Libri

 

I tre fratelli Singer

di Giuliano Della Pergola

 

Appassionatamente per molti anni ho letto i romanzi e i racconti di Isaac B. Singer (1902-1991). Così a lungo e così continuativamente li ho letti che ora nella mia testa è un turbino di personaggi e di situazioni che si confondono tra di loro. In che libro sta quel certo episodio?, mi chiedo, ne La famiglia Moskat o ne La fortezza? E non so rispondere più. Certo, meglio sarebbe che io mi ricordassi a puntino ogni cosa, ma non ci riesco. Mi chiedo tuttavia se per caso non sia proprio questo il risultato che Isaac B. Singer voleva ottenere: quello dunque di continuare a vivere nella memoria dei suoi lettori come un’immagine generale, come una memoria viva di un mondo scomparso a causa della brutalità nazista. Mi chiedo se egli non volesse esattamente che non il volto di un personaggio ma i volti (panim) del popolo dei chassidim continuassero a riempire la nostra fantasia di lettori, succedanea nuova patria che prende il posto di quella Polonia ebraica drammaticamente assassinata. Non ci paiono forse tutti eguali quei volti dei chassidim nella loro tenuta nera, con le loro barbe bibliche, con quel loro fervoroso incedere quasi fossero sempre in ritardo? Mi chiedo se questa confusione che cede il posto alla fantasia fosse proprio quanto Singer sperava di ottenere con la sua opera vibrante e pura, così singolare, così remota da ogni altro modello narrativo.

Un critico letterario non potrebbe permettersi di trastullarsi in confusioni interpretative e cercando di coprire tale confusione con un’interpretazione più o meno accettabile, ma io non desidero passare per critico letterario: sono solo per un appassionato lettore e so bene quanto quei modelli culturali dei piccoli paesi a maggioranza ebraica della Polonia sud-orientale narrati da Singer mi abbiano toccato, fino a convincermi a studiare più seriamente origini e sviluppi del movimento chassid.

Isaac B. Singer aveva un fratello maggiore, Israel J. (1893-1944) più anziano di lui di nove anni e che rappresentava il suo modello umano di riferimento.

Accadde che un giorno Israel J. andasse da suo padre, un rabbino che confidava solo nella bontà del Creatore e che interpretava tutto quel che gli accadeva come una volontà imperscrutabile dei cieli, e gli comunicasse in modo netto e definitivo di non essere più un credente, di stare vivendo senza preghiere come gli atei moderni, di non sopportare più la vita in famiglia, di volersi tagliare la barba e di non sentirsi più parte del movimento dei chassidim, di avere deciso di lasciare la Polonia, questa terra povera e derelitta per definitivamente andare a vivere a New York.

Una bomba! Il povero rabbino non avrebbe potuto ascoltare in così breve tempo una più totale disfatta dei suoi insegnamenti. L’intera famiglia avrebbe conosciuto da quel giorno “un prima e un poi”. La modernità irrompeva drammaticamente nella vita rituale e tradizionale della famiglia Singer: il confronto tra haskalah e halakah non poteva risultare più netto!

Israel dunque lascia la famiglia, si taglia la barba e va a vivere a New York dove diventa un giornalista della radio che in lingua yiddish si rivolge a quegli ebrei di New York che avevano riparato là prima che si scatenasse la furia nazista.

Ateo, agnostico, de-ritualizzato, laico, non cerca in America la terra promessa ma solo un luogo dove poter vivere modernamente, professionalmente, senza controlli religiosi sul proprio comportamento privato, senza più adoperare la lingua yiddish, usando quotidianamente solo l’inglese. Abbandono definitivo? Dissoluzione delle regole di purità? O solo una tappa intermedia di un tragitto più lungo, in cui il confronto col Moderno sembra momentaneamente sconfiggere ogni relazione con religioso tradizionale?

Solo dopo la morte del padre, Isaac B. avrebbe raggiunto il fratello in America. I due continuarono a frequentarsi assiduamente e a discutere della questione centrale che li aveva portati a radersi la barba e smettere di portare il lungo caffetano nero: rividero criticamente l’ebraismo tradizionale dal quale provenivano e per anni discussero del rapporto tra modernità e ebraismo. Dobbiamo a loro una lezione profonda e umana circa quel che accade alle religioni quando la modernità le trafigge. Non si nascosero le lusinghe con cui il moderno si presentava e neppure cancellarono con un tratto di penna tutto il bene racchiuso in quell’umanità religiosa e umile, intrinsecamente buona seppure così chiusa, che avevano conosciuto nella loro infanzia e giovinezza e di cui la loro famiglia era parte a tutti gli effetti. Ma in loro stava maturando una coscienza storica fondata su uno jato, su una discontinuità tra l’ortoprassi ebraica chassidica e la libertà individuale laica e spregiudicata che li attraeva come un modello sociale struggente e drammatico.

A lungo il loro pensiero pieno di nostalgia si soffermò di nuovo su quei tipi umani che solo nella provincia di Lodz potevano allignare e i ritratti che ne emergono sono sempre qualificati da una grande compassione e ammirazione, da una pena senza fine, ma anche da un giudizio inesorabile sulle limitazioni intrinseche che lo shtetl inevitabilmente poneva.

E intanto a New York la loro vita metropolitana procedeva, ogni giorno piena di sorprese. Un confronto continuo con l’esperienza comunitaria del povero paesino ebraico dove il loro padre faceva il rabbino, e dov’erano cresciuti, era inevitabile e anche fonte per un’ispirazione narrativa ulteriore (non più scritta in yiddish, bensì in inglese). Una scrittura pencolante tra la nostalgia per un passato definitivamente abbandonato e un presente incerto, plurimo ricco di attrazioni ma anche di situazioni del tutto inedite.

Scritto negli anni Sessanta, Ombre sull’Hudson rappresenta nella parabola letteraria di Isaac B. un punto di riferimento essenziale. Cosa sono le nere ombre che coprono il fiume di Manhattan? Non sono quelle della sera incipiente: le ombre sono quelle del nazismo che giungono in America con tutta la loro greve eredità storica. Di questo e solo di questo parlavano gli ebrei dell’est che si erano salvati perché fuggiti in tempo. Un libro maestoso e commovente, imparentato in qualche modo interno e misterioso con la letteratura di Philips Roth.

Halakah e haskalah si confrontano da vicino: chi rinuncia alle radici non può scrivere in modo originale, chi rifiuta la modernità si tira fuori dalla storia che non può essere solo circoscritta alla sola memoria. I due fratelli Singer vivono appieno il dilemma e lo trasformano in un’incessante fonte di invenzioni.

Pareva che questi due fratelli avessero già riempito del tutto la scena (con Isaac B. fino ad arrivare al premio Nobel per la letteratura nel 1978) quando la meno conosciuta sorella Esther (1891-1954), fin lì quasi dimenticata, forse poco amata, di certo non tenuta nella dovuta considerazione, cominciò a essere meglio apprezzata. Anche Esther era una scrittrice, e che scrittrice! In nulla meno dotata dei suoi due fratelli minori. Come i più noti fratelli arroventata sulle questioni che riguardano la relazione tra ebraismo e modernità, sonda con una scrittura diretta e lineare, semplice e molto efficace l’infinita varietà di soluzioni relative a questa questione. Sposata mediante un matrimonio combinato con Kreitman, un uomo di Anversa, come i fratelli lascia sì la misera provincia di Lodz, ma per trasferirsi in Belgio con suo marito.

Nel 1944 pubblica L’uomo che vendeva diamanti (Bollati Boringhieri 2016), libro pieno di complicate vicende relative a Berman, un ebreo che dà lavoro ai chassidim per la lavorazione dei diamanti

Non possiamo certo dire che la sorella abbia seguito sentieri così lontani da quelli sperimentati dai due più noti fratelli. Al contrario, tra loro tre troviamo una commistione di preoccupazioni morali del tutto coerente: la complessa tematica che vogliono sviscerare li conduce a intraprendere strade molto individualizzate, seppure non reciprocamente alternative. Ciascuno con un timbro letterario personalissimo e originale, ha vagato nel moderno alla ricerca di un bandolo della matassa, inaugurando così, in uno sforzo che non possiamo credere solo circoscritto alla sola letteratura, un nuovo ebraismo itinerante tra le ideologie del secolo ventesimo, quasi che quel tempo fosse come un territorio da attraversare per una attualizzazione della condizione ebraica.

Esther, con un sentimento più freddo, controlla la propria scrittura rendendola meno veemente di quella di Israel, ma è sempre pronta all’analisi minuta, al calligrafismo psicologico, al dettaglio interiore. Dei due fratelli Isaac B. è quello a lei più prossimo, ma forse è bene guardare oltre le somiglianze: esplorare le diversità reciproche per indagare quanto di drammatico e di inusuale viva in queste pagine piene di fede nell’uomo è un buon criterio critico.

Giuliano Della Pergola