Israele

 

Al di qua del Bene e del Male

di Alessandro Treves

 

In un articolo che mette profonda tristezza, su Haaretz di domenica 12 giugno, Amira Hass racconta nel suo stile scevro di aggettivi del fenomeno delle giovani donne palestinesi che si fanno uccidere presentandosi davanti ai soldati israeliani con un coltello in mano. Descrive in particolare il caso recente di Ansar Hirsha, 25 anni, madre di due figli, di 4 e 2 anni, uccisa al checkpoint di Einav, dopo che in tre avevano cercato di dissuaderla dall’avvicinarsi, e di convincerla a tornare indietro. È un fenomeno che si è fatto fatica ad identificare come distinto, nell’ampio spettro di casi fra coloro che hanno effettivamente cercato o sono addirittura riuscite a uccidere o a ferire israeliani, e coloro che invece sono state uccise per errore, come Samah Abdallah che era in macchina con suo padre. Inoltre, fino all’uccisione di Hadeel al-Hashlamoun, lo scorso settembre, si pensava che una donna che si presenta avvolta nella sua veste nera agitando un pugnale, magari ad un posto di blocco dove i soldati sono ben accorti e la ‘speranza’ di ferirne qualcuno è minima, lo faccia per farsi arrestare. Forse perché vuole fuggire da problemi in famiglia, oppure per qualche altro motivo preferisce la prigione alla vita che sta facendo. Da settembre tutti dovrebbero aver capito, a cominciare dalle giovani donne stesse, che la conclusione più probabile è la loro uccisione, che viene quindi a configurarsi come una forma di suicidio.

Quante donne si sono suicidate così? Una parte delle 16 che sono state uccise da settembre, oltre a 155 uomini, stando ai conteggi di B’Tselem. Troppe poche per chi sperasse che il problema palestinese si risolva da solo con un’ondata di suicidi di massa seguita da un’emigrazione massiccia. Ma troppe per non interrogarsi su cosa possa spingere una giovane donna, in diversi casi una madre, ad un gesto così estremo. Un gesto che la quasi totalità di noi vede come la scelta del Male, anche se poi alcuni ignobilmente ne gioiscono per il male che potenzialmente avrebbe potuto portare al nemico, ed altri altrettanto ignobilmente per il male che con certezza ha portato a se stessa e ai suoi cari. Ma cosa può portare alcuni, o alcune, a scelte che altri non farebbero mai?

Una prospettiva che esula dal conflitto israelo-palestinese la propone la neurobiologia della dopamina. La dopamina è un neurotrasmettitore con un ruolo importante e antichissimo nel nostro cervello, che risale a centinaia di milioni di anni fa, ben prima dell’emergere dei mammiferi. Spruzzato a pioggia su vaste zone del sistema nervoso, segnala un premio che ci sta arrivando dal mondo esterno o direttamente (ad esempio, una pizza alla marinara) o indirettamente (il profumo di origano che la annuncia dal forno a legna). In un sistema nervoso complesso e articolato come il nostro, la predizione può essere più indiretta e più a lungo termine, ad esempio la chiamata persa di un amico, che per solito preannuncia una serata in pizzeria. Tutti i passaggi logici, le condizioni al contorno, i dettagli spazio-temporali, le possibili alternative, sono lasciati all’analisi di altre componenti, più moderne, del cervello. La dopamina è solo una spruzzata di felicità primordiale, presente o futura, che serve a tutte le altre componenti del sistema come dato per impostare i loro calcoli complessi.

La cosa sorprendente è che lo stesso neurotrasmettitore è coinvolto nella segnalazione o predizione delle punizioni, o in generale di tutte le contingenze che hanno o possono avere un effetto positivo o negativo sulla sopravvivenza dell’organismo: l’evoluzione, nel suo percorso di centinaia di milioni di anni, ha enormemente sviluppato, almeno in alcune specie fra cui la nostra, i sistemi per l’analisi raffinata di queste contingenze, ma non è riuscita a inventarsi un altro neurotrasmettitore per segnalarci il bene o il male in arrivo. C’è sempre e solo la dopamina. Precisazione: ci sono altri neurotrasmettitori, pochi e antichi anche loro, che lavorano insieme alla dopamina, ma per renderci ad esempio più o meno reattivi, più o meno capaci di apprendere dall’esperienza, non direttamente latori del bene e del male.

Si capisce allora come mai, se quella che viene spruzzata è una sostanza sola, diventi essenziale il sistema di ripulitura dopo lo spruzzo. Se si sparge del riso all’uscita degli sposi dalla chiesa, è importante che venga rimosso per non ingenerare malintesi in chi si trovi a passare davanti alla chiesa in un momento successivo, quando capita che si debba officiare un funerale. Per la dopamina i sistemi di ripulitura della dopamina sono altre molecole che la portano via (trasportatori) oppure la trasformano (enzimi), seguendo procedure anch’esse evolutivamente molto antiche. Le molecole trasportatrici e gli enzimi però sono naturalmente presenti, nella popolazione, con una loro piccola variabilità naturale, determinata geneticamente. Come se tutti noi fossimo dotati di un aspirapolvere portatile per rimuovere il riso davanti alla chiesa, ma alcuni di un Phillips MiniVac ed altri di un Black&Decker Dustbuster; o addirittura due modelli leggermente diversi della stessa marca. Nel cervello sono l’allele-9R e l’allele-10R del trasportatore, oppure la variante Met e quella Val dell’enzima.

Accade così che in un campione ampio di individui normali si possano riscontrare differenze, deboli ma significative, nella capacità di cogliere correttamente i segnali trasmessi da una spruzzata di dopamina, a seconda di quale allele o quale variante abbiano ricevuto in sorte dai loro genitori. Con test di laboratorio (si presentano loro immagini neutre, di cui devono imparare la valenza positiva o negativa) si possono osservare queste minute differenze nel loro comportamento medio, e le si possono correlare con il loro codice genetico, analizzato da un semplice prelievo. Le correlazioni ci sono, e sono riproducibili con un modello matematico, che trascrive questi fenomeni della biologia in un sistema di equazioni simulabili al calcolatore.

Perché racconto tutto questo, che c’entra con le madri palestinesi che si sono suicidate ai posti di blocco? C’entra in maniera indiretta. Quello che ho raccontato per sommi capi è il contenuto della tesi di laurea di Ashar Natsheh, una studentessa nonché giovane madre palestinese, che non si è suicidata ad un posto di blocco. Si è invece laureata a pieni voti presso il dipartimento di informatica dell’università politecnica palestinese di Hebron, il 5 giugno scorso. Ho avuto il privilegio di partecipare alla sua commissione d’esame, via skype. La sua tesi di laurea è stata la prima, a Hebron e in tutta la Palestina, ad affrontare tematiche così interdisciplinari alla confluenza tra neurobiologia, cibernetica e scienze cognitive. Se il mio cervello è stato inondato da un fiotto di dopamina non è stato solo per il piacere immediato di vedere, attraverso la precaria connessione dalla banda insufficiente, Ashar avvolta nel suo hijab che esponeva l’originale lavoro di tesi, ma anche per la speranza più a lunga scadenza, che anche ad altre e ad altri giovani palestinesi si aprano prospettive concrete di contribuire con la ricerca scientifica alla costruzione del loro paese.

Alessandro Treves

 

Roma, Il Ghetto
(disegno di Marina Falco Foa)

 

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