Riflessioni

 

Tempi bui

di Alfredo Caro

 

Tempi bui, oggi, per il pensiero, uno dei pochi strumenti che, per vigore intellettuale e morale, l’uomo, come essere vivente, ha a disposizione. Tempi bui quando una delle sue funzioni eminenti - quale quella di essere strumento e fine di comunicazione sociale - viene fortemente ridotta, quasi resa vana, proprio dalla rapida diffusione di mezzi comunicativi tecnologici, sofisticamente avanzati, che, in teoria, avrebbero dovuto irrobustirla. Ciò che si sarebbe migliorato con la rapidità della comunicazione si è trasformato, nel suo uso sociale, in peggioramento della sua qualità e le occasioni, pubbliche e private, per pensare e riflettere sono diminuite.

Ne ha sofferto, soprattutto, ogni forma sociale di cultura e, in primis, la più antica delle istituzioni culturali: la scuola .

Nel mondo culturale occidentale all’antico modello greco “riflettente” del pensiero si è andato sostituendo il modello “operativo”. Grande fatica e poco spazio applicativo è stato riconosciuto all’idea di “teoria”, intesa come anche Marx pensò e Dewey scrisse e realizzò nelle scuole americane, prima in modo sperimentale poi diffusesi nel suo Paese, come “interazione” fra teoria e pratica, essendo per il pensatore americano angustamente pratica sia la scuola solamente teorica sia quella solo pratica; nell’interazione, mi ripeto, stava la forza culturale - formativa della scuola. Esperienza educativa delle scuole “attive”, sociali e democratiche, che visse fino a che la democrazia politica splendeva, ma che sfiorì col declino di questa.

Nel mondo di oggi il pensiero è, di nuovo, separato dall’azione, “menomato” nelle sue primarie funzionalità; esso, se vive, vive astrattamente, isolato; certamente separato dal contesto sociale nel quale dovrebbe operare, coniugandosi relazionalmente all’azione.

Nella mancanza di questo riconoscimento, sul versante della funzione sociale della cultura, più diffuso nei gruppi di maggioranza, ma ben presente anche in noi piccolo gruppo minoritario assimilato, consiste uno degli elementi della crisi, per noi ebrei, del “senso” della storia che indebolisce la nostra condizione diasporica europea che si presenta , con l’illusione di essere culturalmente forte all’interno, all’apertura culturale esterna. Sia noi sia i gruppi maggioritari siamo vittime del non riconoscimento della crisi generale della cultura; noi tutti cadiamo in preda all’illusione pedagogica.

Ed è un’illusione drammatica; dramma che si rivela nell’ingenua fiducia che, ancora una volta, riponiamo, non tanto nel nostro contributo culturale specifico, ma nel credere che attraverso la diffusione delle manifestazioni, anche di più alta cultura, si possano modificare gli atteggiamenti e i comportamenti degli uomini dei gruppi più numerosi; da tempo, ormai la cultura è “tradita” dall’industria culturale che la sostiene e che tende a “convincere” emozionalmente, preda di una tragica suggestione, piuttosto che a generare la buona abitudine di pensare e condurre una vita - in una sana società democratica - in maniera indipendente ed autonoma. In una società quale è l’attuale, dove il sistema democratico è gravemente malato e con la prospettiva di peggiorare, è veramente stupido e per noi è nocivo, continuare a “pensare”(ma forse è proprio qui che si genera quella crisi reale del pensiero alla quale mi richiamavo all’inizio) che ci sia uno spazio culturale alternativo, uno spazio nel quale si possa “educare” e non semplicemente “istruire”, fosse pure professionalmente addestrando. Come non accorgersi, particolarmente noi ebrei, che questo spazio, che viene conclamato, spesso urlato, “aperto e libero”, è, al contrario, chiuso, o meglio, neutralizzato? che ogni voce e pensiero “altro” vengono omologati? E che ogni diversità, proprio quando viene, all’esterno, riconosciuta (e, magari, a parole, valorizzata e gridata, ma come un urlo senza eco, senza spessore), viene immediatamente a perdere, col messaggio-massaggio col quale si diffonde, la sua valenza critica, trasformandosi “innocentemente” in una opinione, falsa perché sempre manipolabile, “rispettosa “della persona ? La cultura “pensata”, oggi, non è più origine di rottura di una situazione sociale esistente; nel passato, nei Paesi a conduzione autoritaria o totalitaria, era costretta a vivere nei sotterranei: alla luce del sole, all’aria aperta, non era permessa o veniva repressa; oggi non è più così: il sistema democratico, debilitato politicamente, permette a tutte le voci di poter dire la propria perché, grazie alle tecnologie informatiche - che non sono “solo” mezzi perché come un virus infettano il concetto stesso di cultura - ha enormi capacità di contenerle neutralizzandole, omologando così ogni differenza; col potere economico, dal quale dipende e che mantiene ben saldo, acquista (già: “acquista”, “possiede” per scambio!) la capacità “scheletrica”di svuotare ogni linfa del suo vitale contenuto, impedendo a chi lo contesta di realizzare un reale cambiamento sociale. Agli uomini di cultura vengono negati due attributi indispensabili al reale realizzarsi di questa: la capacità decisionale al livello sociale-comunicativo e quello di responsabilità, morale e conoscitiva, del pensiero. Non fu, tra i primi, Marcuse a parlare, vero ossimoro, di “tolleranza repressiva”?

Oggi si discute, ci si anima, in “fraternità” si “dialoga”. Non ci accorgiamo che il dialogo, sistematicamente, è il trionfo dell’ipocrisia, dove viene stravolto il significato delle parole, trasformando l’inganno in “sincerità del cuore”?

Dialogo come luogo reale di falsificazione, (parola mai detta, impronunciabile, sempre gelosamente celata, ma se, casualmente, affiora, sempre “bonariamente” neutralizzata): fingendo di parlare all’altro, quando ognuno si occupa solamente di parlare semmai solo ai “suoi” dell”altro, ma non all’altro concreto che sta di fronte a noi e la cui presenza ci costringerebbe a riconoscere la sua diversità, sconvolgendo i “profondi e sinceri pensieri” dei dialoganti. Dell’altro “diverso” si ha paura se non si riduce a specchio di se medesimo. E molto frequentemente questo avviene anche quando ci si “apre” all’interno: ci si “chiude” all’altro “nostro”, escludendolo. Si potrebbe riconoscere realmente l’altro, interno al gruppo o esterno ad esso, come diverso da noi, solo se si superassero, rimuovendoli, gli ostacoli economici e sociali… ma allora ci si parlerebbe in modo autentico (“si farebbe con…”) ... però il potere energicamente ci richiamerebbe all’ordine rispondendo (sottaciuto: io solo veramente faccio): mai sia!

Dobbiamo - noi ebrei diasporici - rispondere con punti fermi a questi urgenti interrogativi; oggi, in questa vecchia Europa, dobbiamo, momentaneamente, sacrificare quelle “sante” interrogazioni che, nel lungo passato, ci hanno permesso di sopravvivere. Preoccupiamoci, in sintesi, in minor misura di far conoscere la nostra cultura agli altri: meglio faremmo se dedicassimo la nostra residua capacità di pensare -opportunità più alla nostra portata in quanto gruppo minoritario -all’apertura interna fra noi (certo reale apertura, orchestrata con l’apporto di voci e suoni diversi), magari rischiando di “chiuderci” all’esterno; chiusura rischiosa, ma che io considero legittima, sostenuto dalla convinzione che noi, oggi, ci stiamo aprendo troppo all’esterno solo ricordando “memorialmente”, a discapito del pensare storicamente chi siamo.

Ma perché non dovremmo aprirci all’altro? qualcuno fra noi potrebbe obbiettare. Rispondo: perché l’altro, in ogni crisi economica, in una democrazia malata (democrazia “dispotica” : demo- autocrazia) o è già un antisemita o è in procinto di diventarlo, non accetterà mai una nostra reale diversità: cioè non accetterà mai che il diverso tale permanga all’interno del suo mondo di maggioranza. La crisi del “government”, sostituito dalla “governance” economica che direttamente lo guida, tenderà a cancellare ogni interna differenziazione; la governance e i sudditi stati nazionali hanno la necessità di raggiungere l’integrazione, valorizzando l’anonima indistinzione; e ciò comporta per noi (come per ogni gruppo di minoranza) la progressiva perdita della nostra identità. Oggi il pregiudizio sociale verso le minoranze è, più che nel passato, conseguenza diretta dell’ingiustizia e disuguaglianze economiche. La lotta culturale è una lancia spuntata per perforarlo; non serve ad eliminare il pregiudizio che, dal punto di vista economico, sarà sempre un omologante “giudizio”.

Ecco perché, anche se per ora inutilmente, mi affatico a ripetere agli ebrei diasporici europei di fuoriuscire da un esodo reale e non rifugiandosi in quell’esodo simbolico che solo il giudaismo antistorico ancora oggi ostinatamente difende. Quando si capirà, tra noi ebrei diasporici, che la nostra storia, dopo la rinascita di uno Stato ebraico (e anch’esso, se avrà pace, molto culturalmente dovrà cambiare…, ma già da oggi vediamo gli inizi di un nuovo percorso…) non sarà più come quella, lunghissima, passata? E che, con essa, solo poco rimarrà “come prima”?

Alfredo Caro

23 aprile 2015

 

Aron ha-Kodesh, tardo 18° sec.

 

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