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I cortometraggi letterari di Etgar Keret

di Sergio Piazza

 

Nella tradizione letteraria europea i racconti sono più o meno lunghi, strutturati, e talora riesce difficile (e inutile) distinguere fra romanzo breve e racconto lungo: A. Cechov, T. Mann e A. Schnitzler rappresentano alcuni casi emblematici.

Fuori da questa tradizione, Etgar Keret in Sette anni di felicità realizza un genere nuovo di “short story” , liberamente trasferibile dalla carta stampata al cinema ed alla televisione, che è alla base del suo successo non solo fra gli scrittori israeliani della nuova generazione, ma anche fra i registi di cortometraggi.

Sette anni di felicità è una collezione di ben 36 racconti, non più lunghi di 5 pagine, ma in alcuni casi anche soltanto di due pagine.

Questi racconti sono prevalentemente autobiografici e si radicano spesso in situazioni comuni, che fanno parte del vissuto quotidiano di uno scrittore di successo che è anche un marito felice, un figlio comprensivo e un padre affettuoso. Altre volte emergono personaggi e situazioni surreali, come il volo aereo NewYork-Amsterdam fatto su uno strapuntino o la televenditrice che è commercialmente attrezzata a seguirlo anche all’ altro mondo o il gioco con il figlio inventato per sdrammatizzare i bombardamenti.

Ma sempre e dovunque emerge lo spunto forse più originale e innovativo: l’immagine visiva viene “ prima” della rappresentazione letteraria e la condiziona, mettendo in secondo piano la riflessione.

Keret sembra ben consapevole che, nella società della comunicazione globale, il messaggio è sempre affidato all’immagine e raramente al commento.

Ciò non significa che l’autore non sia consapevole della realtà drammatica che lo circonda.

Kereth sa perfettamente che la pace in Israele rischia di diventare un’ illusione , che le minacce provengono da più parti e che la politica non riesce a dare la risposta giusta.

In una recente intervista al quotidiano La repubblica ha dichiarato: “Israele sta affondando in una sorta di disperazione. Prevale la sfiducia, la percezione diffusa che le cose non cambieranno, che vi siano troppi interessi contrari al cambiamento… Il governo cerca una soluzione a senso unico, è come un operaio che vuol fare una riparazione, ma, dalla cassetta degli attrezzi, tira fuori soltanto il martello”

Sette anni di felicità non è una ingenua dichiarazione di ottimismo, ma recepisce, nel titolo, una dose moderata di ironia ed anche la affermazione che i valori ed i significati positivi possono essere colti, là dove ci si aspetta soltanto negatività e a dispetto della negatività, proprio come il gioco Pastrami a Tel Aviv, che viene utilizzato sotto i bombardamenti per far sentire più forte al figlio piccolo l’affetto dei suoi genitori.

Keret, d’altra parte, ha una concezione profonda della tradizionale ironia ebraica e afferma in un’altra intervista che “gli ebrei hanno sviluppato un forte senso dell’ironia perché, dalla diaspora in poi si sono sempre sentiti deboli e per reagire hanno sviluppato l’ironia, un modo per criticare la realtà, salvaguardando la propria dignità, senza piangersi addosso”.

E della società israeliana attuale molto si può dire, anche in termini di critica, ma certamente non si piangono addosso.

 

Sergio Piazza

Etgar Keret, Sette Anni di felicità, Feltrinelli 2015, pp.164, € 14