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Elezioni e altro

di Anna Segre

 

Mentre preparavamo questo numero di Ha Keillah si sono svolte le elezioni amministrative in molte città (tra cui la nostra) e, nello stesso giorno dei ballottaggi, anche le elezioni (o designazioni) per il rinnovo del Consiglio dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Chiudiamo il numero ad elezioni appena concluse, ancora troppo presto per trarre un bilancio, in un momento che consente solo qualche riflessione frammentaria. A Torino - dato che non siamo di quelli che sperano che le cose vadano male per il gusto di poter dire “io l’avevo previsto!” - non possiamo che augurare buon lavoro alla nuova sindaca Chiara Appendino, e sperare che la nostra Comunità potrà costruire anche con lei i legami di amicizia e collaborazione che ha sempre avuto con le amministrazioni precedenti. Inutile comunque nasconderci qualche motivo di preoccupazione (per esempio per le posizioni pregiudizialmente ostili a Israele che talvolta emergono da esponenti del Movimento Cinque Stelle); e resta l’amaro in bocca per una sinistra lacerata e litigiosa e per un sindaco eletto con i voti determinanti della destra.

Se usciamo da Torino e osserviamo il quadro nazionale i motivi di preoccupazione sono ancora più evidenti: da una parte una sinistra più divisa che mai, e largamente percepita come espressione delle élite al potere e responsabile della difficile condizione economica in cui versa l’Italia. Che questa situazione sia in gran parte dovuta a vent’anni di berlusconismo sembrano averlo dimenticato non solo gli esponenti della destra (a cui ovviamente non fa comodo ricordarlo) ma anche quelli del Movimento Cinque Stelle, che in fondo non si sono mostrati troppo scandalizzati di fronte all’alleanza di fatto con le destre che si è determinata in molte città. Alleanza che con molta probabilità si riprodurrà in ottobre in occasione del referendum costituzionale, con conseguenze politiche imprevedibili ma comunque inquietanti.

La sinistra esce perdente da queste elezioni amministrative, ma chi sono i vincitori? Il Movimento Cinque Stelle ha ottenuto risultati clamorosi, ma solo dove ha saputo trovare (più o meno casualmente, dati i loro metodi per la scelta dei candidati) personalità credibili da proporre agli elettori. Dunque, un movimento strutturalmente contrario ai personalismi si dimostra vincente solo quando si affida a personalità spiccate (e anche antropologicamente lontanissime dai due fondatori). Vince, quindi, al prezzo di diventare una cosa diversa da ciò che era in origine. Quali conseguenze produrrebbe questo paradosso di fronte ad eventuali elezioni politiche?

La destra continua a non risolvere il nodo della propria identità: dividersi definitivamente tra un’anima moderata e liberale e una estremista e populista, come avviene nel resto dell’Europa, oppure cercare di tenere tutti insieme a costo di solleticare le peggiori pulsioni razziste, xenofobe e magari pure antisemite? Purtroppo in molti casi questa seconda opzione sembra prevalere. Perché, per esempio, un quotidiano come Il Giornale ha scelto di regalare ai lettori il Mein Kampf proprio una settimana prima dei ballottaggi? E anche i molti ebrei che si sono affrettati a salutare quella parte politica come grande amica di Israele dovrebbero porsi qualche domanda sulla scarsa sensibilità (per non dire di peggio) dei presunti amici; anche la promessa di Giorgia Meloni, nel caso fosse stata eletta, di dedicare una via di Roma ad Almirante non era propriamente tranquillizzante.

Peraltro, la riforma costituzionale in sé suscita molte perplessità. Su questo tema, anche all’interno della stessa redazione, ci sono opinioni variegate, ma abbiamo scelto di non parlarne in questo numero perché non abbiamo individuato nel nostro dibattito elementi specifici che Ha Keillah potrebbe offrire in quanto giornale ebraico.

Se poi usciamo fuori dall’Italia i motivi di inquietudine aumentano ulteriormente: Israele che continua a subire un insopportabile stillicidio di attentati (di cui i media italiani paiono accorgersi poco o nulla) e in cui il governo di destra, con la nomina di Lieberman a ministro della difesa, è riuscito a virare ancora più a destra; in Europa per chi si domanda in quale Paese la situazione sia più preoccupante c’è solo l’imbarazzo della scelta. Per non parlare degli Stati Uniti e del rischio concreto che Trump possa arrivare alla presidenza. Eppure proprio dagli USA arriva una novità interessante: una persona come Bernie Sanders, che per età, esperienze giovanili (kibbutz dell’Hashomer Hatzair) e idee politiche potrebbe venir fuori dal Gruppo di Studi Ebraici, è arrivato a vincere le elezioni primarie in molti stati dimostrandosi l’unico avversario temibile di Hillary Clinton per la nomination democratica. C’è stata, dunque, la possibilità non troppo remota che una di quelle persone che nell’Italia di oggi (ebraica e non) sono costantemente accusate di essere superate, non al passo con i tempi, incapaci di capire il presente, potesse conquistare la carica politica più importante del mondo. Peraltro, anche la prospettiva che questa carica, per la prima volta nella storia, sia occupata da una donna ha un valore simbolico tutt’altro che trascurabile. Infatti non escluderei che questo elemento simbolico (la donna che rappresenta la novità e può presentarsi più credibilmente come portavoce di chi finora era escluso e discriminato) possa aver avuto un certo peso nelle elezioni comunali romane e torinesi.

 

Anche l’ebraismo italiano torna, per la prima volta dopo Tullia Zevi, a una guida femminile: il 3 luglio è stata infatti eletta Presidente dell’Ucei Noemi Di Segni, romana, assessore al bilancio nella giunta precedente. A una prima impressione sembra dunque che la grande voglia di discontinuità emersa nei mesi scorsi (di cui davo conto nel mio articolo Danzando sul Titanic?) non abbia prevalso, o, per lo meno, non in modo netto e clamoroso. È anche interessante rilevare che l’elezione è avvenuta, a quanto pare, grazie al voto determinante delle piccole e medie Comunità. Noemi Di Segni appartiene al gruppo Binah, realtà che HK aveva seguito con grande interesse fin dal suo esordio quattro anni fa: l’idea di una lista tutta al femminile ci era parsa infatti necessaria in un momento in cui la presenza di donne nelle istituzioni ebraiche appariva scarsa in modo anomalo persino per l’Italia. Oggi la situazione è decisamente migliorata e Binah ha potuto trasformarsi in “Benè Binah” e includere anche alcune candidature maschili. “Con la lista Binah si può sperare di avere un giorno di nuovo una Presidente donna?” si chiedeva allora un’altra ex assessore al bilancio Ucei. Il 3 luglio questa domanda ha avuto la sua risposta positiva.

Al di là del dato sulla Presidente, è comunque difficile formulare un giudizio netto sull’esito di queste elezioni perché al momento in cui andiamo in stampa non è stata ancora votata la giunta. Il semplice elenco dei consiglieri eletti o nominati nelle varie città ci dice poco (per chi non lo sapesse: la Comunità di Torino ha confermato Giulio Disegni, vicepresidente Ucei uscente). Solo a Milano e a Roma esistevano le liste, ma guai a parlare di destra e sinistra, perché tutti rivendicano orgogliosamente la propria trasversalità. A Roma, dove correvano quattro liste, si è parlato di sostanziale pareggio, data la somiglianza tra i programmi delle liste Per Israele e Israele siamo noi da una parte (che hanno ottenuto rispettivamente 8 e 2 consiglieri) e Menorah e Binah dall’altra (cinque consiglieri ciascuna). E allora perché Menorah e Binah non si sono messe insieme, creando una lista unica che, con dieci consiglieri, sarebbe risultata la vincitrice? Sono misteri che dal nostro punto di vista provinciale e isolato appaiono incomprensibili. Si riteneva (per ragioni che a noi sono del tutto oscure ma che probabilmente sono chiare ai romani) che una lista unica avrebbe raccolto meno consensi? Oppure le due liste separate sono l’esito della consueta litigiosità delle sinistre (ma non chiamiamole così, se no si offendono), di cui anche la nostra Comunità in anni recentissimi ha dato prove mirabili?

È anche difficile, sulla carta, prevedere il comportamento dei singoli Consiglieri sulla base della lista a cui appartengono. Basti ricordare che Renzo Gattegna, quando dieci anni fa era stato eletto Presiedente dell’Ucei, proveniva dalle liste Per Israele, cioè da quella che noi chiamavamo la destra, lo schieramento con cui eravamo in competizione (in quegli anni c’era una sorta di bipartitismo, Per Israele contro Keillah). Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che è stato davvero un ottimo presidente, sobrio ed equilibrato nelle dichiarazioni pubbliche, attento alla difesa di Israele ma al contempo inflessibile su alcuni principi fondamentali relativi alla politica italiana (antifascismo, lotta al razzismo, laicità dello stato). Senza contare l’eccellente sistema informativo messo in piedi durante la sua presidenza (il mensile Pagine ebraiche, il portale Moked, il notiziario quotidiano on line Pagine ebraiche 24), che consente a tutti gli ebrei italiani di conoscersi e confrontarsi tra loro indipendentemente dalle loro opinioni e dalla Comunità a cui appartengono; e senza contare le innumerevoli iniziative culturali messe in piedi in questi anni, spesso con la collaborazione e il patrocinio dell’Ucei. Dall’altra parte vediamo persone che abbiamo sempre considerato “dei nostri” prendere posizioni che forse non ci saremmo aspettati, presumibilmente nella speranza di attirare su di sé un maggior numero di voti. Per esempio Victor Magiar che, criticando un articolo apparso su Pagine ebraiche 24 del nostro collaboratore Alessandro Treves, giungeva a biasimare il direttore Guido Vitale per non aver esercitato una sufficiente censura. Dunque, è davvero difficile fare previsioni su cosa accadrà all’Ucei nei prossimi anni.

Vale comunque la pena di dire qualcosa sulla campagna elettorale, caratterizzata spesso (come dimostra l’esempio appena citato) da toni assai pesanti, a volte accompagnati da minacce di epurazione. Fin qui nulla di strano, e anche nulla di troppo diverso dalle contemporanee elezioni comunali, in cui la critica alle amministrazioni uscenti è spesso stata condotta con toni molto aspri, in un generalizzato appello alla novità e al rinnovamento. Quello che invece è parso insolito, e a nostro parere piuttosto discutibile, è stato il ruolo dei rabbini. Prima di quest’anno, infatti, non era mai accaduto che l’Assemblea dei Rabbini d’Italia o il suo Consiglio prendessero ufficialmente posizione in favore o contro l’uno o l’altro candidato, l’una o l’altra lista. Invece questa volta è successo proprio questo: Rav Giuseppe Momigliano, Presidente dell’Assemblea Rabbinica Italiana a nome del Consiglio dell’ARI pochi giorni prima delle elezioni ha reso pubblica una nota molto dura e critica nei confronti del presidente uscente Gattegna auspicando esplicitamente un cambio di rotta. (lettera dell'Assemblea Rabbinica Italiana (A.R.I.).  A detta dei rabbini l’apertura, il dialogo con il mondo esterno, le iniziative volte a far conoscere gli ebrei e l’ebraismo, hanno richiesto troppi fondi che invece avrebbero dovuto essere utilizzati verso l’interno. Ho già discusso sul numero scorso questa impostazione, che non tiene conto del fatto che la maggior parte dei fondi che ci arrivano per la nostra sopravvivenza come Comunità dipende dall’8 per mille, cioè proprio dal mondo esterno. Ma, soprattutto, non si riesce a capire quale possa essere il valore politico di una tale scelta di campo, volta a screditare un presidente che comunque non si ripresentava, manifestamente ostile a una parte del futuro Consiglio e quindi tesa a mettere i bastoni tra le ruote a chiunque d’ora in poi tenterà di instaurare un clima di dialogo e collaborazione. Per di più, il coinvolgimento diretto dell’Assemblea Rabbinica nella campagna elettorale crea un precedente molto pericoloso, e mina l’autorevolezza dei nostri Maestri. E dico tutto questo con grandissimo dispiacere, perché ho sempre avuto grande stima di Rav Momigliano, che è stato tra l’altro mio insegnante alla scuola ebraica, e che in questi anni di presidenza dell’ARI si è sempre distinto per le sue posizioni equilibrate e attente all’attualità.

Viceversa, da parte dei rabbini non si è levata una parola di biasimo per gli attacchi personali violenti, per la maldicenza e il veleno sparsi a fiumi sui social network, per chi ha invocato censure e ha negato l’utilità del libero confronto tra ebrei con diverse opinioni. E, se l’intento dei nostri rabbini fosse davvero quello di spingere l’ebraismo italiano a dedicarsi maggiormente alla cultura e allo studio della tradizione ebraica e ad evitare l’eccessiva esposizione mediatica, sarebbe stato inevitabile spendere qualche parola anche contro certe difese di Israele sguaiate, poco documentate, controproducenti, e soprattutto contro chi bolla come nemico di Israele chiunque si permetta di avere opinioni diverse dalle sue (compreso il Presidente della Repubblica israeliano). Oppure sarebbe stato opportuno invitare a una maggiore cautela di fronte a certe candidature nelle elezioni comunali e a certi personaggi (era necessaria la proposta di intitolare una via ad Almirante per capire chi è Giorgia Meloni e chi sono i Fratelli d’Italia? Era necessario che regalassero il Mein Kampf per capire cos’è il Giornale?)

Siamo comunque ancora agli inizi: abbiamo nuovi sindaci, abbiamo un nuovo Consiglio dell’Unione e soprattutto una nuova Presidente: auguri di buon lavoro.

Anna Segre

Noemi Di Segni

 

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