Storia

 

Palmira, città simbolo

di Bianca Bassi

 

Dal mese di maggio 2015 la città di Palmira, la perla del deserto siriano la cui area archeologica è patrimonio dell’umanità, è salita alla ribalta nei titoli dei giornali di tutto il mondo in quanto nella seconda metà di quel mese lo Stato islamico ha conquistato la città, innalzato la bandiera dell’IS, a prezzo dell’uccisione per decapitazione di molti civili. Palmira era un’importante tappa sulla Via della della Seta. Probabilmente abitata da arabi, che adottarono la lingua e la scrittura aramaica. Il nome greco della città, Palmira, è la fedele traduzione dall'originale aramaico, Tadmor, che significa “palmeto ” o “città dei datteri”, nome che richiama l’epoca cananea. Fu in tempi antichi un'importante città della Siria, un'oasi, 240 km a nord-est di Damasco. È stata per lungo tempo un vitale centro carovaniero, tanto da essere soprannominata “la sposa del deserto”, punto di passaggio tra l'Occidente e l'Oriente. Nei secoli di prosperità e poi di declino Palmira fu anche sede di una fiorente comunità ebraica. Secondo lo storico ebreo romano Giuseppe Flavio, che scrive nel I primo secolo dell’Era Cristiana, la costruzione di Tadmor è attribuita al re Salomone. Egli scrive “la ragione per la quale questa città si estendeva a così lontano dalle parti abitate della Siria è che è l’unico posto nel raggio di miglia in cui si può spillare copiosamente l’acqua dai suoi pozzi e dalle sue sorgenti”. Palmira richiama anche l’epoca ellenistica e romana; è stata infatti una delle principali città dell'Impero Romano ed ebbe il periodo di maggior splendore tra il I ed III secolo, prima grazie all'Imperatore Traiano, poi durante l’impero di Aureliano che allungò la famosa via colonnata e costruì l'agorà e 5 templi. Ma Palmira lega la sua storia eroica soprattutto a Zenobia "la regina ribelle" che secondo alcuni resoconti cristiani era ebrea; di questo tuttavia non vi sono riscontri storici certi. Ella regnò tra il 267 e il 274. Inizialmente insieme al potere mantenne buoni rapporti con Roma. Successivamente conquistò gran parte del Levante, tra cui la Giudea e poi la Bitinia e l'Egitto. Ella si proclamò regina di Palmira e discendente di Cleopatra; quando poi però iniziò a farsi dare l’appellativo di Imperatrix Romanorum, Aureliano reagì immediatamente e assediò la città finché questa cadde. Prova indiretta del fatto che Zenobia non fosse ebrea è che i Giudei si schierarono con Roma; il rabbino Johanan bar Nappaha è citato nella Mishnah con la frase: “Felice sarà chi vede la caduta di Tadmor”. Pertanto egli morì felice nel 279, proprio non molti anni dopo la caduta della città in mano a Roma nel 273. Gli studiosi moderni contestano la veridicità dell'affermazione di Giuseppe Flavio che Palmira sia stata costruita da Salomone. Testimonianze archeologiche indicano che la città classica di Palmira non possa essere data prima del I secolo AC e che la città biblica di Tamar fosse probabilmente nel deserto del Negev di oggi. Un passaggio nella Mishnah fa riferimento ad una Miriam di Palmira che viveva in città nel I secolo EC. Nelle vicinanze di Haifa, sono state trovate tombe ebraiche del secondo - terzo secolo che davano sepoltura a figli di Palmyrenes. Daniel Vainstub dell’Università Ben-Gurion di di Beersheva, nel Negev, dice: “È chiaro che lì c’era un’importante comunità ebraica. Ebrei di Palmira scrissero sui sarcofagi che provenivano di là e sappiamo dal Talmud che alcuni abitanti del luogo si convertirono al giudaismo.”

 

Questa pare la più antica iscrizione riproducente parte dello Shemà, ritrovata a Palmira

 

Il professor Jørgen Christian Meyer, archeologo norvegese che guidò sul sito nel 2011 una ricerca congiunta siro-norvegese, ha finalmente risolto il mistero della fioritura di Palmira in una zona semidesertica: particolari modalità di raccolta delle acque piovane con dighe e cisterne consentivano di praticare la pastorizia e l’agricoltura, evitando siccità e carestie, raccogliendo prodotti in abbondanza. “I commercianti di Palmira hanno fatto della posizione unica della città una risorsa per costruire una rete commerciale globale” afferma il prof. Meyer. “L’unicità di Palmira stava nella sua un multiculturalità e forse anche nell’essere una città multi-identitaria. Qui abbiamo una miscela di greco, aramaico, medio-orientale, insieme alla cultura romana”. Tra le gemme archeologiche di Palmira a rischio dopo la conquista da parte dello Stato Islamico sono le vestigia del suo passato ebraico, tra cui la più lunga iscrizione ebraico biblico dell'antichità: le quattro righe di apertura dello Shemà, scolpite in un portale in pietra di una casa nella città antica a nord est della via colonnata principale. Gli studiosi hanno discusso se questo potesse essere l’ingresso di una sinagoga, ma ora propendono per l’ipotesi che fosse una casa privata. Ai lati della porta sono stati ritrovate altre due iscrizioni apotropaiche in caratteri ebraici tratte anche queste dal Deuteronomio. Queste iscrizioni furono fotografate nel 1930 ma non si è più potuto verificare se siano ancora in situ o andate distrutte o vendute al mercato nero. L’ultima volta che uno studioso documentò il reperto in situ era il 1933, quando l'archeologo Eleazar Sukenik dell'Università Ebraica lo fotografò. "Che cosa può essere accaduto da allora è ancora da ipotizzare” afferma il professor David Noy, co-autore di Inscriptiones Judaicae Orientis (Iscrizioni ebraiche del Vicino Oriente). Inoltre furono trovate accanto ad uno dei più grandi templi pagani due lampade di terracotta (menorot) di produzione locale, su entrambi i lati di una conchiglia, il che suggerisce una stretta integrazione di Ebrei e Gentili.

 

La regina Zenobia

 

Il Rabbino Beniamino di Tudela, che scrisse la cronaca dei suoi viaggi attraverso l'Europa, l'Asia e l'Africa, visitò anche Palmira durante i suoi viaggi in Siria tra il 1160 e il 1170. Descrivendo Palmira, egli la paragona alle antiche rovine che vedeva a Baalbek in Libano. “In Tarmod (Tadmor) nel deserto ... ci sono strutture simili di pietre enormi”. Disse che a Palmira abitavano circa 2.000 ebrei (a Damasco all'epoca ve ne erano 3.000 e lui affermava che a Gerusalemme ve ne erano solo 200). “Sono coraggiosi nella guerra e combattono con i cristiani e con gli arabi”. Nel 1400, il conquistatore musulmano Tamerlano saccheggiò la città e la rase al suolo, ponendo fine ad un insediamento ebraico secolare in Palmira e facendola cadere nell’oscurità.

Venendo all’attualità, XXI secolo, con la conquista di questi luoghi l’Isis domina più del 30% del territorio siriano, ricco in queste zone di giacimenti di petrolio e di gas e fosfato. E parlndo della nostra epoca è doveroso menzionare, accanto ai frammenti di storia del passato e alle scarse e confuse notizie che da lì ci giungono, la storia assai poco nota e trascurata di Palmira/Tadmor negli ultimi decenni. Per molti siriani questo è un luogo terribile, da incubo, uno dei più grandi simboli della pluridecennale oppressione durante il regime di Hafez Assad, padre dell’attuale presidente siriano; lì, negli anni 1980 e 1990 massacri, incarceramenti, torture ed esecuzioni sommarie erano all’ordine del giorno. Un rapporto di Amnesty International del 2001 affermava che “il carcere di Tadmor, in cui i detenuti sono completamente isolati dal mondo esterno, sembra essere stato progettato per infliggere sofferenza massima, umiliazione e paura ai prigionieri". Dopo che il figlio, l’attuale presidente siriano Bashar Assad ha assunto il potere, il carcere militare sarebbe stato chiuso, almeno sulla carta, ma probabilmente è stato riaperto nel 2011come luogo per imprigionare i dissidenti. Scrive il 1° giugno 2015 un quotato giornalista siriano rifugiato ad Istanbul: “Il crollo del regime di Assad a Tadmor è l'ultimo chiodo nella bara dell'idea che una alleanza occidentale con Assad possa congiuntamente sconfiggere lo stato islamico”. Sarà sempre più difficile ritrovare, materialmente e idealmente, l’antico stipite con l’incisione dello Shemà; dovremo piuttosto prendere dimestichezza con un’altra scritta che vediamo sempre più spesso innalzata, la Shahada, che campeggia all’interno di un cerchio bianco sulla bandiera nera, professione di fede della religione islamica, monito per tutti gli infedeli, che si rifà all’idea unitaria di Califfato, l’ultimo dei quali dissoltosi con lo smembramento dell’ Impero Ottomano. Purtroppo di questi tempi abbiamo anche tristemente dovuto decifrare la lettera Nun dell’alfabeto arabo. È l’iniziale della parola “nazareno” che identifica i cristiani, le cui case vengono palesemente segnate per colpirne chi vi abita, in Oriente come in Africa. Ciò non può non evocare gravi e analoghi antecedenti storici che hanno segnato noi ebrei e deve spingerci ad esprimere, oltre che il nostro orrore, timore e bisogno di vigilanza, grandi solidarietà e simpatia verso le comunità cristiane tuttora minacciate da terribili eccidi e persecuzioni.

 

Bianca Bassi

18 giugno 2015

 

Palmira, il tempio diBaal-Shamin

 

   

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