Storie di ebrei torinesi

 

 

Giorgio Fischer: ritorni

I quattro splendidi bambini biondi di Giorgio mi accolgono festanti. Sono entusiasti delle fialette puzzolenti che ho regalato loro in occasione dello Shabbaton del 22 marzo, che allora non avevo osato far scoppiare in sala durante la recita. Giorgio mi accoglie sui mega divani del vasto soggiorno coperto del suo giardino.

 

 

Ti dico subito che, diversamente dalle altre interviste, questa volta sono in difficoltà, perché di te non so quasi nulla.

Io sono nato a Zurigo nel 1976 ma subito portato in Italia. La mia famiglia era a Zagabria ai tempi dell’Impero Austro-ungarico. Mio nonno Otto, nato a sud della Croazia, era stato registrato col cognome Fišer, alla slava, divenuto poi Fischer alla tedesca. Si occupava di commercio di legnami, e la sua famiglia era molto benestante, tanto che possedeva al centro di Zagabria un grande palazzo. Famiglia ebraica non ortodossa, come un po’ tutti a Zagabria. Con l’anschluss vengono in Italia e non so perché si stabiliscono a Prunetta, frazioncina del comune di Piteglio, in provincia di Pistoia, dove rimangono fino al settembre del ’43, quando nasce mio papà Max (dal quale ha preso il nome mio figlio). Tutte le quattro donne della famiglia, mia nonna, sua sorella, la nonna di mio papà e la moglie dello zio Paolo, registrate come ebree, vengono arrestate e imprigionate a Fossoli, e di lì deportate ad Auschwitz, da dove non torneranno. Mio padre neonato, non circonciso e non registrato come ebreo, viene nascosto da una famiglia locale e si salva.

E tuo nonno?

Mio nonno Otto e suo fratello Paolo sono spariti: qualcuno dice che siano stati deportati, ma non c’è documentazione tedesca al riguardo, se non documenti jugoslavi e di Yad Vashem da cui risultano tra le vittime di Auschwitz. Ma sono tornati, e mio nonno, cui ero molto affezionato, è morto nel 1989! Al Museo di Yad Vashem ho inviato la documentazione provante la sua esistenza in vita. Mio nonno non mi ha mai voluto raccontare nulla del suo passato di quel periodo. Alcuni suoi amici mi hanno riferito che sarebbe stato liberato dai russi, portato in Unione Sovietica, da cui sarebbe tornato a piedi fino a Zagabria, dove trova il palazzo di famiglia espropriato da Tito e trasformato nel 1945 in sede di Croazia Film. Il portiere dell’albergo di fronte, impietosito dal suo stato di debole ex internato, lo aiuta, dandogli da mangiare e da dormire. Raccontano che poi abbia varcato la frontiera italiana, forse clandestinamente, e che abbia raggiunto Prunetta per riprendersi il figlio (mio padre), che nel frattempo era cresciuto.

 

Questa storia avventurosa è stata già scritta, o è inedita?

Non è stata ancora scritta da nessuna parte. Ho rovistato in un baule di documenti di mio nonno, pieno di foto e di papiri, da cui si riesce a ricostruire la sua vita. Vedovo, senza un soldo e senza casa, con un bimbo da mantenere, chiede aiuto ad un’organizzazione di assistenza agli ex internati, che gli chiede di andare a Roma, cosa che lui non può fare per mancanza di mezzi. Mio nonno mi ha insegnato però che se hai delle competenze (lui parlava correntemente il tedesco, il croato e l’italiano, ed era esperto di legnami) anche senza un soldo riesci a cavartela. Tenta di raggiungere suo fratello Anton negli Stati Uniti, ma non ci riesce, perché non ha il visto di espatrio e non può farselo dare dal governo jugoslavo, perché se andasse al consolato lo farebbero rientrare in patria. Avendo sperimentato la dittatura nazista, rifiuta di passare sotto la dittatura di Tito. Così rimane in Italia, in stato di apolide, fino al 1964, quando il figlio compie i 21 anni.

 

Ancora oggi il governo italiano fa aspettare decine di anni prima di concedere la cittadinanza agli immigrati…

Io trovo che sia una legge barbara, che limita la libertà di lavoro e di movimento agli immigrati. Mio nonno avrebbe avuto la possibilità di emigrare clandestinamente in Palestina (lo Stato d’Israele non c’era ancora), ma non se l’è sentita di iniziare una nuova vita in un paese duro e conflittuale, dopo le sofferenze subite durante la guerra.

Su consiglio di un amico decide di venire a Torino, da dove veniva un ramo della sua famiglia, gli Strauss-Zuckermann, e dove la ricostruzione del dopoguerra gli avrebbe offerto opportunità di lavoro. Infatti torna ad occuparsi della materia di cui era esperto, facendo il mediatore nell’acquisto di legname, e rimettendo in sesto l’economia familiare. Investe i risparmi aprendo un negozio di abbigliamento in via Pietro Micca, “La Chic di Torino” uno dei primi per “taglie forti”, che è rimasto in vita fino a pochi anni fa. Riesce così a mantenere agli studi mio padre, che si laurea in economia e diviene commercialista, stessa attività che poi ho scelto anch’io.

Mio nonno si risposa con Alexandra Marcus, una sua amica ebrea di Zagabria la cui famiglia era emigrata in Brasile. E così mi ritrovo una famiglia dispersa in Italia, Gran Bretagna, Israele, Brasile, USA, che parla croato, tedesco, inglese, portoghese, ebraico, italiano ecc… Mio papà si è sposato nel ’73 con mia mamma Patrizia, di origini biellesi, non ebrea, ma che negli anni si è avvicinata moltissimo all’ebraismo.

 

Parlami di tua moglie e dei tuoi figli.

Mia moglie si chiama Alessandra, ed i miei figli si chiamano così, a scalare dal più grande alla più piccola: Max, Eva, Noè e Blu.

 

Blu? Come mai questo nome?

Prima che nascesse, mia moglie ed io non abbiamo voluto sapere di che sesso fosse. Volevamo un nome di tre lettere, come quello degli altri, che andasse bene sia per un maschio che per una femmina. Max ha proposto Blu, che abbiamo accettato perché l’abbiamo trovato bellissimo. All’anagrafe ci hanno fatto dapprima un po’ di storie. Mia moglie ha detto che se erano accettati i nomi di colori come Rosa, Bruno, Celeste, Bianca ecc., non potevano rifiutare Blu. Li ha convinti.

 

Anche tua moglie non è ebrea. Nonostante questo sia tu che tua moglie state facendo il percorso di conversione all’ebraismo. Spiegami come mai.

Sia mio padre sia mio nonno non hanno mai rinnegato il loro ebraismo. Ma mio nonno odiava a tal punto i tedeschi e gli austriaci che per convincere mio padre a non andare in Austria nell’84 gli aveva offerto un milione di lire. Non avrebbe neanche comprato una vite fatta in Austria o in Germania! A causa di quello che aveva sofferto durante la guerra aveva convinto mio padre a non connotare la mia vita con particolari segni di identità ebraica. Nonostante questo, sono stato mandato alla scuola ebraica di Torino. E io mi sento profondamente ebreo, a prescindere dal fatto che per l’alakhah io non sia considerato tale. Sia io sia mia moglie seguiamo i corsi per effettuare il ghiur, con l’obiettivo di sostenere gli esami del Beth Din di Milano. Sia mia moglie che io, da quando è nato Max dieci anni fa, abbiamo deciso di fare ogni anno un passo in più verso l’osservanza delle mitzvot, e di questo siamo convinti anche per dare una solida base identitaria ai nostri figli.

 

Avete mai pensato a fare l’aliah?

Saremmo già in Israele da tempo, soprattutto secondo mia moglie, se non avessimo il vincolo della mia professione: il commercialista lavora grazie alla conoscenza della lingua, del diritto e della clientela del posto e, in caso di trasferimento, sarebbe per me molto difficile proseguire nel mio lavoro. Piuttosto è probabile che in Israele vadano i miei figli: a Tel Aviv andiamo pressoché una volta l’anno, a celebrare il Seder di Pesach ed a passare del tempo con amici della Comunità di Milano e di Torino, coi quali ci troviamo molto volentieri.

 

Con l’ebraico a che punto sei?

Ho cominciato ad impararlo alla scuola ebraica e, andando in Israele ogni anno, diciamo che sto migliorando.

 

Cos’è che ti attira in particolare dell’ebraismo, oltre al fatto che dà a te e alla tua famiglia una base identitaria?

C’è tutta una serie di ragioni, motivi sparsi come le ciliegie su un albero più che una marmellata confezionata. Alla base c’è sicuramente la volontà di non darla vinta a chi ha tentato di distruggerci fisicamente e culturalmente. Figlio unico, unico discendente della famiglia Fischer in parte sterminata in parte rimasta senza eredi, ho sentito la necessità di ricostruire una famiglia (anche per questo abbiamo voluto quattro figli), alla quale dare una collocazione culturale. C’è poi un motivo da pelle d’oca che mi ha ricordato il dottor Victor Šurliuga z.l., amico di mio nonno (quello che hai intervistato tu per Ha Keillah). Un giorno gli ho chiesto: “Dov’era Kadosh Barukh-Hu durante la Shoah?” E lui mi ha risposto: “Quando i gerarchi di Hitler si incontrarono a Wannsee nel ’42 per decidere la soluzione finale degli ebrei, quasi tutta l’Europa e l’Africa settentrionale erano in mano nazista. Sei anni dopo la Germania era un cumulo di macerie e rinasceva lo Stato d’Israele dopo 2000 anni. Kadosh Barukh-Hu dunque c’era!” Un’altra ragione che mi attira verso l’ebraismo: di tutte le civiltà dell’antichità, dalla assiro-babilonese all’egizia, dalla greca alla romana per non parlare di quelle barbariche od orientali, l’unica che è sopravvissuta è la nostra, e questo ha del miracoloso. Non si tratta di magia, ma sicuramente c’è qualcosa di straordinario. E poi c’è l’essenza dell’ebraismo, che è la discussione, che purtroppo spesso viene trascurata. L’ebraismo è tendenzialmente scevro da dogmi, una ginnastica mentale per gente che ragiona con la propria testa: all’opposto dell’oppio dei popoli, dà invece loro strumenti di comprensione della realtà.

 

Intervista di David Terracini