Germania

 

Heidegger antisemita

 di Cesare Pianciola

 

Donatella Di Cesare - autrice di Heidegger e gli ebrei. I “Quaderni neri” (Bollati Boringhieri, Torino 2014) - insegna a La Sapienza di Roma, è stata allieva di Hans-Georg Gadamer e vicepresidente della Martin Heidegger-Gesellschaft, che ora ha lasciato. I Quaderni neri del filosofo tedesco sono 33 quaderni dalla copertina nera, scritti tra il 1931 e il 1969, dei quali sono usciti in Germania quelli fino al '41, che entro quest'anno saranno disponibili anche in italiano presso Bompiani.

Rispetto al nazismo e all'antisemitismo di Heidegger, Di Cesare segue una via che esclude sia la posizione dei seguaci di Heidegger minimizzatori per i quali la sua filosofia non sarebbe toccata dagli “errori” in cui incorse, per quanto gravi, sia quella dei suoi liquidatori per i quali nazismo e antisemitismo farebbero corpo inestricabilmente con il suo pensiero, che per questo motivo sarebbe da respingere (in toto - compreso Essere e tempo - per alcuni; salvando il capolavoro del 1927 per altri, che sottolineano la “svolta” degli anni Trenta come abbandono e capovolgimento dell'analitica fenomenologico-esistenzialistica precedente). Questa strada impervia percorsa da Di Cesare inizia con un quadro dell'antigiudaismo come tratto essenziale della filosofia tedesca: da Lutero a Kant, a Fichte, a Hegel, a Nietzsche (che pure, com'è noto, ce l'aveva con gli antisemiti), fino a Mein Kampf e al nazismo, che bisognerebbe prendere sul serio come filosofia (anzi, come complessa “teologia politica”, pp. 130-131) e non ridurre a semplice guazzabuglio ideologico. Questo percorso nella filosofia tedesca contiene estratti spiacevoli e poco noti, anche di filosofi come Kant presentati di solito in versione di illuminismo emancipativo (ma lasciano perplessi frasi come: “Hitler potrà guardare a Kant...”, p. 44, così come le punte polemiche contro l'“universalismo totalitario e totalizzante”, p. 255, che vorrebbe spingere l'ebraismo in una sfera privata e particolare). Il capitolo centrale del libro è una serrata analisi di ben 140 pagine sull'antisemitismo di Heidegger, che non voleva essere “razziale” - anche se non mancano ricorrenze razzistiche in Heidegger, puntualmente documentate da Di Cesare - ma ontologico. Heidegger si chiede: qual è il posto degli ebrei nella storia dell'Essere? In cosa hanno contribuito alla vicenda della metafisica come oblio dell'Essere, quella storia che per Heidegger inizia già con Platone e culmina con il nichilismo di un pensiero contemporaneo asservito alla tecnica e diretto alla manipolazione degli enti?

Nel 1916 il giovane filosofo scriveva alla futura moglie Elfride: “la giudaizzazione della nostra cultura e delle nostre università è in effetti spaventosa e ritengo che la razza tedesca dovrebbe trovare sufficienti energie interiori per ritornare in auge”, e questa preoccupazione torna spesso successivamente, anche se ciò non gli impediva di stimare allievi e colleghi ebrei (a cominciare da Hannah Arendt). I Quaderni neri sviluppano il tema filosofico dell'ebraismo mondiale come “quella specie di umanità, che essendo semplicemente svincolata, può fare dello sradicamento di ogni ente dall'Essere il proprio 'compito' nella storia del mondo” (cit. a p. 101). L'ebreo come simbolo della modernità urbana, della mancanza di radici e di legami con il suolo, dedito al commercio e al denaro, portatore di una razionalità astratta e intellettualistica, dissolutrice, era uno stereotipo culturale diffuso che Heidegger incardina nella sua filosofia dell'oblio dell'Essere. Di Cesare è molto attenta a distinguere quanto avvicina e quanto allontana Heidegger da autori filonazisti come Jünger e Schmitt e molte pagine del suo libro sono finemente analitiche. Qualche volta le connessioni sono un po' funamboliche, come quando accosta la Weltlosigkeit, l'assenza di mondo, che sarebbe propria degli ebrei nella vicenda del nascondimento dell'Essere, al modo d'essere della pietra di cui parla un corso heideggeriano del 1929-30, che riecheggerebbe il concetto hegeliano dell'ebraismo come esistenza fossilizzata e pietrificata, o come quando la studiosa sottolinea una sorprendente convergenza tra Heidegger e i kabbalisti sulla questione del nulla.

L'ultimo capitolo - Dopo Auschwitz - registra il silenzio di Heidegger nel dopoguerra, benché ex allievi come Marcuse, teologi come Bultmann e poeti che il filosofo apprezzava, come Celan, gli chiedessero insistentemente un chiarimento. A Marcuse rispose che la tragedia dei tedeschi dell'Est si era consumata sotto gli occhi di tutti mentre quella degli ebrei era stata tenuta nascosta anche al popolo tedesco. Poi, in una delle conferenze di Brema del 1949, equiparò la “fabbricazione di cadaveri nelle camere a gas e nei campi di sterminio” all'affamamento di intere nazioni, alla fabbricazione delle bombe all'idrogeno e alla riduzione dell'agricoltura a “industria alimentare meccanizzata” (sic!), tutti epifenomeni dell'oblio dell'Essere e del trionfo della Tecnica. Secondo Di Cesare Heidegger “rende perspicuo il nesso complicato tra tecnica e Shoah (ma anche tra tecnica e nazismo, nonché tra Shoah e metafisica” (p. 245), ma si perdono di vista le differenze reali che fanno di Auschwitz “un evento senza precedenti, anche all'interno degli altri crimini nazisti, e perciò difficilmente riducibile ad altri genocidi” (p. 246).

Le ultime pagine del libro, molto intense e di tonalità quasi religiosa, prendono le distanze dal concetto heideggeriano di finitezza dell'esistenza e mettono in rilievo la mancanza nel filosofo di una trascendenza verticale. In Heidegger c'è il pathos dell'attesa di una epifania dell'Essere che è anche un ritorno alle origini. Ma gli manca l'idea di redenzione. Alla fine a Heidegger viene contrapposto Benjamin. Anche in Heidegger l'angelo della storia si affaccia su un paesaggio di rovine, ma “la tempesta non spira dal paradiso, non lo solleva in alto” e “l'angelo resta immerso nelle brume della Foresta Nera” (p. 279).

Più rilevante, a mio giudizio, è un memento metodologico preliminare a tutto il discorso. A monte delle storture heideggeriane c'è un vizio proprio di molti filosofi, ma non solo, da cui Di Cesare mette in guardia con molta chiarezza: “Gli ebrei reali, con le loro innumerevoli differenze […], cedono il posto all'ebreo, lo Jude, l'Ebreo in sé, di cui si mira a cogliere e a carpire l'essenza” (p. 211). È una mossa metafisica di eliminazione del molteplice che fa già violenza nel pensiero agli ebrei reali (come a qualsiasi altro gruppo umano cui venga applicata una consimile riduzione essenzialistica).

Cesare Pianciola