UCEI

 

Il confronto e il dialogo rafforzano l’identità

di Renzo Gattegna

 

La relazione che ho presentato al Consiglio dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane riunito il 15 maggio 2016 non è un programma elettorale, né un resoconto dettagliato del lavoro svolto nella qualità di Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ma un messaggio di saluto e di commiato alla vigilia della scadenza del mio mandato di presidente, iniziato nel 2006 e durato dieci anni.

Il documento da me redatto non contiene nulla di nuovo e non è rivolto contro nessuno; ha il carattere di una mia riflessione, aderente e coerente con tutto ciò che ho dichiarato e scritto negli anni trascorsi e con tutte le delibere adottate dal Consiglio e dalla Giunta a larga maggioranza, anche con il voto favorevole dei rabbini. Il fine che mi sono posto è stato, come sempre, quello di rafforzare l’identità e la cultura ebraica, oltre al prestigio delle Comunità ebraiche di fronte alle istituzioni del nostro Paese e ai nostri concittadini.

Con sorpresa e amarezza mi trovo a dover prendere atto che il mio messaggio di carattere generale finalizzato all’unità e alla concordia è stato letto e frainteso dal Consiglio dell’Assemblea Rabbinica Italiana, che ha così trasformato un’occasione di dibattito sereno e costruttivo in una polemica aperta, nella quale mi vengono attribuiti intenti, tesi, progetti e opinioni che non ho mai avuto, professato, espresso o posto in essere.

Parlare di apertura verso la società italiana non significa abbandonare o trascurare la propria identità e la propria cultura, né equivale a proporre di eliminare il perimetro che definisce l’ebraismo italiano, che si riconosce nella tradizione e nell’Halakhà, così come esplicitato nel nostro Statuto; anzi, è vero l’esatto contrario, perché l’apertura e il confronto con l’esterno si basano sul rafforzamento della nostra cultura e della nostra identità.

Rileggendo il testo del Consiglio dell’ARI ho potuto notare che in un primo momento viene testualmente riportato, con riferimento alla chiusura in autodifesa, il termine “antenati”, presente nella mia relazione; tuttavia nel seguito viene usato quale sinonimo il termine “Maestri”, distorcendo così il mio pensiero.

Come si può comprendere dalla lettura della relazione, inoltre, non ho mai pensato di giudicare, tanto meno negativamente, le strategie adottate in passato dai nostri antenati - verso i quali siamo tutti debitori - per mantenere vivo e vitale l’ebraismo.

In un altro passaggio della mia relazione non citato nel comunicato dell’ARI, infine, ho scritto che “occorre affrontare coraggiosamente il mare aperto, guidati con prudenza e con saggezza dai nostri Maestri”.

Ma il comunicato del Consiglio dell’ARI, costituisce soprattutto un pericoloso precedente. Per il suo contenuto e per la scelta dei tempi e delle modalità di diffusione, esso costituisce, a mio avviso, un intervento imprudente e improprio, nella campagna elettorale che è in pieno svolgimento.
L’auspicio finale con il quale si conclude il comunicato, che “il nuovo Consiglio dell’UCEI ribalti finalmente la prospettiva” dei Consigli precedenti, rischia di minare l’immagine di una Rabanut indipendente, che costituisce un pilastro fondamentale per la nostra vita comunitaria.

Peccato che siano stati sottovalutati gli effetti dannosi derivanti dall’accentuazione di divisioni e di contrapposizioni nell’ambito dell’ebraismo italiano e che ciò venga fatto lanciando accuse prive di fondamento, come quella di dedicare attenzione all’apertura verso la società e di trascurare la cultura ebraica. L’infondatezza di questa affermazione è facilmente verificabile prendendo in esame i progetti, le realizzazioni e i bilanci dell’UCEI degli ultimi anni.

Ritengo molto pericoloso dare maggior valore alle promesse elettorali invece che ai fatti concreti portati avanti con coerenza, con continuità, con efficacia e correttezza per molti anni.

La correttezza economica, amministrativa e contabile, inoltre, non è un fattore di secondaria importanza, tanto più per un ente che deve gestire fondi provenienti dallo Stato italiano e da cittadini italiani tramite l’8 per mille. Al contrario sono un’esigenza precisa e irrinunciabile sul piano operativo e sul piano etico; ciò è apparso in grande evidenza a seguito di fatti e situazioni di criticità emerse nell’ambito delle Comunità e degli enti dalle stesse vigilati.

Negli ultimi anni sono stato attaccato violentemente e proditoriamente, anche tramite social network e in altre sedi dove non mi è possibile replicare, con messaggi volti a delegittimare gli organi dell’UCEI e con messaggi calunniosi contenenti falsità e ingiurie.

Sapere, ora, che chi ha cercato di delegittimare la rappresentanza dell’UCEI sta utilizzando il messaggio dell’ARI per la campagna elettorale, non fa che confermare la fondatezza delle mie preoccupazioni.
Auspico che i membri dell’ARI vogliano prenderne le distanze con chiarezza.

Spero che il nuovo Consiglio dell’UCEI che emergerà dalle elezioni del 19 giugno prossimo, non ribalti, ma prosegua nelle prospettive portate avanti negli ultimi mandati, che sono stati dedicati soprattutto all’educazione, alla cultura e alla larga ed efficace diffusione di entrambe nel rispetto di un’equa e corretta ripartizione delle risorse disponibili e delle regole previste dalle leggi, dall’Intesa e dallo Statuto.

Ritengo di concludere dieci anni di presidenza consegnando a chi mi succederà un’Unione più forte, più moderna, meglio organizzata, più rappresentativa di tutte le Comunità e più prestigiosa. Tutto ciò che abbiamo conquistato è il frutto di un durissimo lavoro svolto con senso di responsabilità dai Consiglieri, dai membri di Giunta e dai Rabbini, che colgo l’occasione per ringraziare sentitamente.

L’unico riconoscimento che pretendo per chi ha collaborato alla realizzazione di tutto ciò è il rispetto da parte di tutti.

 

Renzo Gattegna
Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

6 giugno 2016