Storie di ebrei torinesi

 

Brexit: paura dello straniero

Intervista a Danel Fantoni

 

 

Daniel Fantoni, ingegnere ed informatico che si occupa di progetti gestionali internazionali, inglese (con padre italiano), torinese da più di trent’anni, dall’anno scorso è Consigliere e membro della Giunta della Comunità Ebraica di Torino. Lo abbiamo incontrato pochi giorni dopo l’inaspettato esito del referendum.

 

Tutti sanno che la base della Brexit è la paura dello straniero. Eppure l’Inghilterra è da secoli una società molto aperta, multiculturale. Anche gli ebrei sono presenti da secoli. La mia famiglia materna, per esempio, viene dalla Lituania: i miei trisnonni intorno al 1890 si sono insediati nella parte est di Londra; curiosamente, è la stessa zona in cui oggi, cento anni dopo, vivono i miei figli Enrico e Sara (a cento metri da un cimitero ebraico e mezzo chilometro da un cimitero sefardita del ‘600). Poi sono subentrate altre etnie. Londra è una città multiculturale - appena due mesi fa è stato eletto un sindaco musulmano - e gli abitanti di Londra hanno votato in maggioranza per rimanere all’interno dell’Unione Europea: riconoscono il valore dell’internazionalizzazione. Hanno votato contro l’Europa gli anziani, gli abitanti delle zone rurali, le persone meno istruite, in realtà tutti forse quelli che nella vita quotidiana non hanno davvero contatti con gli stranieri; non i diretti interessati al fenomeno dell’immigrazione ma coloro che ne parlano per sentito dire. È il non plus ultra del populismo: scaricare la colpa di tutti i problemi sullo straniero, chiunque sia. In realtà l’economia inglese stava andando bene. Si gioca sull’emotività delle persone.

Il protagonista di tutto questo è stato il nuovo partito nazionalista, UK Independence Party, in origine di estrema destra, ma poi, come Marine Le Pen (e secondo me anche i Grillini), mostra un volto più moderato: sono molto bravi a nascondere che in realtà molti di loro sono veri fascisti. I partiti tradizionali, sia la destra che la sinistra, sono stati presi alla sprovvista; non erano preparati: avevano preso sottogamba questo sentimento nazionalista.

Credo che sia importante far notare una cosa: gli anziani hanno votato per uscire dall’UE, mentre i giovani hanno votato per rimanere ed è chiaro che anche i giovani che oggi non hanno potuto votare, nella fascia d’età tra i 16 e i 18 anni, avrebbero votato nello stesso modo; quindi se il referendum si fosse svolto tra dieci anni il risultato sarebbe stato capovolto. Ed è quello che, probabilmente, succederà: tra qualche anno ci sarà un nuovo referendum; ma allora la Gran Bretagna dovrà rifare da capo tutta la trafila per chiedere di aderire all’Unione Europea. Già ora si parla di ripetere il referendum, sperando che vada a votare chi questa volta non ha votato e sperando che questa volta la gente capisca che non è un gioco, non è come mettere una faccina ‘mi piace’ in internet.

Un altro paradosso è che gli espatriati (come me) non hanno potuto votare. A pensarci bene è davvero una stranezza in un contesto di Europa unita: proprio noi, il non plus ultra degli europeisti, non abbiamo potuto votare.

 

Non è previsto, come accade per gli italiani, il voto degli inglesi all’estero?

È previsto solo per un periodo limitato di 15 anni dopo l’espatrio a chi lo chiede.

 

Ritieni che la Brexit potrebbe avere conseguenze negative per gli ebrei?

Gli ebrei non soffriranno in primis, perché mediamente sono più istruiti (non tutti, naturalmente, ma la maggiore importanza attribuita all’istruzione è sempre stata una caratteristica tipica della cultura ebraica): non soffriranno quanto quelli che hanno votato per uscire…

 

Dunque secondo te hanno votato per l’uscita proprio quelli che ne ricaveranno più danni?

Certamente: i meno istruiti, con mestieri meno qualificati, sono quelli che soffriranno di più. Londra non avrà problemi. In qualche modo rimarrà sempre una città aperta, internazionale.

 

Quali sono state le reazioni dei tuoi parenti?

I miei figli sono sconvolti, come tutti i loro amici. Per loro è un momento terribile, perché si trovano entrambi in una fase della loro vita in cui devono compiere scelte importanti per il loro futuro (Enrico ha appena completato un PhD, Sara ha appena preso l’abilitazione da avvocato); Sara era scappata molti anni fa dall’Italia a causa di Berlusconi e adesso capita questo! Mio padre, ex italiano (non ha più la cittadinanza: è veneziano, ma non italiano) è rimasto molto male.

 

Come prevedi che reagiranno gli ebrei?

Visto che gli ebrei sono un popolo mobile, se la Brexit porterà a una recessione chi è meglio piazzato per cercare alternative? Non dico che ci sarà un esodo di massa, ma se l’atteggiamento xenofobo è sdoganato prima o poi questi partiti si riveleranno per quello che sono veramente. Quando la xenofobia inizia prima o poi gli ebrei ci vanno di mezzo.

Per il momento quelli che temono la xenofobia non sono tanto gli ebrei quanto coloro che provengono dall’Europa dell’Est (polacchi, rumeni, ucraini, baltici) che sono arrivati negli anni recenti a ondate e vivono per lo più isolati dal resto della popolazione, parlano male l’inglese, mentre invece gli italiani, i francesi e gli ebrei tendono a mescolarsi di più (l’ebraismo considera un dovere partecipare alla vita della nazione). Gli europei dell’Est sono entrati in settori di attività come l’edilizia (dove prima lavoravano gli italiani), accettano salari più bassi e questo causa malumori (il solito discorso: “ci rubano il lavoro”). Nessuno dice cose simili sugli ebrei; casomai dicono: “ci rubano i soldi”.

Il punto è: se gli ebrei emigreranno dove andranno? La Francia ha già i suoi problemi e gli ebrei stanno scappando anche da lì. Potrebbe forse aumentare l’emigrazione verso Israele. Se uno ha già un atteggiamento sionista, un evento come questo aiuta a fare la mossa.

Chissà poi se è vero che gli ebrei emigreranno più di prima? Chissà se questa potrebbe essere un’opportunità per Torino? Noi possiamo offrire una comunità ebraica in Europa. Stavo per dire: un’opportunità per fermare l’emorragia dei giovani ebrei torinesi, ma in realtà non si può neanche più parlare di emorragia perché non c’è più sangue.

 

Secondo te gli ebrei hanno votato per la Brexit nelle stesse proporzioni degli altri?

Non saprei dirlo. Suppongo di no perché mediamente sono più istruiti (ma non come Torino: Torino ha un livello di eccezione, è fuori norma, ma questo è negativo perché siamo una comunità di cervelli in fuga).

 

Comunque a tuo parere ci sono anche ebrei che hanno votato per l’uscita?

Non lo escludo: gli ebrei sono un po’ strani. E poi quando sono immerse in una società le persone tendono a ragionare come gli altri.

 

Parliamo un po’ di te: come e quando sei venuto a vivere a Torino?

Ero venuto una prima volta nel 1982 per un’esperienza di lavoro, poi nel 1985 mi sono sposato con una torinese e mi sono trasferito qui. Ho avuto la stessa esperienza di mio padre. Lui da Venezia (famiglia di origine spagnola/portoghese) era andato a Londra per un periodo di lavoro di due o tre mesi, poi ha conosciuto mia madre e il periodo è diventato tutta la vita. Siamo una famiglia mobile, irrequieta (e questo è tipicamente ebraico).

 

Quali impressioni hai avuto inizialmente della comunità di Torino?

Noi ebrei siamo bravi ad esaltare le divisioni: la gente evidenzia differenze che poi non ci sono. Io provenivo dal mondo progressive (per scelta dei miei genitori), e non ho notato differenze sostanziali. Torino mi è sembrata una comunità riformata (o, meglio, progressive), con rabbini ortodossi. (Erano gli ultimi anni del Rabbinato di Rav Sierra; ci ha sposati lui; poco dopo è arrivato Rav Artom). Circa una decina di anni fa ho partecipato a qualche attività dei progressive a Torino, ma i numeri erano davvero troppo piccoli, e poi non vedevo il senso di evidenziare spaccature quando la comunità ospita comunque al suo interno tutte le sfumature.

Nella mia famiglia c’è una tradizione di impegno comunitario. Mio padre è stato a lungo presidente della sua sinagoga (adesso è presidente onorario), e ha fatto anche parte del Board of Deputies, che sarebbe un po’ come la nostra Ucei, ma non comprende solo gli ortodossi (vale la pena chiarire una cosa: il Rabbino Capo del Commonwealth che viene citato spesso in realtà è solo il capo della United Synagogue, che è un’organizzazione che riunisce le comunità ortodosse ma non i charedim e i Lubavitch, che hanno organizzazioni a sé).

 

Per curiosità: quanti iscritti ha la sinagoga di tuo padre? È più grande o più piccola della nostra comunità?

Sulla carta è più piccola (400-500 persone), ma in realtà le funzioni sono molto più partecipate. C’è più apertura. Si includono anche le famiglie miste, purché ci sia una vita ebraica. Il matrimonio misto non è necessariamente assimilazione: è un’opportunità: non viene incoraggiato ma è una cosa che succede. Anche a Torino sarebbe meglio includere che escludere.

 

Come è nato il tuo impegno comunitario torinese?

Quando ero studente a Cambridge (allora - parlo degli anni dl 1978 al 1982 - gli ebrei erano molti, circa il 10% della popolazione universitaria); c’erano studenti ortodossi e non ortodossi; io gestivo il gruppo progressive. Dopo che sono venuto a Torino per molti anni il lavoro e la famiglia assorbivano tutto il mio tempo, ma avevo sempre pensato che in futuro mi sarei impegnato; quindi quando me lo hanno chiesto ho accettato con piacere di candidarmi nella lista Beiachad. Il compito di un consigliere è prima di tutto di rimboccarsi le maniche e lavorare, ed è difficile quando si ha già un altro lavoro.

Per me la cosa più importante dell’ebraismo è la comunità con i suoi valori (aiutare i giovani, assistere gli anziani e i bisognosi, ecc.) La vita religiosa non è fondamentale per tutte le persone per tutto il tempo della loro vita; riconosco comunque che è necessaria per tenere viva una comunità, così come è importante avere scuole e poter impartire un insegnamento religioso ai figli: è importante che i figli si sentano parte di una comunità, e credo che questo siamo riusciti a trasmetterglielo.

 

Intervista di Anna Segre