Israele

 

Perchè integrare i cristiani conta per Israele?

di Giuseppe Gigliotti

 

Non c'è dubbio che la Storia tenda molto spesso a dimostrarsi ironica. Pochissimi avrebbero mai potuto scommettere, per esempio, che Israele si sarebbe trovato a beneficiare dalla tanto decantata “Primavera Araba”. Eppure, a cinque anni dall'auto immolazione del tunisino Mohamed Bouazizi, lo Stato ebraico sembra essere uno dei pochi vincitori, nel quadro del crollo dell'Ancien Régime arabo. Certamente, la pressione esercitata dalle formazioni islamiste, con la loro avanzata tanto sul fronte meridionale (in Sinai e nella Striscia di Gaza), quanto su quello siriano (lungo la cerniera naturale rappresentata dalle alture del Golan), getta un'ombra sulla tenuta di quel cessate il fuoco su cui si è fondata la tranquillità di questi confini nell'ultimo quarantennio. E tuttavia, allo stato presente sembra che i vantaggi superino le perdite: non soltanto le nemesi storiche si sono di fatto disgregate (si pensi alla Siria di Assad), o si stanno impantanando in conflitti senza via d'uscita (come nel caso di Hezbollah), ma il glaciale abbraccio islamista sembra aver indotto alcune minoranze dello Stato ebraico a riconsiderare il proprio rapporto con la società israeliana. Il caso più noto è indubbiamente quello di Padre Gabriel Naddaf, il sacerdote ortodosso di Yafa An Nasirah, e fondatore del Forum per l'Arruolamento dei Cristiani Israeliani, un'organizzazione che favorisce l'integrazione dei cittadini cristiani, attraverso lo svolgimento del servizio civile e militare ed il recupero dell'originaria identità aramea (per uno sguardo alle sue attività, è possibile consultare la pagina Facebook in lingua italiana, https://www.facebook.com/FRCIT?fref=ts). I media, israeliani ed internazionali, hanno dedicato ampio spazio ai risultati della sua attività, culminati nella legge che autorizza i cristiani a modificare la propria identità, passando da arabo ad arameo, e nell'invio ai giovani cristiani di un invito all'arruolamento nello Tzahal. E tuttavia l'importanza del Forum va ben al di là della necessità di avviare un processo di reale integrazione dei cristiani israeliani, esendo strettamente connesso ai rapporti tra lo Stato e la minoranza araba. Infatti, sebbene gli ultimi anni abbiano visto una significativa ripresa nei livelli d'israelizzazione dei cittadini arabi, nessun progresso è stato però realizzato sul fronte della loro accettazione dell'ebraicità dello Stato. Come attestato dall'enorme supporto fornito nelle ultime elezioni alla Lista Araba Unita, di natura marcatamente anti-israeliana, la maggioranza degli arabi israeliani continua a ritenere auspicabile l'eliminazione dell'odiata entità sionista. E, cosa ancor più preoccupante per la maggioranza ebraica, concreti indizi sembrano indicare l'intento d'internazionalizzare la sfida alla legittimazione dello Stato. Basti pensare che, in un'intervista rilasciata al quotidiano in lingua araba Asharq al-Awsat, il leader della Lista Araba Unita Ayman Odeh ha apertamente minacciato Israele di unirsi alla lotta globale contro lo Stato. Ed a confermare le sue parole, in questi giorni Jafar Farah, il leader della ONG araba israeliana Mossawa, ha avviato un lobbying tour a Bruxelles, al fine d'indurre l'UE ad includere gli arabi israeliani negli sforzi di pace. Ora, Israele è sempre stata unanime nell'escludere qualsivoglia ingerenza esterna nei suoi rapporti con la minoranza araba, e con valide ragioni: non è difatti un mistero che la leadership araba continui a premere per l'annullamento della Legge del Ritorno ed il parallelo riconoscimento del Diritto al Ritorno, in altre parole per un suicidio volontario dello Stato. Non può sottacersi che i vertici della comunità araba israeliana sono, per loro conformazione, incapaci di rappresentare le diverse gamme di opinioni di una minoranza tutt'altro che univoca nei suoi rapporti con lo Stato e la maggioranza ebraica. Tuttavia, simili sfumature sono poco evidenti agli ebrei israeliani, la maggioranza dei quali ha ben pochi contatti coi propri concittadini arabi, e che tende di conseguenza a ritenere i partiti e le ONG arabe espressione fedele di tale minoranza. E poiché gli ebrei israeliani non rinunceranno mai volontariamente alla propria casa nazionale, simili iniziative rischiano di gettare le basi per una drammatica escalation tra le due comunità. È in questo contesto che il progetto di Naddaf emerge in tutta la sua rilevanza. Infatti, se un'obiezione dev'essere mossa alla società ebraica israeliana, è quella di aver per troppo tempo negletto la minoranza cristiana, le cui caratteristiche sociali e culturali la rendono particolarmente predisposta all'integrazione con la componente ebraica. Nessun dubbio che la militanza panaraba degli intellettuali di origine cristiana abbia influito negativamente nelle scelte compiute dai successivi governi israeliani. Ma è altrettanto vero che la leadership sionista ha tardato nel rendersi conto del mutamento di prospettiva storica. La crescente emarginazione della comunità cristiana, in conseguenza della islamizzazione del movimento nazionale palestinese, è difatti in corso da almeno un ventennio. E se ancora negli anni Settanta l'accento veniva posto sull'identità arabo-palestinese, oggi la situazione è diametralmente opposta. Nell'ultimo sondaggio condotto alla vigilia del voto dal Professor Sammy Smooha (un'autorità nel campo della valutazione delle opinioni in seno alla minoranza araba), solo il 24 per cento dei cristiani intervistati ha dichiarato d'identificarsi come i palestinese (47 per cento) o israeliana-palestinese (29 per cento). Tali risultati possono certamente stupire, considerato che la leadership politica ed intellettuale in seno alla comunità cristiana continua ad esprimere rabbiosi sentimenti anti-israeliani, ma diventano ben chiari laddove ci si ricordi che l'uomo della strada tende a schivare l'estremismo dei circoli intellettuali, a favore di questioni di concreta sopravvivenza. E visto che Israele è in questo momento il solo Stato mediorientale la cui minoranza cristiana sia in crescita numerica, non c'è da stupirsi che i suoi membri tendano a ricercare la strada dell'integrazione. In questa luce, si comprendono le ragioni delle violente reazioni con cui la leadership araba israeliana ha accolto Naddaf. L'atteggiamento estremista che anima questi circoli li rende naturalmente opposti a qualsivoglia tentativo d'integrazione. Se a ciò si aggiunge che una piena integrazione dei cristiani finirebbe per aprire le porte ad un'ulteriore israelizzazione dei musulmani, non si fatica a comprendere come mai il Forum sia stato considerato un covo di traditori. Ma proprio tali significative reazioni dovrebbero indurre il nuovo governo Netanyahu a non cedere all'estremismo dei partiti arabi, adottando anzi ulteriori misure volte ad accrescere la popolarità del Forum. L'introduzione di un curriculum cristiano nelle scuole arabe, così come la risoluzione dell'annosa questione dei villaggi di Iqrit e Bi'rim (sulla cui ricostruzione la Corte Suprema ha sempre espresso parere favorevole) sarebbero al riguardo passi quanto mai opportuni, e il cui costo politico verrebbe di gran lunga bilanciato da una serie di vantaggi. In primo luogo, si eliminerebbero importanti armi nella battaglia ideologica che i palestinesi cristiani stanno conducendo tra gli americani col fine di distruggerne il supporto per Israele. Ma soprattutto si minerebbe l'argomento principale nella strategia d'internazionalizzazione del conflitto, promossa dai partiti e dalle ONG arabe, secondo la quale l'eliminazione del carattere ebraico d'Israele, seppur non desiderata da drusi e dai beduini della Galilea, sarebbe però unanimamente supportata da palestinesi. Sennonchè, un movimento rappresentativo del solo settore musulmano non beduino ben difficilmente potrebbe guadagnare consensi nei corridoi di Bruxelles e Washington. È allora augurabile che l'integrazione della comunità cristiana venga posta tra le iniziative prioritarie nella politica governativa, così da garantire maggiore stabilità questo settore, e da aumentare il livello di consenso ad Israele, a livello interno ed internazionale.

Giuseppe Gigliotti

 

    

 

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