Israele

 

Israele e la diaspora europea

di Rimmon Lavi

 

Nell'ultimo numero di Ha Kehillah l'importante articolo di Alfredo Caro "Il progetto sionista: la sua importanza storica per noi" assieme alla testimonianza di un ebreo francese, "La questione ebraica ancora e sempre" di Alain Nutkowicz, mi hanno imposto di ripensare alla relazione tra lo stato d'Israele, frutto del progetto sionista, e la realtà della vita ebraica in Europa, oggi - sia sul piano personale, sia su quello storico e ideologico.

Io stesso, seconda generazione alla Shoah, ho fatto la mia alià nel lontano 1966, in adesione appunto al sionismo come unica soluzione individuale e collettiva all'antisemitismo: da tempo dunque sono israeliano non solo di cittadinanza, ma d'identità esistenziale (anche se spesso d'opposizione), assieme alla mia famiglia già composta di varie generazioni.

 Malgrado tutto ciò, non ho condiviso l'appello di Netanyahu, dopo gli ultimi attentati antisemiti in Europa, agli ebrei di lasciare l'Europa per vivere in migliore sicurezza in Israele - appunto perché il sionismo classico non risponde più ai dubbi della realtà attuale. Continuo, sì, a pensare che Israele deve essere aperta a ogni ebreo che voglia viverci ed esserne cittadino per motivi suoi, religiosi, culturali, familiari (attraverso procedure di naturalizzazione e d'integrazione, simili a quelle adottate da tanti paesi occidentali, senza privilegi speciali come quelli di cui ho goduto io a suo tempo, che creano dannosa discriminazione). Continuo, sì, a volere che Israele sia sempre pronta ad accogliere ebrei minacciati o in pericolo diretto di persecuzioni (e per questo, e solo per questo, avrebbe senso prolungare l'esistenza dell'Agenzia Ebraica) - ma certo non a scapito dell'eguaglianza nei diritti civili e nell'usufrutto delle risorse locali per le minoranze arabe, druse, beduine autoctone. Ma mi vergogno dell'attitudine del governo israeliano contro i rifugiati africani già presenti, a cui si nega persino la possibilità di chiedere asilo (mentre nello stesso tempo si continua a importare manodopera straniera non qualificata, ma meno "scura" e più incatenata economicamente, come moderni schiavi temporanei).

Perché dunque oggi il progetto sionista non mi sembra più essere un imperativo per ogni ebreo europeo, come l'avevo provato io molti anni fa, malgrado il suo successo innegabile nella fondazione e nel consolidamento dello stato d'Israele, e nella riunione di tanti ebrei da diaspore di tutto il mondo? Alcuni motivi sono certamente legati alle conseguenze locali in Israele degli elementi coloniali su cui, forse non intenzionalmente, lo stato sionista si è sviluppato. Ma questo è un ragionamento che non riguarda direttamente le relazioni con la diaspora, che rivive oggi, soprattutto in Europa, ondata di antisemitismo, diversa ma non meno grave di quelle che furono all'origine del progetto sionista.

È certo vero che l'anti-sionismo è diventato pretesto per il grave rigurgito dell'antisemitismo, a destra, ma soprattutto a sinistra, e comodo schermo per molti arabi e musulmani. Purtroppo non posso negare che la politica israeliana ha contribuito, e continua a fornire combustibile a questi fenomeni - anche se parzialmente autonomi. Il sionismo però aveva creduto di risolvere l'antisemitismo in Europa trasferendo la maggioranza degli ebrei in un loro stato indipendente, eliminando, assieme alla presenza ebraica, anche l'odio verso gli ebrei. Ed ecco invece che l'esistenza stessa dello Stato d'Israele e le sue azioni sono divenute appigli per il nuovo antisemitismo (anche dove gli ebrei sono divenuti minoranze insignificanti, o scomparsi del tutto, o sono vaghi ricordi di prima della guerra) e pretesti per atti terroristici contro le comunità ebraiche della diaspora.

Peraltro Netanyahu stesso punta sempre, e ancor più durante l'ultima campagna elettorale, sulla paura sia del progetto nucleare iraniano sia del terrore palestinese, sciita e sunnita - presentati come pericoli esistenziali per la popolazione ebraica israeliana, rinchiusa in un ghetto volontario, minacciato sempre di un nuovo e concentrato Olocausto, malgrado la potenza militare israeliana. È questo dunque il risultato del successo indiscutibile del progetto sionista? Rinnovato pericolo sia per gli ebrei della diaspora sia per quelli concentrati ormai in Israele?!

Anche Avraham Burg, già presidente della Keneset, il parlamento israeliano, e poi dell'Organizzazione Sionistica Mondiale e dell'Agenzia Ebraica, sta rivedendo sistematicamente i postulati sionistici, e si pone domande appunto sulla relazione tra la diaspora ebraica e lo Stato d'Israele, la cui vitalità e raison d'être è ormai intrinseca alla popolazione ebraica e non ebraica e alla realtà politica, culturale ed economica che si è creata nei 67 anni dalla sua fondazione, e non più dipendente dall'ideologia sionistica che ne è stata indubbiamente l'origine. In un articolo pubblicato su Haaretz del 3 Aprile 2015 si domanda se la presenza ebraica in Europa, dopo la Shoà e l'emigrazione di massa in America e in Palestina/Israele, non possa avere una funzione importante per l'Europa stessa e per il mondo occidentale che si sente attaccato dal mondo islamico. In Europa, scrive Burg, solo il 5% della popolazione è musulmano, ma molti ebrei ne sono preoccupati (fino al punto di collaborare con gruppi di destra xenofoba e ultra-nazionalista, che nascondono le radici razziste e antisemite), mentre il 20% d'Israele è composto di arabi, per la grande maggioranza musulmani - che diventerebbero presto il 50%, se si prendessero in considerazione i territori occupati (che la destra locale vorrebbe annettere). Aggiungo io che le statistiche di vittime civili di terrore antiebraico (anche senza aggiungere le vittime militari nostre, e quelle civili e no dei palestinesi e negli stati arabi intorno) non sono certo in favore della sicurezza assicurata dallo stato ebraico dalla sua fondazione in poi. Di fronte al "sionismo catastrofale" propone Burg agli ebrei europei un modello di presenza attiva, importante per l'Europa ma anche per l'ebraismo, in un processo di rinnovamento culturale e morale dell'Occidente: proprio l'Europa, secondo Burg, dopo secoli di guerre, genocidi, colonialismo, lotte di religione e sfruttamento economico e sociale, presenta (malgrado le tensioni locali, i rigurgiti xenofobi e il fanatismo islamico) vitalità di libertà, umanesimo e iniziativa economica e sociale al punto che "qui saranno decisi - per il meglio o per il peggio - il futuro dell'occidente e le relazioni con il mondo non-occidentale" e non in America. Proprio in questo processo la funzione degli ebrei, arricchiti appunto dall'esperienza di minoranza perseguitata e discriminata, può essere decisiva, come lo è stata nell'Ottocento dell'emancipazione e della formulazione della laicità, dei diritti e della libertà. Ma anche l'ebraismo, attualmente in fase degenerativa, sia in America, sia in Israele, avendo perduto la sensibilità e l'empatia per il prossimo, il debole, il diverso, può rinnovarsi partecipando attivamente ai modelli che si sviluppano in Europa di nuove identità attraverso l’unione di diversi. Proprio il contatto diretto in Europa tra l'Islam e l'Occidente è un'occasione per approfondire la mutua conoscenza e la creazione comune di un futuro migliore - e gli ebrei potrebbero esserne catalizzatori, invece che vittime tra il martello e l'incudine. Anzi la migliore azione contro l'antisemitismo è lottare assieme a tutte le forze liberali e ad altre minoranze contro ogni forma di xenofobia, razzismo e discriminazione (di cui l'antisemitismo è senza dubbio l'esempio più acuto), invece di isolarlo come se volessimo conservare il monopolio dell’essere vittima d'odio eterno e indelebile.

Ha ragione Alain Nutkowicz a non accettare imposizioni di ruolo o d'identità. Quello che propone Avraham Burg, è un ebraismo di scelta civile e personale, proprio come ogni europeo può fare la sua scelta se e come influire sul futuro del suo paese e della sua vita, o esserne sballottato a caso.

E anch'io, ebreo diasporico per storia personale e familiare, ma da anni parte integrante della realtà culturale e civile israeliana, devo scegliere giorno per giorno se e come partecipare attivamente alla creazione di un futuro migliore per i miei figli e nipoti, assieme ai differenti gruppi nazionali, etnici, religiosi e sociali che formano l'Israele di oggi: malgrado sbagli, intenzionali o meno, Israele ha un’esperienza unica d'integrazione in pochissimo tempo di ondate d'immigrazione multiculturali da tutto il mondo; purtroppo questa plasticità pare ora (proprio quando la massa demografica e la realtà culturale rende irreversibile l'essenza d'Israele come "stato degli ebrei" sognato da Herzl) essere bloccata riguardo ai non ebrei, o a quelli non "bianchi" abbastanza, e riguardo ai cittadini arabi del paese e ai rifugiati africani. Forse avremo bisogno dell'esempio di ciò che l'Europa aperta e unita può creare, assieme ai suoi ebrei (quelli appunto che non emigrerebbero) e alle altre minoranze islamiche, africane e asiatiche, e non con la loro assenza o sparizione miracolosa, per rinnovare quella Israele pluralistica, democratica e "luce per i popoli" che ci era stata promessa nel 1948.

 

Rimmon Lavi

Gerusalemme, Maggio 2015

 

    

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