Lettere

 

Non giudicare il tuo compagno

 

Spett.le Redazione!

In relazione all’articolo L’ultimo degli ingiusti di Emilio Jona - pag. 16, marzo 2015 - e alla lettera- commento del Prof. Antonio Donno, maggio 2015 - ho il dovere di replicare e precisare sui seguenti punti:

1. L’articolo termina con “poco attendibili e sospette invece appaiono le affermazioni di Murmelstein di aver ignorato sino al dopoguerra la realtà e le dimensioni dei campi di sterminio …” Ribadisco che risulta dagli atti istruttori del Tribunale del Popolo di Litomerice che le prime notizie allarmanti si ebbero a Terezin solo il 30 dicembre 1944 all’arrivo di un gruppo di ebrei di Bratislava. Della piena realtà si seppe solo a fine aprile 1945 all’arrivo delle marce della morte. Ciò mi esime dall’entrare in merito all’attendibilità delle due versioni - contraddittorie e assurde - su come una personalità di grande prestigio quale Leo Baeck avrebbe saputo o da novembre 1942 o da agosto 1943 sulla realtà di Auschwitz.

2. Benjamin Murmelstein venne chiamato nel maggio 1938 - dopo l’occupazione nazista dell’Austria - ad assumere la direzione dell’Ufficio Emigrazione e in quell’epoca dovette presentarsi ad Adolf Eichmann, che era funzionario di polizia di un governo riconosciuto sul piano internazionale. A Vienna si stava sotto l’incubo della promessa di Goering di rendere la città in due anni Judenrein/libera da ebrei. Si trattava di ottenere le carte necessarie per l’emigrazione per quanto possibile ordinata. Quel corso accelerato sui problemi dell’emigrazione e possibili soluzioni era quindi necessario per prevenire (per quanto possibile!) ordini confusi e ineseguibili - dannosi per gli sforzi dell’emigrazione - da parte di qualche altro funzionario nazista. Fatto sta che da Vienna poterono cosi emigrare circa 120.000 (centoventimila) persone. Si consideri la risoluzione di Rabbi Jitzhak Shapiro di Kaunas: “Se per decreto del nemico è stata decisa la condanna a morte di una comunità e con un mezzo o altro e possibile salvare una parte allora i dirigenti raccolgano tutte le loro forze spirituali per salvare quella parte.” Appunto; le forze spirituali dovevano aiutare il grande sforzo organizzativo; dotte prediche in tono mellifluo erano in quel tempo fuori luogo.

3. Dopo la promozione di Eichmann e sua destinazione a Berlino Benjamin Murmelstein dovette presentarsi al suo sostituto viennese, il famigerato Alois Brunner.

4. Respingo l’affermazione offensiva “Murmelstein allo scopo di aiutare gli ebrei ricchi … ad espatriare viaggia per l’Europa”.

a. Fra i 120.000 ebrei fatti emigrare i ricchi erano una minoranza; la maggioranza degli ebrei viennesi era povera, comunque non ricca.

b. Per i casi degli ebrei ricchi Eichmann si serviva di un ex banchiere sulla cui attività era prudente non fare domande. Quel personaggio è comunque morto ad Auschwitz.

5. La cosiddetta collaborazione dopo la fine dell’emigrazione nel 1941 consisteva nell’organizzare l’assistenza degli infelici selezionati per la deportazione dall’ufficio viennese - Alois Brunner - dello staff di Eichmann.

È inoltre da osservare e precisare che:

a. Benjamin Murmelstein dovette assumere la responsabilità del Ghetto di Terezin proprio di Kippur 1944. Se il Commando convocava non si poteva dire che si celebrava il Kippur.

b. Benjamin Murmelstein, sia a Vienna che a Terezin, si attenne alla Risoluzione di Lod “… se vi si dice di consegnare uno qualsiasi … allora non dovete consegnarlo. E invece vi si dice dovete consegnare quell’uomo perché lo abbiamo condannato altrimenti … allora dovete consegnarlo.” Sia a Vienna che a Terezin in occasione dell’ondata di deportazioni dell’ottobre 1944 le selezioni per le deportazioni vennero fatte dai rispettivi uffici di Eichmann. È dimostrabile che a Terezin, grazie agli sforzi di Benjamin Murmelstein, circa 460 persone vennero esentate dalla deportazione nell’ondata dell’ottobre 1944 senza che in loro vece sia stata deportata altra persona. Il rabbino Benjamin Murmelstein osservava il principio rabbinico “Il tuo sangue non è più rosso del mio.”

c. Benjamin Murmelstein venne prosciolto dal Giudice Istruttore del Tribunale del Popolo di Litomerice “perché il fatto non sussiste”. Al termine di una lunga istruttoria e 18 mesi di “detenzione cautelare” il Procuratore di Stato non aveva neanche presentato la richiesta di rinvio a giudizio. Attribuendo le accuse ad isterismo e mania persecuzione delle masse angosciate il Tribunale del Popolo evitò di dover procedere contro i “testimoni” per calunnia.

d. Solo recentemente, e da fonti letterarie, ho appreso che nel 1955 la Procura di Stato di Vienna archiviò un procedimento istruttorio per collaborazionismo essendo risultato che le denunce erano state presentate da persone che non avevano neanche conosciuto Benjamin Murmelstein; tanto da indicare una data diversa - differenza di quattro mesi - da quella effettiva della nostra deportazione a Terezin.

e. In altra sede si deve discutere sull’ondata di processi per collaborazionismo e la ripetizione continua di accuse assurde.

f.  Benjamin Murmelstein nel 1960-61 aveva ben due volte offerto la propria testimonianza al Processo Eichmann che venne, inspiegabilmente, rifiutata. È grande merito di Lanzmann che la sua testimonianza sia stata raccolta, conservata e resa accessibile. Nel libro qui recensito - come nel film - viene offerto solo un saggio delle 18 ore di intervista-testimonianza resa da Benjamin Murmelstein. Il testo completo è stato depositato al Museo dell’Olocausto di Washington.

g. Chi può esprimersi sulla figura di Eichmann? Benjamin Murmelstein che dovette incontrare quel personaggio e i suoi sostituti dal 1938 al 1945 - quindi per sei anni e non per dieci! - oppure Hannah Arendt che all’epoca dei fatti stava al sicuro a New York e nel 1961/62 aveva visto solo un imputato che tendeva a sminuire il proprio ruolo?

h. Dietro la rivalutazione di Hannah Arendt spunta quella del suo maestro, il filosofo nazista Martin Heidegger che già subito dopo la guerra formulò la tesi che gli ebrei si siano autodistrutti. Cosi si spiega l’assurda accusa di Hannah Arendt agli Judenrat - quasi tutti morti martiri - di complicità nelle deportazioni.

i.  Nelle conversazioni di Benjamin Murmelstein con Lanzmann emerge la grande amarezza di chi aveva fatto tanto per aiutare la propria comunità in condizioni difficili per poi venire accusato, diffamato e emarginato sia dalla maggioranza della classe rabbinica - pochi osservano la massima “non giudicare il tuo compagno se non gli sei stato vicino” - che dall’Establishment delle grandi organizzazioni che in quegli anni non seppero fare alcunché per aiutarci e avevano individuato negli Judenrat - quasi tutti morti martiri - comodi capri espiatori.

j.  Da notare come il suo libro Terezin, il ghetto modello di Eichmann ripubblicato nel 2013 da La Scuola Editrice come pure l’edizione in tedesco del 2014 è stato ignorato dall’establishment delle organizzazioni ebraiche e non è stato recensito dalla stampa ebraica.

k.  La denigrazione continua anche dopo la Sua morte senza tenere conto delle condizioni estreme dell’epoca della Shoah.

È da deprecare il fatto che lo studio della storia della Shoah nel contesto storico generale e  dei tanti problemi etici dei tempi di persecuzione non faccia parte degli studi rabbinici e dei  programmi dei tanti corsi di cultura ebraica. Una lacuna non giustificabile.

Confido nell’integrale pubblicazione della presente - di cui mi riservo di mandare copia a personalità qualificate - e sono a disposizione per ogni chiarimento.

Con i migliori saluti e Shalom.

Wolf Murmelstein

 

Credo di aver osservato nel mio articolo un’attenzione rispettosa della storia personale di Benjamin Murmelstein, e infatti le considerazioni critiche di suo figlio, che svolge un’appassionata e comprensibile difesa dell’operato del padre, riguardano molto marginalmente il mio scritto. Meritano comunque una replica. Il mio dubbio sul fatto che Murmelstein ignorasse la natura dei campi si fonda sul fatto che dai campi stessi era stata fatta filtrare presso le potenze alleate, molto prima della fine della guerra, la loro effettiva realtà, che le potenze alleate avevano ignobilmente ignorata e nascosta, inoltre Murmelstein era un personaggio di primo piano ed anche, come scrive Lanzmann, “un disgraziato costretto ad accettare la perversa logica che obbligava gli ebrei ad amministrare la macchina di morte dei campi”. Questi tre dati pongono un ragionevole dubbio sulla sua affermazione di ignoranza. Quanto al fatto che riuscissero ad emigrare, (fino a quando i nazi lo permisero) soprattutto e prima di tutto gli ebrei ricchi è un dato di fatto, perché ai nazisti facevano gola i loro patrimoni; mi pare fosse chiaro dalle mie parole che si trattava di un dato che riguardava costoro e non certo Murmelstein.

EJ

 

 


Essere ebrei

 

L’articolo di Guido Ortona sull’ultimo numero di Ha Keillah si conclude in modo allarmante e significativo: ”L’oltranzismo filoisraeliano rischia di trasformare l’ebraismo, anche quello italiano, in una setta integralista. Se si vuole evitarlo bisogna che le comunità affermino con chiarezza che un ebreo non può accettare la violazione dei diritti umani di nessuno”.

Le Comunità ebraiche italiane e mondiali non avrebbero neppure bisogno di un istante per replicare almeno con due fondamenti dell’ebraismo, che conosco perfino io: ”Ama il prossimo tuo come te stesso” e “Rispetta lo straniero: tu fosti straniero in Terra d’Egitto”.

Preoccupa invece, e non poco, la frase precedente, quella che ridurrebbe l’ebraismo, anche quello italiano (per via dell’oltranzismo filoisraeliano), a una setta integralista (marchiata nella storia anche quando Israele non esisteva). In questa disgraziata ipotesi, gli ebrei non oltranzisti non avrebbero altra scelta che quella di convertirsi a un’altra religione, se credenti, o associarsi ad Hamas senza far sapere a nessuno del proprio ateismo, pena la morte.

Sono lieto di questa risposta a Guido Ortona perché da tempo mi esercito mentalmente su come rispondere alla domanda di un qualsiasi amico non ebreo: “Che cosa significa essere ebreo?”. Spesso si è imbarazzati nella risposta se non si è particolarmente osservanti, o si è addirittura atei, e si danno risposte così complicate da occupare un’intera serata, lasciando gli interlocutori per niente soddisfatti.

Mi sembra che spesso Ortona non distingua con chiarezza i governi israeliani da Israele inteso come Stato. Sembra ignorare che una parte cospicua di Israele, e anche della Diaspora, non è per niente d’accordo con i pessimi governanti di quello Stato mediorientale. Sembra ignorare che c’è una parte degli ebrei di Israele e della Diaspora che si batte, giorno per giorno, anno per anno, per le proprie ragioni ideali di convivenza senza per questo chiedersi mai se “Essere ebrei non è obbligatorio”. Neppure i tedeschi antinazisti posero in dubbio la propria cultura tedesca quando, anche a rischio della vita, combatterono il nazismo, non Thomas Mann, non Marlène Dietrich, non Willy Brandt che fu nelle Brigate partigiane norvegesi e poi divenne Cancelliere di Germania. Una cultura, se la si possiede, è irrinunciabile anche quando la si coniuga ad altre culture. Marlène Dietrich entusiasmava i soldati americani quando, negli intervalli tra le battaglie marittime, cantava in pieno Oceano Pacifico, in tedesco, la nostalgica canzone: “Ho dimenticato la mia valigia a Berlino”. La capivano tutti.

Talvolta Ortona sembra pensare che fede ebraica e sionismo costituiscano un tutt’uno. Non voglio certo minimizzare le responsabilità dell’ortodossia ebraica nel rendere estremista e inaccettabile la politica israeliana, ma solo ricordargli che esiste una minoranza ultraortodossa, quella dei Neturei Karta che è fieramente antisionista. L’ebraismo è piuttosto complicato da conoscere e si presta poco agli slogan, ma va attentamente studiato prima di parlarne.

Come del resto la sua storia: se si escludono Davide e Salomone e pochi altri, i regnanti ebrei antichi non brillarono certo per la loro perspicacia e ne fanno testo le lamentele dei Profeti che non trascurarono neanche i Sacerdoti del Tempio e la dissolutezza della popolazione.

Il 9 del mese di Av si celebra la distruzione dei due Templi che avvenne, a distanza di più di seicento anni, a causa delle colpe del popolo di Israele. Così pensano i rabbini.

Ho esagerato un po’ con un argomento nel quale non eccello, anzi, e torno quindi su cosa rispondere quando ci chiedono perché siamo ebrei:

“Perché viviamo nei dubbi, non ci riteniamo migliori degli altri e il nostro destino ci ha portato a conoscere la nostra cultura, mai abbastanza, e quella dei popoli che ci ospitano, mai abbastanza. Siamo ottimisti, crediamo nel progresso e nella modernità”.

Per concludere: non è vero che l’Italia sia un buon esempio di assimilazione. Aveva in comune di partenza cultura, lingua e religione, e, nonostante ciò, oggi abbiamo nelle nostre cronache quotidiane, la Lega Nord e il crescente divario dal Meridione. Non è vero che “l’assimilazione comporta inevitabilmente una rinuncia a parte almeno della propria specificità culturale e rituale e comporta anche il rischio della scomparsa di tali peculiarità”. Se fosse vera questa irragionevole semplificazione, sarebbe sufficiente che la minoranza araba si ebraizzasse per risolvere tutto.

Una bella forma di Marranesimo arabo! Nell’epoca della globalizzazione…

Aldo Zargani

Roma, 31 maggio 2015

 

 


Lettera di un amante deluso

 

Sono un ebreo milanese abbonato da molti decenni ad Ha Keillah, che ho conosciuto quando ero vicesegretario della Fgei e venivo a Torino per riunioni con i giovani ebrei di sinistra e per incontri culturali con i 'grandi' nella sala della Comunità.

Vi scrivo per la prima volta con l'obiettivo di raccontare i motivi della mia crescente delusione per quello che a me pare il lento indebolirsi della vostra pubblicazione.

HK è stato a lungo una voce originale e forte nel coro dell'ebraismo italiano: una voce non solo locale, legata alle vicende della comunità torinese, alle sue straordinarie individualità, ai suoi dibattiti e alle sue - a volte aspre - lotte; ma anche un piccolo, prezioso faro nelle tenebre d'una cultura - religiosa, spirituale, politica, organizzativa, persino psicologica - del mondo israelitico nazionale in via di progressivo decadimento.

Per anni aprivo con interesse il vostro piccolo periodico, quasi senza immagini, 'tutto piombo' (come dicevano i vecchi tipografi e grafici): e lo facevo con la certezza di trovare approfondimenti inconsueti, stimoli provocatori, scontri illuminanti. Uscivo arricchito dalla lettura di ogni numero, pur non condividendo tutte le tesi e argomentazioni, sempre trovando pensieri aguzzi e acuti sui temi più vari, specie quelli riguardanti Israele e la diaspora, la questione medio-orientale, i rapporti - dopo il 1967 difficilissimi - tra sinistra e giudaismo, i valori-chiave e i tanti nodi non sciolti della cultura e della religiosità ebraiche, la legge e lo statuto regolanti il mondo comunitario, eccetera.

HK rappresentava ai miei occhi di ebreo ateo e di comunista non stalinista un 'interlocutore plurimo', un amico a più teste: sempre un po' in ritardo sull'attualità - per i tempi lunghi di redazione e stampa - ma proprio perciò curiosamente più profondo, sollecitante riflessioni di lungo periodo, quasi sempre sfavillante d'appassionata (e talora litigiosa) intelligenza.

Ora non è più così o - meglio - lo è molto meno d'un tempo, almeno a mio (discutibilissimo) parere.

Dall'inizio del nuovo secolo/millennio mi sembra che HK stia via via perdendo mordente, malgrado la qualità della direzione e di vari collaboratori.

Quasi tutto mi pare impallidito, meno aspro ed efficace: le prese di posizione sono meno nette e battagliere, troppi contributi risultano estranei alla tradizione dell'ebraismo di sinistra, la scelta redazionale dei temi è a volte poco felice.

Non faccio esempi non per viltà ma perché vorrei trasferire un vissuto generale, che spero non offensivo: la critica, anzi, per me - anche in questo caso - è, vuol essere segno d'amore, d'adesione (ora scontenta) al progetto.

Mi sono interrogato sulle ragioni di questo percepito decalage qualitativo. Ho ipotizzato alcune risposte, che qui cito alla rinfusa. Le tensioni sulla questione del rabbino 'cacciato', con le rotture nel Gruppo di Studi Ebraici. La scomparsa di alcune grandi individualità, come Guido Fubini e vari altri. La crisi delle sinistre italiane (e non). La degenerazione del dibattito cultural-politico israeliano. I nuovi volti dell'antisemitismo. Il drammatico depauperamento della diaspora, col trionfo d'una sorta di deteriore israelo-centrismo, sostitutivo d'una seria riflessione sull'identità, anzi sulle identità ebraiche. Il visibile deficit - anzitutto in termini di autorevolezza - di una parte del rabbinato italiano, sempre più 'chiuso'. Le miserie dell'Ucei, del 'governo' nazionale e delle maggiori comunità (tra il reazionarismo intollerante romano e la recente tragica barzelletta milanese con due presidenti). Eccetera.

L'ipotesi è che la crisi di HK sia uno dei sintomi e delle conseguenze d'una crisi ben più ampia e polivalente più che di inadeguatezze soggettive, di limiti direttorial-redazionali.

Epperò un'idea mi domina: Ha Keillah dovrebbe e potrebbe recuperare ruolo e attrattività se scegliesse di tornare ad essere un organo di battaglia, più di parte e combattivo. Su più terreni: il rigetto dell'israeololatrìa, il rilancio della diaspora, il superamento dell'Unione delle comunità e di tutto l'assetto istituzionale italiano, il rifiuto del neo-fondamentalismo illiberale che ci 'suiciderà', l'impegno non partitico alla ricostituzione d'una sinistra laica e impegnata sul fronte della giustizia e dei diritti.

Grazie, comunque, dell'attenzione.

Enrico Finzi

 

Quanto è cambiato Ha Keillah nei suoi quarant’anni di vita? Enrico Finzi, ci accusa di “israelolatria” (e di israelocentrismo, ma in questo non siamo cambiati rispetto ai primi anni di vita del giornale), e contemporaneamente c’è chi sostiene che siamo divenuti troppo critici nei confronti dello stato ebraico senza tener conto della gravità dei pericoli che oggi lo sovrastano. In questi quarant’anni Israele, il Medio Oriente e il quadro internazionale hanno subito tali e tanti cambiamenti che diventa difficile fare confronti, ed è ancora più difficile immaginare cosa scriverebbero oggi personaggi come Giorgina Arian Levi o Guido Fubini. È vero che negli ultimi anni Israele sta andando sempre più a destra, ma è anche vero che è sottoposto a minacce e pericoli che venti o quarant’anni fa non esistevano. Certo, permane la nostra opposizione all’occupazione della Cisgiordania e permane la nostra convinzione che la pace potrà essere raggiunta solo con la creazione di uno Stato palestinese al fianco di Israele. Ma in questi 40 anni sono anche sorti problemi nuovi, che meritano una certa attenzione sulle nostre pagine. Nel 1975 Israele era un Paese in cui gran parte della popolazione era laica, che fino all’anno precedente aveva avuto una delle prime donne premier della storia: è logico, quindi, che l’Ha Keillah di allora non mettesse in primo piano il problema dei diritti delle donne in Israele, ma è altrettanto logico che oggi non si possa fare a meno di parlarne. E questo è solo uno dei molti esempi possibili.

È comunque curioso notare come Enrico Finzi parli di “cambiamenti che datano dall'inizio del nuovo secolo/millennio” senza cogliere, a quanto pare, elementi significativi di discontinuità in questi ultimi 15 anni, che pure hanno visto nel 2010 una spaccatura e un cambio di direzione percepiti dai protagonisti come duri e laceranti. Così come, dalla parte opposta, non sembrano percepire sfumature e differenze tutti quei commentatori on line che hanno colto l’occasione della ripresa sulla newsletter Kolot dell’articolo di Guido Ortona pubblicato nello scorso numero di Ha Keillah (articolo seguito peraltro da  una  nota redazionale che prendeva in parte le distanze) per dare addosso al nostro giornale e all’intera Comunità di Torino. Poche le risposte su Kolot che entrano davvero nel merito dell’articolo di Guido Ortona ma ormai l’abitudine a leggere frettolosamente e a fondare le proprie impressioni su parole chiave estrapolate dal contesto pare aver contagiato buona parte dell’ebraismo italiano.

Infine, non ci sembra che l’Ha Keillah delle origini  (almeno, nella sua linea prevalente) auspicasse “un superamento dell’Unione delle Comunità”, tant’è che alcuni nostri redattori hanno partecipato attivamente alla vita dell’UCEI e ne sono stati Consiglieri; in particolare Guido Fubini è stato protagonista del dibattito sulle Intese e sullo Statuto, oltre a dirigere per lunghi anni la Rassegna Mensile di Israel.

HK

 

    

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