Storie di ebrei torinesi

 

Ritorno in Italia

Intervista a Paola De Benedetti

 

Asmara, 1940.
Dall'alto, in senso orario: Carla, papà Aldo, Paola, Piero e Alda

 

Paola De Benedetti ha 81 anni; dopo le esperienze giovanili negli Zofim e poi nella FGEI - che ricorda come grande scuola di democrazia - ha fatto parte dei consigli delle Opere Pie Israelitiche (prima dell’abolizione delle IPAB), della Comunità di Torino, dell’UCEI (allora ancora UCII) e del CDEC. Fino a otto anni fa ha esercitato a Torino la professione di avvocato. Da quando è in pensione - dice - ha scoperto che la pigrizia non è un vizio ma, se ben usata,una virtù; però ha sempre qualcosa da fare (per esempio la segretaria di redazione di HK, o recensire qualche libro per il nostro periodico), il che non le impedisce di trovare il tempo per rispondere a qualche domanda. Il 10 luglio festeggia - o commemora - i settanta anni dal ritorno in Italia, e di qui lo spunto per una intervista. 

 

So che hai trascorso gli anni della guerra e della persecuzione in Africa. Perché eri laggiù? E dove?

Mio padre era ufficiale del Genio, laureato in ingegneria al Politecnico di Torino; nel febbraio 1935 è stato inviato in Eritrea, allora Africa Orientale Italiana, come direttore dei lavori del Genio Militare per progettare e dirigere la costruzione di strade, caserme e ospedali (ho realizzato molti decenni dopo, quando mio padre non c’era più - è morto a soli 54 anni - e non potevo più parlargliene, che Mussolini già nel 1935 stava preparando il terreno per la conquista dell’Etiopia).

La politica razziale del regime fascista è iniziata nei confronti dei popoli delle colonie: la “purezza della razza” italiana era addirittura tutelata da un nuovo reato, il “madamato”, di cui si macchiava l’italiano che aveva rapporti con una persona di colore. Per questa ragione le famiglie rimaste in Italia sono state invitate (o obbligate) a ricongiungersi con chi si trovava in colonia; così nel dicembre 1936 siamo sbarcate a Massaua e salite ad Asmara mia madre, mia sorella Carla di quasi quattro anni, e io, di due anni. Ad Asmara sono poi nati Alda e Piero.

 

Quale impatto hanno avuto sulla vostra famiglia le leggi razziali del 1938?

Mio padre è stato posto in congedo assoluto quale ebreo nel febbraio 1939. Ha trovato presto un lavoro, quale ingegnere, presso una società che stava costruendo (forse solo progettando) una diga per l’elettrificazione dell’A.O.I.; progetto che non ha potuto realizzarsi a seguito dell’entrata in guerra dell’Italia.

Qui devo introdurre una brevissima parentesi storica: l’effimero Impero Italiano è finito nel gennaio del 1941, con la sconfitta italiana ad opera degli in inglesi; in Etiopia è ritornato il Negus Ailè Sellasiè, in Eritrea è stata istituita l’Amministrazione Militare Britannica. Mio padre per non collaborare con gli inglesi è andato ad Addis Abeba, assunto al Ministero dei Lavori Pubblici dell’Etiopia per la manutenzione delle opere che aveva costruito (strade e ponti in particolare).Non ha voluto che lo raggiungessimo ad Addis Abeba perché a suo parere le scuole italiane non erano all’altezza, e la città era meno accogliente di Asmara (questo ho potuto verificarlo anch’io in un recente viaggio in Etiopia). Durante tre anni abbiamo potuto vederlo ad Asmara molto raramente: si poteva attraversare il confine tra Etiopia ed Eritrea soltanto in un convoglio scortato, per la presenza dei ribelli delle tribù dei Galla e Sidama (nei miei ricordi di infanzia i bau-bau erano i Galla-Sidama e i Kikuyu, gli indipendentisti keniani che terrorizzavano gli inglesi).

 

Questo per quanto riguarda tuo padre. E per voi figli?

Mio padre, avendo ricevuto nella guerra 1915/18 una medaglia d’argento al V.M., aveva chiesto la discriminazione soltanto per poter mandare Carla e me a scuola, richiesta che è stata respinta. Così mia sorella ha fatto la prima elementare con una maestra che veniva a casa; io - privata della mia compagna di giochi (e di litigate) - origliavo dietro la porta e, uscita la maestra, “giocavo ai compiti” con Carla, con la conseguenza che, grazie alle leggi razziali, a cinque anni sapevo leggere e scrivere. L’anno scolastico successivo, il 1939/40, è stata creata una pluriclasse per ebrei (tutti insieme dalla prima alla quinta) dove io ho fatto quella che oggi si chiama la “primina”. L’anno successivo Carla e io abbiamo studiato privatamente presso una maestra che ricordo ancora con simpatia: mio padre aveva preferito così dopo un sopralluogo al rifugio antiaereo allestito a scuola (l’aveva definito “una trappola per topi”). Alda e Piero erano ancora piccoli e stavano a casa.

Con l’insediamento dell’Amministrazione Militare Britannica nel 1941 sono state revocate le leggi razziali, e abbiamo potuto frequentare le ottime scuole pubbliche fino a tutto l’anno scolastico 1945/46.

 

Avevate notizie dall’Italia? Sapevate che cosa stava accadendo in Europa?

Devo premettere che i nostri genitori hanno fatto il possibile perché noi, allora infanti e adolescenti, vivessimo serenamente la nostra quotidianità e ci parlavano pochissimo di quanto avveniva in Italia. C’era uno scambio intercontinentale di notizie che rimbalzavano da parenti che vivevano in America Latina e nella Palestina Mandataria; dopo l’8 settembre i messaggi da e per Torino - venticinque parole al massimo - trasmessi attraverso la Croce Rossa e il Vaticano arrivavano con il cognome della donna di servizio dei nonni materni, ma non credo che i nostri genitori immaginassero a quale punto era giunta la persecuzione antiebraica. Tra un messaggio e la risposta trascorrevano diversi mesi.

Il primo dispaccio, firmato da uno zio con il suo nome, con la notizia che nonni, zii e cugini si erano tutti salvati è partito da Torino il 25 aprile 1945.

Ascoltando, dopo il ritorno in Italia, dai parenti e dagli amici ebrei il racconto della loro vita fatta di privazioni, di clandestinità, di rischio della vita, di fughe alla ricerca di nascondigli ci siamo resi conto di quanto eravamo stati fortunati a vivere gli anni di guerra nel nostro “esilio” africano.

 

Ad Asmara avevate rapporti con altri ebrei? Frequentavate la sinagoga?

Vi erano alcune famiglie di ebrei italiani; oltre a Bianca Levi, maestra torinese che ha insegnato per qualche tempo nella “pluriclasse”, grande amica di nostra madre, ricordo soltanto tre nuclei, i Castelfranchi, i Finzi e i Camerini, che però non frequentavamo. Il grosso della comunità ebraica era formata da yemeniti, che da Aden erano emigrati a Massaua quando vi erano arrivati gli italiani, per sfuggire alle restrizioni che soffrivano in patria; si erano poi trasferiti ad Asmara, dove per lo più svolgevano attività commerciali. Avevano la cittadinanza inglese, i figli frequentavano le scuole italiane. Nel 1905 era stata costruita ad Asmara la Sinagoga, che era frequentata prevalentemente da loro. Ricordo pochissime occasioni in cui, con nostro padre, abbiamo presenziato a cerimonie per le feste ebraiche, celebrate secondo le tradizioni degli yemeniti (minhag sefardita ma con pronuncia inglese); le matzot erano confezionate come la “ngera” eritrea, di pasta molle, abbastanza cattive al gusto. La nostra scarsissima istruzione ebraica l’abbiamo avuta da nostro padre, che ci aveva insegnato a recitare lo Shemà, aveva dato - almeno a noi due maggiori - qualche rudimento sulle festività, aveva raccontato i maggiori avvenimenti della Bibbia (libro che peraltro lui - a quanto ricordo - portava con sé insieme alla Divina Commedia nelle sue trasferte di lavoro).

 

La Sinagoga di Asmara

 

Quindi, tornando ad una risposta precedente, siete rientrati in Italia soltanto nel 46, cioè un anno dopo la fine della guerra. Perché?

In Europa la guerra è finita a maggio, ma nel Pacifico è continuata fino alla resa del Giappone nell’ agosto 1945: solo allora gli inglesi hanno riaperto al traffico il Canale di Suez, ma i primi convogli italiani sono stati destinati al rimpatrio dei prigionieri di guerra dall’India e dal Kenya. Mio padre era rientrato ad Asmara nell’estate del ‘45 con un pretesto (da Addis Abeba gli avrebbero fatto difficoltà ad abbandonare il suo posto); era stato riammesso in carriera con l’anzianità maturata nel febbraio 1939 e attendeva di riprendere in Italia il suo lavoro, questa volta di ricostruzione, come in effetti è poi avvenuto. Per tutto l’anno scolastico 1945/46 siamo rimasti in sospeso e, attendendo la chiamata per l’imbarco da un momento all’altro, abbiamo completato Carla la terza e io la seconda ginnasio (così si chiamavano le medie inferiori), Alda la terza elementare; Piero sarebbe entrato in prima elementare l’anno successivo alla Scuola Ebraica di Torino. In quell’anno ad Asmara mio padre ha trovato un lavoro precario come esperto contabile presso una ditta americana.

Il 26 giugno 1946 ci siamo imbarcati a Massaua su una nave adibita a trasporto truppe; uscendo dal Canale di Suez le lance di salvataggio del piroscafo sono state approntate fuori bordo, in quanto il Mediterraneo era ancora infestato dalle mine poste da tutti i belligeranti durante il conflitto. Siamo approdati a Napoli il 10 luglio, esattamente settant’anni fa.

 

Come è stato il rientro in Italia?

Lo aspettavamo con ansia, ma è stato anche sconvolgente: a Napoli abbiamo scoperto un mondo alla rovescia, in cui gli scaricatori erano italiani, e il traffico era diretto da militari americani di colore; Piero e Alda hanno scoperto le suore, le pesche, la radio, i cugini.

Lungo tutto il tragitto da Napoli a Torino non abbiamo visto che macerie, case distrutte, file ininterrotte di convogli ferroviari con vagoni rovesciati; a Torino si camminava ancora fra le macerie, e la frase ricorrente di papà e mamma era “qui c’era…”. Le belle strade, i giardini, le linde case di Asmara, e anche il suo piacevole clima - i 2.400 metri di altitudine compensano la latitudine - ci parevano un sogno (per diversi anni, almeno noi figli, intirizziti dagli inverni torinesi e milanesi, confinati in alloggi condominiali, abbiamo sofferto il “mal d’Africa”). C’è stata però anche la gioia di riscoprire la nostra grande famiglia, nonni, zii, cugini, parenti vicini e lontani che ci riempivano di attenzioni (forse anche perché noi, gli africani, li riempivamo di curiosità).

Nostro padre ha immediatamente ripreso il servizio, ed è stato destinato come direttore dei lavori del Genio a Milano; qui, in una caserma semidistrutta in via Mario Pagano, ha ricavato un alloggio, dove lo abbiamo raggiunto dopo aver trascorso a Torino il primo anno ospiti dei nonni materni. Successivamente ha avuto per un anno il comando di un Reggimento di Artieri del Genio a Civitavecchia, e poi il Comando territoriale dell’Arma del Genio a Bolzano. Qui è morto il 15 giugno 1951. Noi siamo rientrati a Torino, e ciascuno di noi ha seguito la sua strada.