Storia

 

Isacco Segre, ufficiale medico

La civiltà cammina per una spirale e non retrocede che nelle apparenze

 


Strumenti chirurgici del sec. XIX

 

Se riflettiamo sulle condizioni di vita nel Regno di Sardegna nella metà del 1800, subito all’indomani della concessione dello Statuto Albertino, risulta impressionante la rapidità con cui gli ebrei, dopo secoli di emarginazione e umiliazioni, riuscirono ad integrarsi nella società, godere dei diritti costituzionali, e partecipare alla vita sociale in modo pieno, completo e senza discriminazioni.

Mi chiedo quali saranno stati i pensieri e i sentimenti di quanti, nati verso il 1830 - 1840, vissero i loro primi anni nel ghetto, ma ebbero poi la straordinaria, insperata opportunità di frequentare per primi l’Università statale e di conseguire importanti incarichi nell’amministrazione civile e militare dello stato.

Con riferimento in particolare alla piccola Università Israelitica di Saluzzo, si trovarono in questa situazione Giacomo Segre, nato nel 1839, che come capitano di artiglieria comandò la batteria impegnata nell’apertura della breccia di Porta Pia, svolgendo, lui ebreo, un ruolo fondamentale nella guerra contro lo Stato Pontificio, David Segre, classe 1840, che intraprese la carriera diplomatica, svolgendo la funzione di console in Perù e in altre sedi, e Isacco Segre, che divenne medico e ufficiale, mio bisnonno, cui in particolare è dedicato questo articolo.

Isacco Segre, nato nel 1834 da una famiglia di modeste condizioni, dopo la brillante laurea in Medicina e Chirurgia entrò nell’Esercito e nel luglio 1859 fu nominato sottotenente medico nell’Ospedale Divisionale di Torino, diresse poi gli ospedali militari di Cagliari e di Livorno, e percorse la carriera militare, passando da una sede all’altra della penisola, fino a raggiungere il grado di colonnello.

Nel 1860 - 1861 prese parte alle campagne nell’Italia meridionale e nel 1866 alla terza guerra d’indipendenza.

Nel 1867, durante l’epidemia colerica che infierì a Messina, rimasto unico medico a curare i soldati di quel presidio, tra le fatiche di un’estate torrida, raccolse casi e risultati, che gli servirono per scrivere una relazione pregevole: Relazione sull’epidemia cholerica che ha dominato sul 10° reggimento fanteria di presidio in Messina nei mesi di agosto e settembre 1868.

Pubblicò opere sulla conservazione della carne, sullo scorbuto, sul colera, sui microbi, sulle malattie da essi prodotte e sulla relativa profilassi, sul reumatismo articolare acuto, sulla vaccinazione e rivaccinazione obbligatoria, sull’igiene nelle caserme, e altre ancora. Nel 1880 gli fu affidato dal Ministero un insegnamento nell’Istituto Militare Superiore di Medicina, a Firenze, dove tenne una serie di lezioni sulla chirurgia di guerra che in seguito raccolse in due volumi.

Per la partecipazione alle guerre d’indipendenza e per l’attività scientifica e didattica fu insignito di numerose medaglie.

Mandava le sue pubblicazioni in omaggio alle più alte autorità dello Stato.

Nella biblioteca di Garibaldi a Caprera è conservato il libretto Conferenze di igiene militare lette agli uffiziali del presidio di Macerata. Sulla copertina dell’esemplare - intonso, a dire la verità - spicca la dedica: “All’onorevole Generale Garibaldi Giuseppe per l’autografo ricevuto, questo pegno di riconoscenza e di gratitudine offre l’autore”.

 

Al Re Umberto fece dono di un esemplare dell’opera Sui Microbi e sulle malattie da essi prodotte e il Reggente del Ministro della Real Casa lo ringraziò in nome del sovrano: “L’augusto sovrano ricevette una nuova pubblicazione di V. S. con quello stesso interesse e favore con cui accoglieva quella offerta nel 1890 ed ha degnamente apprezzato l’amore con cui Ella continua i suoi studi scientifici nell’interesse dell’umanità…”.

Costretto a lasciare il servizio militare in seguito ad una grave malattia, riprese la residenza a Saluzzo, e qui si impegnò come Presidente della locale Università Israelitica, come amministratore del Monte di Pietà e dell’Ospedale Civico, e come vicepresidente del sottocomitato della Croce Rossa.

Le sue numerosissime opere rivestono interesse oggi per la storia della medicina, ma le sue pubblicazioni rivelano anche sentimenti di grande umanità, innanzitutto verso i suoi soldati, con le raccomandazioni, come potrebbe fare un padre severo e affettuoso, ad astenersi dalla piaga dell’alcolismo. Nello studio sullo scorbuto l’attenzione va, pur “senza sentimentalismo per la canaglia”, anche per i prigionieri nelle carceri, cui devono essere garantite condizioni di vita più umane, in modo che i detenuti non abbiano a subire per la malattia, a causa del vitto povero e scarso, nonché dell’insalubrità dei locali in cui sono rinchiusi, un aggravio di pena aggiuntivo rispetto a quanto stabilito dalla legge.

Di grande interesse, da un punto di vista ebraico, appare l’ultima sua opera L’igiene della Bibbia e nei libri rabbinici, ripubblicata, dopo l’edizione originale del 1897, dall’Editrice Carucci nel 1980.

Il medico ricorda le mitzvot della kasherut, della circoncisione, del riposo dello Shabbat, dell’igiene del corpo, nonché il divieto della prostituzione e dell’ubriachezza, precetti che esamina sia dal punto di vista etico e religioso, sia dal punto di vista igienico e medico.

Ma, alla conclusione della sua carriera, riflette sui grandi temi della vita e della storia. Nell’ultima sezione del libro, denominata semplicemente “Considerazioni”, si interroga sulla storia del popolo ebraico, e riflette sulle motivazioni per cui l’ebraismo, trionfo dello spirito sulla forza, è riuscito a sopravvivere nel corso dei secoli al cieco fanatismo e alla bieca intolleranza di tante nazioni potenti.

Passa in rassegna, dunque, i grandi principi dell’ebraismo: l’amore e la solidarietà verso gli altri uomini, il senso del dovere e l’impegno nei confronti dello stato in cui si vive; riporta a questo proposito una citazione del profeta Geremia (XXIX, 7): “Ed abbiate cura della felicità della città, dove vi feci emigrare, e pregate il Signore in suo favore; in modo che la sua felicità produrrà la vostra”.

L’ufficiale del Regio Esercito Italiano, orgoglioso di servire l’Italia, italiano tra italiani, scrive che la Bibbia insegna ad amare la Patria, e che il dovere di amare e difendere la Patria è un dovere religioso.

Il divieto severissimo di cibarsi di sangue richiama per contrasto le assurde e odiose accuse di servirsi del sangue umano per qualche cerimonia religiosa, che nella storia avevano provocato migliaia di morti, e che ancora nel 1891 venivano rivolte contro gli Ebrei in Austria e in Russia, ma, nonostante le notizie di pogrom che provenivano dall’Europa orientale, il vecchio ufficiale spera in un futuro di pace e ragionevolezza: “È però a sperare per l’onore dell’umanità che questo fatto non abbia a ripetersi. Ci induce a concepire una sì confortevole speranza il sapere che il tempo cambia e con esso si muove pure la civiltà, che raddolcisce i costumi, ravvicina gli uomini ed abbatte i pregiudizi”.

E conclude infine la sua opera con una riflessione sul futuro e sul rinascente antisemitismo, questa macchia di sangue che - scrive - ha mosso i primi passi dalla Germania e poi si è diffusa ed è dilagata nei territori dell’Impero Austro-Ungarico e della Russia. Si dichiara convinto che l’antisemitismo sarà sconfitto dal progresso e dalla ragione, confidando nella naturale evoluzione della civiltà e nell’amore tra i popoli come già aveva teorizzato Giuseppe Mazzini, e così conclude:

No, questa mostruosa manifestazione retrograda, l’antisemitismo, ho la ferma persuasione abbia a perire. E ciò affermo con piena convinzione, perché vivo è in me il pensiero che una legge evolutiva governi il mondo, per cui, se nel suo meccanismo sociale può talora subire perturbazioni come le subisce nel suo meccanismo fisico, esse non possono essere che transitorie, non tardando la civiltà a riprendere il suo impero ed a diradare le fitte nebbie che oscurano il suo orizzonte, verificandosi pure in questo caso quanto ha sentenziato un grande statista, che la civiltà cammina per una spirale e non retrocede che nelle apparenze”.

Morì nel 1898, a Saluzzo: ai funerali, parteciparono il Sindaco, tre Rabbini, autorità locali e una grande folla. L’elogio funebre fu pronunciato dal deputato saluzzese, onorevole Pivano, che - scrisse la Gazzetta di Saluzzo - “in una felice e patriottica improvvisazione lodò lo Statuto del 1848 che, facendo cessare le secolari ingiustizie contro gli Israeliti, li ha uniti nella grande famiglia italiana”.

Alla vigilia del nuovo secolo, il colonnello medico Isacco Segre era orgoglioso di aver combattuto e operato per il Regno d’Italia; nella sua vita aveva ottenuto l’apprezzamento del Re d’Italia “per i suoi studi scientifici nell’interesse dell’umanità”, e si dichiarava sicuro del progresso della civiltà, confidando in un mondo che avrebbe naturalmente debellato l’antisemitismo “per l’onore dell’umanità”.

Quarantacinque anni dopo, l’adorata figlia Emma sarebbe stata trascinata ad Auschwitz e assassinata perché ebrea.

 

Beppe Segre

 

Ospedale da campo, '800