Germania

 

 

Insostenibile alteritÓ

di Tommaso Speccher

 

 

Gentili lettrici, Gentili lettori,

voglio rubare un po' del vostro tempo prezioso per condividere e raccontarvi di un'esperienza avuta recentemente alla proiezione pubblica del film Der Ewige Jude (L'ebreo eterno/errante) presso la Topografia del Terrore a Berlino. Il film ancora oggi pu˛ essere proiettato in uno spazio pubblico solo previa autorizzazione della Friedrich Murnau Stiftung, fondazione pubblica che ha la funzione di catalogare, conservare e distribuire registrazioni di carattere documentaristico fatte tra il 1933 e il 1945.

Der Ewige Jude venne prodotto nel 1940 sotto l'egida del ministero della Propaganda Joseph Goebbels: esso rientrava in realtÓ in una pi¨ completa produzione "attorno agli ebrei" che con il film Jud SŘ▀ (1940) e Die Rothschilds (1940) doveva "finalmente" dare forma esaustiva e completa a quel modello antisemita della storia ebraica come cospirazione internazionale, distruttiva per le sorti del grande spirito tedesco.

La struttura del film si sostiene sul confronto binario tra la storia dell'ebraismo dalla Diaspora all'Integrazione (rappresentata come una sorta di cancro e infezione progressiva delle Nazioni) e la storia dello Spirito-Nazione-Razza tedesco-ariana da difendere e conservare.

Il film ha un carattere documentaristico ed Ŕ costruito su tre fonti fondamentali: le registrazioni originali fatte nei Ghetti della appena occupata Polonia, i film di Leni Rifenstahl e alcuni spezzoni di Jud SŘss e Die Rotschield.

Se non fosse per la rindondanza antisemita del commentatore e per le associazioni (ancora oggi inascoltabili e inguardabili) "della razza ebraica alla voluttÓ dei ratti" il film porterebbe anche offrire documenti interessanti di valore storico e sociologico. Molte faccende raccontate ripercorrono in realtÓ la storia del popolo ebraico nelle sue fasi storiche ormai note.

Le immagini originali del Ghetto di Łˇdź in particolare offrono uno spaccato molto reale delle condizioni di vita delle comunitÓ chassidiche della Polonia appena occupata; a tratti anzi queste immagini sono dotate di una intensitÓ imprevista che lascia trapelare una forza e una coesione identitaria molto affascinante.

Ed Ŕ proprio a questo livello che da spettatore ho avuto la strana sensazione di trovarmi nel bel mezzo di un fenomeno potenzialmente rivelatore. Di fronte a queste immagini (a volte ricostruite, a volte originali) degli Schtetl e del Ghetto di Łˇdź io, goj cresciuto in Italia e esistenzialmente e radicalmente affascinato della cultura ebraica anche nelle sue forme pi¨ tradizionali, devo dire che ho vissuto dei momenti di intensa nostalgia, come un sentimento di essermi perso qualcosa... come quando penso alla Berlino ebraica degli anni '20. La radicalitÓ del chassidismo, la sua forza identitaria, il suo senso della tradizione, dei legami e del destino di popolo...: sý, insomma, tutte quelle cose che mancano oggi alla cultura mitteleuropea e tedesca in particolare.

Attorno a me in realtÓ le reazioni dell'altro centinaio di ospiti era ben diversa: proprio davanti a quelle immagini di cruda vita tradizionale, di corpi ricurvi e segnati da una vita anche di emarginazione, gli spettatori tedeschi, uomini e donne di una etÓ tra i 65 e i 75 anni, proprio davanti a quelle immagini per me empaticamente oniriche reagivano quasi stizziti, nevrotici, come indispettiti da questa impertinenza dei nazisti a volere rappresentare gli ebrei sotto la forma di barboni con i pastrani lunghi e le barbe lunghe e sempre inchinati sulla Torah o intenti a occuparsi di qualche affare. Sý, insomma, una specie di fastidio dato dal sentirsi portati fuori, obbligati ad uscire dalla propria intimitÓ, dalla propria decenza, questo Ŕ lo scandalo!

Ecco questo Ŕ il fulcro di questa mia breve analisi: quello a cui queste persone stavano reagendo non era solo il crimine contenuto nel Verbo antisemita, quanto l'insostenibile potenza di una alteritÓ ancora tutta da pensare, ancora tutta da digerire e che forse mai si ripresenterÓ se non nelle forme di uno spettro, di alcune narrazioni o nel silenzio cementificato dei Memoriali-cimitero. Sý, ecco, l'ebreo che non ha nulla di eterno, l'ebreo che semplicemente non c'Ŕ pi¨.

C'Ŕ un aggettivo in tedesco che a parer mio significa proprio questo, questa distanza; Ŕ l'espressione "anstńndig" = decente: cioŔ sapere restare decenti, ovvero distanti, dalla persona che hai davanti, distanti l'uno dall'altro... distanti persino da se stessi... sý, distanti ed eretti, non curvi come gli ebrei ortodossi, indaffarati e sempre con le mani in azione a pregare, a contare, a benedire o maledire. La Anstńndigkeit Ŕ uno stato sotterraneo, del saper restare li dove si Ŕ, quasi immobilizzati, distanti, decenti appunto, al di lÓ di tutto, al di lÓ di ogni differenza culturale, al di lÓ di chi mi sta davanti.

Quella parola finý anche in bocca ad Heinrich Himmler quando nel suo discorso nel comune di Posnan del 4 e 6 ottobre 1943 davanti agli ufficiali delle SS disse chiaramente quanto "ci abbia reso forti nonostante le 100, 500, 1000 salme dinanzi a noi, essere rimasti decenti (anstńndig geblieben zu sein)".

Ammetto candidamente che mi vergogno a scrivere queste cose: generalizzare Ŕ l'ultima delle cose che vorrei fare; tuttavia mi sembra indispensabile ancora una volta andare ad interrogarsi sull'origine pi¨ intima e antropologica dell'antisemitismo. Lungi da me pensare che anche una sola delle persone sedute con me quella sera avesse anche solo istinti antisemiti, non riesco tuttavia a scansarmi dalla testa il fatto che l'antisemitismo, prima di avere come oggetto l'altro in quanto ebreo sia quella attitudine a non volerlo proprio accettare l'altro, anzi direi a non volerlo guardare, a stargli davanti sý ma rimbalzandolo senza farsi penetrare.

Insomma il bisogno fondamentale (e certo il diritto!) di rimanere Anstńndig!

Tommaso Speccher