923) è riuscita a sopravvivere anche grazie al fatto che sapeva cucire -aveva studiato in un laboratorio di moda - si era procurata ago e filo e faceva da sarta rattoppando i vestiti delle altre deportate in cambio di pane. Con le marce della morte è stata portata a Bergen Belsen, dove è stata liberata.

Tua mamma raccontava queste cose a te e a tua sorella quando eravate piccoli?

Ho sempre saputo delle deportazioni, mia mamma ha sempre raccontato, non si è mai chiusa nel silenzio, ma è mancata nel 1978 a soli 55 anni quando io ne avevo 19. Raccontava, ma non in modo sistematico, non la deportazione in generale, ma frammenti, come se raccontasse a se stessa. Erano brandelli di ricordi, immagini che la perseguitavano. Per esempio la sera del suo arrivo, quando nella camerata non c’era nessun posto libero nelle cuccette e aveva dovuto dormire sul tavolaccio. O una mattina in cui era andata alla latrina, che era occupata da una sua compagna; dato che impiegava troppo tempo l’aveva scossa, e quella era caduta: era morta assiderata. Oppure di una volta in cui era stata chiamata in un ufficio e una donna, gridandole cose che non capiva, aveva preso uno straccio e glielo aveva strofinato violentemente in faccia mentre lei era inginocchiata davanti a un ufficiale. O ancora una volta in cui era nuda di fronte al dottor Mengele che la esaminava e lui le aveva dato un pugno rompendole il setto nasale. Aveva frequenti incubi, a volte di notte gridava. In certi momenti tremava e mio padre cercava di calmarla. In casa era proibita la visione di film con divise tedesche.

In fondo da quel campo lei non è mai uscita.

 

Non ha mai testimoniato in pubblico?

Nei suoi ultimi anni di vita aveva pensato di scrivere le sue memorie; voleva prendere contatto con Primo Levi, che aveva viaggiato nel suo stesso convoglio; lo conosceva perché si incontravano a riunioni di ex deportati. Già nei primi tempi dopo il suo ritorno era stata contattata da un giornalista perché raccontasse la sua vicenda, ma i suoi parenti e mio padre l’avevano dissuasa. Non aveva voglia di parlare perché non veniva creduta; oppure le dicevano: “Se vi è successo questo dovrete pure aver fatto qualcosa di male” e allora provava una sorta di senso di colpa. Nella sua libreria c’erano due libri che teneva ben distinti dagli altri: Pensaci, Uomo! di Pietro Caleffi e Albe Steiner (ci mostrava le fotografie, e in particolare c’erano quelle di Bergen Belsen, dove è stata liberata) e Ricordi dalla casa dei morti di Luciana Nissim in cui aveva sottolineato il punto in cui si parla di lei; in un certo senso ne era orgogliosa, perché quel libro dimostrava che quelle cose erano realmente accadute: era contenta che qualcuno fosse riuscito a raccontare quello che a lei non era riuscito.

 

Cosa vi diceva a proposito del numero tatuato sul braccio?

 

Ce lo recitava in tedesco: FÜNFUNDSIEBZIGTAUSENDSECHSHUNDERTSIEBENUNDNEUNZIG. Ci diceva: “Quando chiamano il tuo numero tu devi saperlo e rispondere Jawohl!, altrimenti significa morire”. È curioso che ancora oggi non sono sicuro di saperlo in italiano (dovrebbe essere 75697; il suo è stato l’ultimo numero registrato quella sera perché erano in ordine alfabetico; la Nissim aveva il 75689), mentre lo so recitare in tedesco.

 

Come è avvenuta la riscoperta della tua identità ebraica?

La versione ufficiale dei fatti che girava in famiglia era che l’ebreo fosse solo mio nonno, Michele Valabrega, e che mia nonna, Maria Roscetti, cristiana, non risultasse negli elenchi di persone da arrestare ma avesse scelto spontaneamente di seguire il marito alle Nuove.

Ma in questa vicenda apparentemente liscia e lineare c’erano crepe, asperità, incongruenze. Quando ero piccolo mia mamma mi leggeva parole strane da un libro, senza spiegare di cosa si trattasse. Quasi pensavo che mi prendesse in giro, poi ho capito che doveva essere ebraico. In casa ho poi trovato anche un catechismo ebraico del 1901 (si chiama proprio così) e un orario delle ufficiature del 1940.

Io avevo coltivato domande: dove mi colloco rispetto a questa storia? Cosa posso fare? Le mie risposte erano state da una parte nascondere l’identità e dall’altra l’impegno politico nella sinistra extraparlamentare, nei movimenti antifascisti, combattere il razzismo perché queste cose non accadessero mai più a nessuno.

Con il passare degli anni avevo dimenticato le domande, ma le domande non si erano dimenticate di me.

Dal 1997-98 ho iniziato a ricevere Ha Keillah perché Giulia Levi Sorani, che era stata per breve tempo mia collega, mi aveva aggiunto all’indirizzario. Avevo fatto alcuni tentativi informali di prendere contatti con il mondo ebraico ma senza sviluppi. Nei primi anni 2000 vengo contattato da una ragazza che cerca notizie sugli ebrei sopravvissuti ad Auschwitz per la sua tesi su Arturo Foà. Mi segnala che all’Archivio di Stato ci sono documenti relativi a mia mamma a cui solo un parente può avere accesso. Apro il fascicolo e trovo un documento del luglio 1939 in cui si attesta che in base al censimento del 1938 tutta la famiglia risulta iscritta alla Comunità Israelitica di Torino. Mia nonna risulta figlia di padre ariano e madre ebrea. Ho consegnato quei documenti in Comunità. Era il marzo del 2011. Non volevo diventare ebreo. Volevo solo capire come mi collocavo rispetto a questa storia. Ricordo che Lia Montel Tagliacozzo mi aveva detto: “Gli ebrei nell’attribuire l’identità ebraica sono molto più esigenti dei nazisti. Ne parlo con Rav Somekh e le faccio sapere”. Tre mesi dopo ricevo una telefonata da Rav Somekh. “Sua nonna si chiamava Roscetti Maria?” “Sì”. “Può venire da me domani?” Vado da lui e dico: “Se non sono ebreo non voglio conversioni. Agli ebrei è successa una cosa terribile. Tra loro ci sono i miei nonni e mia mamma…” “Da oggi - mi risponde Rav Somekh - Lei può dire: a noi ebrei è successa una cosa terribile.” E mi mostra due documenti del 1910 da cui risulta la conversione di mia nonna all’ebraismo e il matrimonio dei miei nonni in sinagoga.

 

Cos’hai provato in quel momento?

Finora avevo sempre immaginato mia mamma dall’altra parte di un filo spinato. In quel momento mi sono sentito trascinare dentro. Ma mi sentivo a posto con me stesso, mi dicevo: accetta quello che sei, vivi la tua identità.

Non è vero che il passato non cambia: per me il passato è cambiato. Ho potuto dare un significato alle cose che prima non l’avevano. Questa è la pagina che mia mamma mi leggeva [mostra l’inizio dello Shemà]. Ogni anno a un certo punto verso marzo-aprile mia mamma misteriosamente tornava a casa con grandi cracker che non sapevano di niente - pensavo fossero dietetici. Adesso so come si chiamano. L’ingresso in Comunità contribuisce a darmi una storia: so che i luoghi della Comunità sono stati calpestati dalle scarpe dei miei.

Il mio bisogno di identità è una risposta forte di fronte a coloro che non volevano che queste vite esistessero. Ero stato educato a vivere un’identità che non era la mia, ma di sofferenza: mia mamma voleva tutelare i figli; ci aveva dato un’identità cristiana come “biglietto da visita” nel caso quelle cose avessero dovuti ripetersi. Il non rifiutare più l’identità ebraica, ma viverla pienamente, ha significato per me togliere paure e affrontare questioni che in altro modo non sarebbe stato possibile affrontare. Prima quando pensavo a queste cose sentivo come se ci fosse un cane che mi mordesse il tallone. Da quando sono entrato in Comunità questa paura non mi perseguita più. Quest’ansia si era finalmente placata. All’interno della Comunità trovavano senso le cose che prima erano tormenti, dissidi, domande senza risposta. Prima facevo fatica a raccontare quello che era successo a mia mamma: sentivo che queste storie erano vissute dagli altri come una sorta di racconto fantastico, irreale, e mi bloccavo. Entrando in Comunità e ascoltando tante storie come la mia ho capito che queste storie si dovevano e si potevano raccontare.

Quest’anno grazie alla scuola elementare “Pestalozzi”, che ha adottato le pietre d’inciampo relative ai miei nonni e a mia mamma, con mia sorella abbiamo potuto raccontare la storia della mia famiglia. C’erano molti bambini stranieri. Un bambino arabo ha detto: “I miei genitori hanno detto che non è possibile!” Gli abbiamo chiesto: “Hai detto ai tuoi genitori che hai sentito raccontare queste cose?” Nel’incontro successivo, dopo la pose delle pietre a cui lui ha assistito, ha detto che ora ci credevano.

Sconfiggere la paura per me e mia sorella è sfociato nel nostro viaggio ad Auschwitz lo scorso anno. Siamo andati da soli. Dalle testimonianze di sue compagne come Luciana Nissim e Laura Geiringer abbiamo ricostruito il momento dell’arrivo di mia madre e abbiamo ripercorso la strada che porta dalla Judenrampe di Birkenau sino al cancello di Auschwitz 1. Prima ritenevo impossibile l’idea di andare in quei campi e rivivere quei momenti. Quel giorno ho visto gente stare male. Per noi è stata come una rivincita: siamo vivi, siamo qui!

 

Come è stata finora la tua vita comunitaria? Perché sei entrato nel Gruppo di Studi Ebraici?

Partecipare alla vita della Comunità è partecipare alla mia identità. All’inizio avevo bisogno di capire quale fosse il mio posto in Comunità, di sentirmi legittimato. Ho offerto di dare una mano da qualunque parte: per essere ho bisogno di fare. L’unico che ho davvero voluto conoscere fin dall’inizio è stato Renzo Levi: siamo figli di sopravvissuti che hanno fatto lo stesso viaggio, sento con lui un legame particolare: siamo, con la nostra stessa esistenza, la sfida a quell’orrore. Nella Commissione Cultura sto ancora cercando di prendere le misure: faccio qualche intervento, ma soprattutto ascolto. All’inizio avevo bisogno di orientarmi, poi a istinto ho cercato di capire chi era più affine a me: nel GSE posso coniugare la mia identità ebraica con la mia identità di sinistra che non è mai venuta meno (anche se, come tutti gli ebrei di sinistra, vivo con una certa conflittualità i dibattiti su Israele). Nella mia famiglia paterna c’è una forte tradizione di socialismo: mio nonno era stato picchiato dai fascisti perché aveva in casa una foto di Matteotti; mio padre aveva una grande ammirazione per Nenni (che, tra l’altro, aveva anche avuto una figlia deportata); gli aveva anche scritto per una pensione di guerra che mia mamma avrebbe dovuto avere.

 

Hai anche fatto parte della commissione elettorale che ha dato vita alla lista Beiachad.

Sì: [ride] dopo qualche anno in Comunità ho deciso che era venuto il momento di farmi dei nemici…

 

Ma in realtà in quel contesto sei stato tra principali sostenitori di una linea di non conflittualità.

Per me era così importante essere dentro a una Comunità che vederla così dilaniata mi pareva una cosa assurda: non potevo partecipare ai vari conflitti.

Intervista di Anna Segre

 

L'artista Gunter Demning tra Roberto Duretti e sua sorella Mariella,
il giorno dell'inaugurazione della pietre d'inciampo in memoria dei nonni e della madre.