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Le poesie di Federico Almansi

 di Giorgio Luzzi

 

Attorno alla riproposta editoriale dell'opera in versi di Federico Almansi - dovuta alla fertile e documentata intraprendenza di Francesco Rognoni - si muove ora una interessante costellazione di novità: la recentissima comparsa, anzitutto, del romanzo di Emilio Jona, Il celeste scolaro, Neri Pozza 2015, che si realizza dentro la guida, documentata e puntuale, dell'affresco biografico del poeta e del suo mondo.

Il contesto, così accuratamente riacceso, entro il quale un discorso sul lavoro in versi di Almansi può riprendere piena legittimità, garantisce dunque una affidabilità biobibliografica per così dire rinata. Di lui, per più ragioni, e soprattutto a fronte di altre personalità della sua generazione emerse con maggiore autorevolezza, si era un po' smesso di parlare; se non, di quando in quando, per motivi non propriamente correlati alla qualità specifica dei suoi versi. Ma piuttosto a causa di due aspetti, entrambi molto significativi e delicati, cui accennerò tra poco. Ma uno dei meriti del romanzo di Jona è stato l'avere voluto introdurre nella sua narrazione anche il non trascurabile aspetto civile della personalità di Almansi, e cioè la sua partecipazione attiva e a tratti intrepida alla Resistenza. Ma quali dunque, quei dati centrali della biografia? La precoce malattia mentale, i cui primi sintomi vengono avvertiti già nel 1949 (era nato nel 1924 e morirà, appunto schizofrenico e in condizioni di desolata solitudine, nel 1978), e l'amicizia, che si può definire dignitosamente come "particolare", con Umberto Saba. Il poeta triestino, antiquario come il padre libraio di Almansi, frequentava spesso Milano, ospite della famiglia amica. E tracce del tenero ma anche dolorosamente travolgente trasporto del poeta per il giovanissimo Federico si trovano chiaramente nel Canzoniere e in altre zone dell'opera sabiana.

Non che l'opera poetica di Almansi possa vantare una posizione di primo piano nella storia della poesia di quegli anni. Ma se si pensa che il suo primo e unico libro di versi comprende poesie scritte tra il 1938 e il 1946, non è difficile accogliere oggettivamente la convinzione qualificante di una maturità singolarmente precoce. E basterebbe questo per fare di lui una figura tipologica della poesia di quella generazione. Molti, a mio modo di vedere, gli argomenti per fondare, sulla persona e sul lavoro in versi di Federico, un giudizio che si presenti anche come argine alla speculazione personalistica e spettacolare. Ipotizzerei anzitutto l'oggettiva garanzia costituita dalla grandezza di Saba; e poi l'accortezza, ancora una volta, della comunità ebraica nell'imporre sobrietà e oggettività, delimitazione del problema e discrezione. E anche sotto questo aspetto il romanzo di Jona è da ritenersi prezioso. E inoltre la qualità stessa dei testi del giovane autore: rigorosi, informati, in linea con la tendenza epocale, inevitabilmente (ma anche opportunamente) segnati dall'ombra socratica del grande modello sabiano. Altro merito del Federico autore è stata la sua scelta di campo anche in letteratura: democratico e partigiano nella vita, aristocratico in letteratura, non disponibile ad alcuna forma di generosità neorealistica in prima battuta. Poeta colto, in una parola.

Ed eccone qualche traccia, non dimenticando che si tratta dei versi davvero stupefacenti di un quindicenne. La poesia si intitola Balcone: "Balcone che a strapiombo cadi sul / fiume, acqua verdastra, galleggiante / rifiuti di miseria. / Le case lungo la riva si stendono / con un aspetto che ha nulla più /d'umano. Barche lentamente vengono / cariche fino agli orli, da un cavallo / magro tirate, che passa sull'altra / riva. Lavano donne panni all'acqua / che si tinge all'intorno d'una bianca / spuma. Volano uccelli cinguettando".

Nel 1949 i primi sintomi della schizofrenia. A partire dagli anni immediatamente successivi l'inevitabile diradarsi della pratica del verso, anche se, peraltro, tra l'Almansi quindicenne degli esordi e il venticinquenne che sta entrando nella tenebra della malattia mentale, sono pur sempre dieci anni di vita letteraria: interrotti magari da impegni ben più pressanti (la Lotta di Liberazione), ma capaci di assumere a propria volta il senso esistenziale di questi impegni in un rilancio anche civile della propria prima maturità. E nemmeno sposterebbe di molto questa oggettiva e serena valutazione la presa d'atto che l'influsso potente della poesia sabiana abbia potuto condizionare il suo lavoro in versi: al contrario, la capacità di contrarre consapevolmente dei debiti, di accettare di subire influssi al tempo stesso grandi e scomodi, depone semmai a favore della qualità critica e intellettuale del giovane artista del verso. Questo vale per lui e per ogni altro, ed è una costante storicamente dimostrabile. Vorrei aggiungere che sarebbe grave errore enfatizzare l'esperienza per così dire efebica del giovanissimo Federico nella contiguità con il grande ospite triestino: anche in questa direzione il romanzo di Jona si è saputo muovere con il dovuto equilibrio.

Desidero infine concludere con alcuni versi da una poesia che porta significativamente il titolo di Ultima: "La notte viene e gli innumeri fili / recide della vita. Ancora chiedi / di cogliere e poi attendi / il lontano richiamo dell'amore. / Non affannarti. Né la tua / né la mia pena sono contemplate / nel mutevole segno del destino".

 Giorgio Luzzi

Torino, giugno 2015

 

Federico Almansi, Attesa - Poesie edite e inedite, a c. di Francesco Rognoni, Sedizioni, Milano 2015, pp.149, € 21

 

 Testo del Cantico dei Cantici, Venezia 1622

 

    

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