Libri

 

Il celeste scolaro

di Marco V. Borghesi

 

Bisogna dirlo subito: dalla lettura di questo “celeste scolaro” di Emilio Jona si trae grande soddisfazione e forte impressione. Nonostante sia al servizio di materiali autentici ed eterogenei (verbali, lettere, racconti, resoconti, poesie), lo stile dell’autore ne lega le diversità in una concorde tonalità, partecipe e intelligente. Forse è il libro più intenso di Emilio Jona, un libro dovuto, dato che l’autore lo ha maturato tenendolo in serbo per tanti anni nel proprio ricordo, tra le sue carte accantonate: una vicenda dolorosa, dalle fattezze mitiche. L’ebraismo borghese italiano fa da sfondo a una costellazione di personaggi di notevole sostanza, a cominciare dal padre di Federico Almansi, Emanuele, che si potrebbe ritenere il vero eroe di questa storia, anche in absentia. Non per caso la sua voce apre il testo in forma di memoriale, dopo un’introduzione dell’autore che esplora i dettagli di una fotografia di famiglia, un’immagine remota degli Almansi: Emanuele con la moglie Onorina e il piccolo figliolo, Federico. Il padre sarà il primo motore della sofferenza e del disagio domestico, un Abramo senza chiamata, con un Isacco senza discendenza, nemmeno quella poetica: dato che l’opera di Federico, il figlio, si è dissolta nell’oblio, sotto una semplice targa tombale, in un funerale milanese e triste come sono quasi tutti, ma solitario come solo agli occhi di Emilio Jona, l’amico superstite, poté apparire. Dunque, l’Abramo-Almansi rispose a una voce troppo umana, che non veniva dall’alto dei cieli ma soltanto dal proprio dissesto di padre, preoccupato di dover lasciare solo al mondo un figlio inetto, un figlio malato di mente, un figlio forse poeta; e il dissesto psicologico del padre fu certamente aggravato dalla sostituzione affettiva e intellettuale operata dal “vecchio” Saba, poeta affermato, suo amico e collega libraio, la cui corruzione nei confronti di Federico fu davvero paragonabile a un effetto socratico, a una spinta verso una vita esigente, fuori d’ordinario. Il padre resta una figura tormentata oltre i limiti, disperato e tenerissimo come pochi padri potrebbero essere. Nonostante la tentata uccisione del figlio per una sorta di lucida eutanasia, quando si convinse che la vita lo avrebbe troppo punito per la sua malattia mentale, ritenuta ereditaria; ebbene, Emanuele Almansi resse la sua parte nella disgrazia con onore e dignità. Il figlio, che gli si sfila adolescente di sotto la mano per seguire l’alata musa poetica, non si dimostra tuttavia geniale per questa vocazione precoce. I due racconti giovanili di Federico, che Jona riassume per il lettore, e i brandelli di poesia che qui e là vengono citati, non rappresentano forse la sua grandezza. Essa emerge assai dopo, come se Rimbaud fosse diventato eroe della parola solo nelle lettere scritte da Harar, e non (com’è stato) nella sua Saison en enfer. Infatti Federico Almansi scrisse poesie giovanili che possono apparire datate e circoscritte; ma in maturità scrisse lettere, anche a Jona e soprattutto all’invisibile parente benefattrice Maria, che sono straordinari esempi di formidabile prosa, tali da porsi oltre la poesia come genere, e che stanno in compagnia dei testi più arditi della letteratura: come un flusso di Joyce o di Faulkner compenetrato negli entusiasmi e negli stupori di un monologo di Pinocchio, quando il burattino esprime in maniera concitata gli anacoluti del suo mondo affettivo. Per mia opinione, Federico Almansi merita di essere conosciuto per le sue lettere, nonostante il pudore induca a ritrarsi dalla dimensione privata ed epistolare di uno sfortunato. Ma: se la vita, nel suo caso, fosse l’opera? E se la vita si potesse realizzare soltanto sotto forma di letteratura? E se la letteratura fosse accessi­bile soltanto attraverso la vita, ovvero ciò che ne rimane nelle lettere scritte? C’è da credere che Federico Almansi abbia raggiunto il vertice poetico proprio nei messaggi inviati a una parente disattenta e quasi per niente in sintonia con lui; lo ha raggiunto in quelle circostanze in cui la vita stessa, attraverso i suoi particolari e probabili riti di risarcimento, gli si era rivelata più essenziale, più dissipata nella sua calma quotidiana, in una casa di ringhiera, in compagnia di un’altra forma di follia a nome Domenico, l’ossessivo ciclista mercante di camiceria per nessuno. E lì, ecco Federico occupato a confezionare pacchetti di pacchetti di pacchetti, con carta gialla da macellaio oppure azzurra da zucchero; cominciare dal piccolissimo, per incassarlo nel successivo, e così via fino alla dimensione finale: non era, quella, un’eco paradossale, magari ironica, ma certamente mimetica come una citazione deviata, del lavorio che per anni i suoi genitori avevano compiuto nella casa-bottega impacchettando libri d’antiquariato per lontani clienti? Non erano gesti ormai inutili ma celebrativi, com’è la grande poesia, commemorazione di un’epica domestica in lotta con le necessità della sopravvivenza? Abramo-Almansi e Sara-Onorina (i genitori di Federico) erano stati spesso intenti al lavoro, anche nelle ore serali; temevano di non farcela e vedevano il loro Isacco-Federico svagato, inconcludente, assorto in un mondo irreale (vero, ma evanescente), sobillato da un anziano Socrate triestino che a sua volta, sul versante pratico, non aveva combinato molto. Abramo e Sara sono preoccupati e indignati: la grecità è penetrata abusivamente nel mondo ebraico, la tradizione viene corrosa dall’errante psicagogo venuto da Atene, o forse da nessun luogo: un apolide dello spirito. Il giovane Isacco-Federico, unico dopo la morte della sorellina, è ribelle, indolente, sembra cittadino di un’altra patria che i genitori non conoscono, di cui diffidano, che probabilmente non esiste. Quel figlio bighellone sembra incamminato sulle strade di Nefelococcigia, l’aerea città degli uccelli o, magari, di quegli angeli che decadono per prova voluta, per essere bipedi in altro modo, senza più ali - senza un futuro assicurato, pensano inquieti il moderno Abramo con la sua semplice Sara. In quel coacervo di preoccupazioni e sgomento, al crescere della malattia del figlio, Abramo-Almansi decide in solitudine di uccidere il figlio, senza alcuna chiamata superna; ciò nonostante il figlio gli viene restituito: non dall’angelo che ferma la mano armata, ma dal caso che devia il colpo di pistola e, soprattutto, da un “giudice coraggioso e lungimirante” che lo affida alle sue stesse cure dopo avergli fatto scontare tre anni di carcerazione per il tentato omicidio. Passa poco tempo: il poeta Isacco-Federico, decaduto o mai sbocciato, è un adulto malato di mente e ormai orfano; vive in comune con un altro quieto folle in una casa di ringhiera e confeziona di sua iniziativa pacchetti inutili, confermando che il destinatario è smarrito e che il contenuto non è più un libro, sia pure un libro pregiato per antiquari o per bibliofili, come quelli che i suoi genitori avevano impacchettato per i propri clienti; ora il libro manca, non c’è, il pacchetto contiene solo se stesso, dato che la vita utile è un’insensata catena di implicazioni per nascondere l’assenza definitiva del testo che potrebbe rivelarla, e assenza del libro che potrebbe santificarla. Federico Almansi ha scritto, in quello scorcio di sua vita, delle sublimi e memorabili lettere d’occasione che Jona decifra in rispettosa glossa; esse rappresentano la parte più importante di ciò che resta di lui. Nonostante ci rimangano dei componimenti giovanili di Federico, influenzati e ispirati da Umberto Saba, le sue parole più numinose affiorano nei suoi messaggi scardinati, e nell’effetto che ancora ne deriva: dolente, straniato, ma felice. La perfezione, quella perfezione che il dio dei poeti può talvolta concedere, si trova dunque nelle lettere di Federico, quando l’età ormai gli sfuggiva e non c’era più traccia del “celeste scolaro” di Saba con i suoi amori e le sue speranze. L’amara fortuna di Jona è di essere stato tra gli interlocutori anche di questa fase ultima di Federico Almansi, l’Isacco ormai cinquantenne: col corpo ingrossato e goffo, con gli occhi opachi e senza più l’azzurro del cielo, con la sua stramberia di comportamento, eppure con la grandezza iperbolica delle sue parole epistolari, finalmente troppo mature per gli umani, troppo vicine alla lingua degli dèi. Opera d’arte che oltrepassa la nostra modernità, linguaggio vicino all’impossibile dimensione paradisiaca, quando la lingua fu la forma stessa del mondo - prima di decadere a contesa, ipotesi, calunnia.

 

Marco V. Borghesi

 

Emilio Jona, Il celeste scolaro, Neri Pozza, 2015, € 16

 

Mantova a Gerusalemme,
miniatura riproducente un medico

 

Mantova a Gerusalemme,
miniatura riproducente un banchiere

                  

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