Lettere

 

 

Di cosa si alimenta la dignità dell’uomo?

 

Le disperate immagini dei profughi dalla Siria che sfiniti approdano in qualche centro d’accoglienza del Mediterraneo ci accompagnano da mesi. Non c’è telegiornale che ogni sera non dedichi a questi sfortunati, tragici attori della storia più recente, un servizio documentario. Di loro mi colpisce la differenza tra quelli che hanno perduto la dignità: disperati, muti uomini, e poi stanche donne coi loro bambini incollati addosso, che paiono essere diventati oggetti, e quelli che invece, malgrado tutto, hanno conservato una loro identità, una parvenza di umana personalità: sanno parlare, dicono di sé e degli altri, aiutano i loro compagni di viaggio, condividono le poche cose che posseggono… I derelitti senza più speranza e quelli che conservano la loro umanità.

La nostra impotenza ad aiutarli è pari solo alla loro sofferenza. Le società civili dei paesi più fortunati, sommersi da queste quotidiane tragedie che si ripetono e ancora si ripetono, ogni sera, ogni mattino, ogni giorno, capiscono bene che non è l’offerta, magari generosa di danaro, a poter aiutare questi disperati che hanno perduto ogni cosa e fuggono da una spietata guerra civile, dalla tortura e dalla sopraffazione. Accoglierli? D’accordo, ma cosa può voler dire accoglierli?

Distribuirli? Nessuno sa se distribuiti staranno meglio. Qual è il mistero della loro identità collettiva, nascosta in una lingua che per lo più ci è ignota? Chi potrà restituire loro quella dignità umana che chiunque di noi avrebbe perduto, come persa l’ha ciascuno di quei disgraziati che approdano intirizziti su qualche isola greca, italiana, in Macedonia, o in Turchia, o a Cipro e Malta?

Di cosa si alimenta la dignità di un uomo? Come si fa a ricostituire l’identità profonda di un essere umano che è passato attraverso una guerra civile, un viaggio avventuroso che lo ha spogliato di ogni altro residuo avere, viaggio spesso connesso con la morte recente di qualche famigliare? Chi è questa nuova figura di derelitto sociale che non ha lavoro, che approda in terra straniera, che non ha vestiti, che vive in un campo profughi? Che non immagina per sé alcun futuro, che vede la sopravvivenza come l’unico suo orizzonte umano. Che ha subito violazioni, se non torture. Violenze corporali, se non stupri e soprusi sessuali. Minacce e privazioni. Arroganza e trattamenti autoritari. Interrogatori e mortificazioni. Umiliazione e spogliazione.

Come noi tutti, nemmeno io so rispondere a queste domande.

Noi che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, noi che rientrando a casa troviamo cibo caldo e l’accoglienza allegra di chi ci vuol bene, consideriamo se questi che approdano sfiniti su gommoni macilenti, sono uomini: donne smagrite e piene di un terrore che non conosciamo, senza più il figlio che portavano con sé; uomini soli, con addosso un paio di blue-jeans e una maglietta, reduci di guerra, distrutti dal dolore, che hanno perduto tutto nella vita, compreso il loro villaggio bombardato…

Meditiamo che questi uomini eravamo noi stessi sui treni blindati nazisti che ci portavano in massa verso i forni; eravamo noi stessi, intirizziti dal freddo e salvati all’ultimo da un esercito che ci liberava dai lager; noi stessi eravamo giunti a pesare trentacinque chili, prima che un soldato straniero, russo o americano, ci desse la sua porzione di pane. Non dimentichiamocene: perdere questa memoria è smarrire qualcosa che non è più ricostruibile. Scolpiamocelo nei nostri cuori, ripetiamocelo coricandoci, insegnamolo ai nostri figli… Così (forse) Primo Levi avrebbe scritto….

Noi che ogni sera vediamo alla televisione, atto dopo atto, il procedere di questa tragedia apocalittica, noi che assistiamo all’inedito avvenimento di un enorme continente povero riversarsi in un altro più piccolo e più ricco, noi che vediamo l’Africa che viene in Europa a chiedere aiuto, ci chiediamo inermi, impotenti, come potremo restituire all’uomo quella sua dignità, quella sua identità senza le quali è l’umanità stessa che viene a mancare.

Questa domanda viene prima, molto prima, di tutte le altre domande, quelle legate alle differenze religiose, culturali, genealogiche e linguistiche.

Giuliano Della Pergola

 

Siena, Purim al vicolo del Luparello
(disegno di Marina Falco Foa)