Prima pagina

 

Guerra alle istituzioni
La marea ribellista-complottista e gli ebrei

di Giorgio Berruto

 

Una società che strepita, urla e insulta, e che pretende che qualcuno si prenda cura di lei e dei suoi problemi: è l’immagine uscita dalle urne delle elezioni politiche del 4 marzo. Quello che ha convinto la maggioranza degli elettori, come è stato più volte affermato, è stato una serie di roboanti proposte - ma sarebbe più onesto definirle offerte - come reddito di cittadinanza, flat tax e blocco immediato dell’immigrazione, di fronte a cui il giudizio sulla politica, per esempio su quanto fatto nel corso della passata legislatura dai governi guidati dal centrosinistra, ha avuto un ruolo di secondo piano. Ha vinto chi ha predicato e diffuso invidia sociale e antipolitica, chi ha fomentato il ribellismo anti-intellettualistico, chi ha sfilacciato più o meno consapevolmente il fragile tessuto della società, provocando strappi e lacerazioni. Ma soprattutto, ha vinto chi ha condotto una battaglia quotidiana e - per ora - coerente contro le istituzioni, le élites, la cultura con i suoi luoghi e protagonisti, i “poteri forti”. E le banche, l’Europa, eccetera: l’elenco è aperto, chi vuole continuarlo può essere però sicuro che presto o tardi - di solito abbastanza presto - salteranno fuori anche gli ebrei, declinati variabilmente a seconda dell’occasione, magari con il volto di Soros o nell’immagine di Israele. Questo elenco, a ben vedere, non semplicemente può, bensì deve essere aperto, perché il nemico conservi il volto di Proteo, quel mostro marino che nella mitologia greca è capace di mutare aspetto in base alle circostanze. Istituzioni e “poteri forti”, infatti, nel linguaggio degli schieramenti vincitori il 4 marzo sono entità abbastanza indistinte. Ad esse mi sembra si applichi la celebre frase con cui Agostino di Ippona si riferiva al concetto di tempo: “Se non mi chiedi che cos’è lo so, se me lo chiedi non lo so”. E questa idea di camaleontismo morfologico è la strada maestra verso il complottismo.

La tendenza attualmente maggioritaria ha almeno due aspetti degni di rilievo. In primo luogo ha scatenato una crociata contro la tradizionale “credenza” nelle istituzioni, ovvero in ultima analisi nelle strutture portanti dell’Europa moderna e dello stato di diritto. In questo senso, si fa forte di notizie false - fake news - come quelle a proposito dell’ “invasione” del nostro Paese da parte dei migranti, e pazienza se i dati e le statistiche raccontano una storia differente; di teorie para e pseudoscientifiche come il decrescitismo più o meno felice, l’antivaccinismo, l’omeopatia o la demonizzazione degli ogm e più in generale dell’intervento umano sulla natura; di atteggiamenti come la messa in discussione delle modalità di espressione della scienza e dell’autorevolezza dei suoi risultati o il vagheggiamento di una presunta età dell’oro in cui i nostri bisnonni pastori cantavano all’ombra dei faggi come Titiro e Melibeo nei versi di Virgilio. È evidente la convergenza significativa di questi elementi nell’orizzonte di pensiero di molti, anche se, come è ovvio, non sono sempre tutti presenti. In altre parole, una posizione scettica sui vaccini, tanto per fare un esempio, non trasforma automaticamente chi la professa in un elettore della Lega o del Movimento 5 stelle, ma sui grandi numeri la sovrapposizione è netta. In secondo luogo questa corrente segna l’affermazione di quelli che Platone nel “Gorgia” definisce politici cuochi, capaci di allettare la cittadinanza - paragonata dal filosofo ateniese a un gruppo di ragazzi immaturi - con succulenti manicaretti e portate prelibate. Di fronte alla proposta parallela del politico medico, che si offre di cauterizzare le ferite della città e dello stato e di curarne i mali, i politici cuochi ottengono agevolmente il consenso della maggior parte dei cittadini.

Luigi Di Maio ha recentemente definito “amico del popolo” il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. È probabile che Di Maio non lo sapesse, ma “amico del popolo” è l’espressione con cui era noto Jean-Paul Marat, editore del foglio omonimo “L’Ami du peuple” negli anni della Rivoluzione a Parigi. Marat, che era solito appellarsi direttamente al popolo, denunciò come traditori della Rivoluzione, tra gli altri, i moderati La Fayette e Mirabeau, svolse un ruolo di primo piano nel creare il clima di sospetto che condusse, nel 1792, ai massacri di settembre e fu fautore della dittatura rivoluzionaria, sostenendo la necessità di subordinare il rispetto delle leggi alle supreme esigenze della Rivoluzione. Fu infine pugnalato a morte da Charlotte Corday nell’episodio reso celebre dal quadro di Jacques-Louis David. Proprio mentre Marat moriva, nell’estate 1793, in Vandea i controrivoluzionari clericali inneggiavano, singolarmente, a un altro “amico del popolo”, il re, scatenando una guerra santa per il ripristino della monarchia assoluta, manifestazione terrestre dell’ordine divino. Singolarmente in entrambi i casi, quello del popolo di Parigi e dei contadini della provincia, ad affermarsi era l’annullamento della distanza - riassunto dal termine “amico” - tra la gente e la fonte del potere. Questo non autorizza a paragonare i vandeani realisti a Marat, e tanto meno quest’ultimo a Di Maio o Conte, ma a mostrare una parziale, ancorché interessante e non incidentale, sovrapposizione e ad alludere a una convergenza.

Di questo annullamento della distanza è esempio quello che si verifica oggi nello spazio senza profondità del web e in particolare degli ambienti social, in cui proverbialmente “uno vale uno”, ignorando e anzi scardinando il fatto che i valori cambino in base alle competenze e ai contesti: un avvocato non vale come un muratore se si tratta di costruire una casa, tanto per fare un esempio. Eppure, per assurdo che possa sembrare, è proprio la direzione in cui stiamo procedendo. Ma le case instabili potrebbero non essere l’unico problema, perché ridurre fino ad annullare la distanza tra popolo e governante è direttamente collegato al desiderio di rompere il parlamentarismo e spazzare via tutto quello che sta in mezzo, in modo che il popolo possa finalmente abbracciare senza intermediari i propri “amici”. È, in sintesi, quella che viene definita democrazia diretta. Con buona dose di ironia, dal momento che gli esperimenti finora tentati in questo senso nell’ultimo secolo sono stati molto poco democratici. Fare piazza pulita dei partiti e soprattutto delle istituzioni, in altre parole, ricorda da vicino l’Argentina di Peron e le “folle oceaniche” davanti a palazzo Venezia. Per questo è a mio avviso da brividi l’idea - definitivamente cassata dalla formazione del nuovo governo ma discussa nei mesi scorsi in seno al Pd, anche se sostenuta da una minoranza - di alleanza con il Movimento 5 stelle. Sarebbe stato un appeasement sciagurato, figlio dell’illusione che la forma e il contenuto del movimento, chiaramente illiberali, siano incidenti di percorso. Non che l’attuale opposizione inesistente sia di conforto: è, piuttosto, l’implacabile quadratura del cerchio dopo aver assistito tutto sommato inermi al populismo rampante e al consenso dimezzato rispetto ai fasti delle europee 2014, quattro antichissimi anni fa.

Come è evidente, a quanto detto finora manca un dettaglio non proprio irrilevante, ovvero che oggi un governo c’è, ed è stato - faticosamente - formato proprio dalle forze del polo ribellista e complottista. La domanda che molti si stanno facendo da inizio giugno è, inevitabilmente, se assisteremo a un rientro nei ranghi oppure prevarranno gli spunti per una vera e propria rivoluzione anti-istituzionale. Oggi le strutture dello stato italiano sono molto più solide che nel 1922, e nonostante tutto è infinitamente più stabile anche la situazione internazionale. È però vero che la storia difficilmente ritorna con le stesse vesti, e che, come si dice, se il peggio non è ancora arrivato è di solito abbastanza puntuale.

E gli ebrei? Vorrei ricordare due situazioni che riguardano la storia di Francia, ma che possono fornire utili indicazioni anche in prospettiva italiana ed europea. La prima riguarda i primi anni del Novecento, quelli della conclusione dell’Affaire Dreyfus, su cui si sofferma il volume L’antisemitismo a sinistra in Francia. Storia di un paradosso (1830-2006) dello storico Michel Dreyfus, pubblicato da pochi mesi in italiano da Free Ebrei con la cura di Vincenzo Pinto. In questo contesto la sinistra francese per la prima volta si schiera contro l’antisemitismo, perché identifica giustamente i nemici della Repubblica con gli antisemiti. Le frange di sinistra extraparlamentare, che diversamente dal corpo grosso della sinistra continuano a condurre la battaglia per il rovesciamento delle istituzioni, tendono in questi anni a convergere verso la destra clericale, antirepubblicana e antisemita. Secondo lo storico Zeev Sternhell, il fascismo si sarebbe sviluppato proprio da questa congiunzione. Il secondo episodio è invece storia recente. Alla marcia bianca contro l’antisemitismo in memoria di Mireille Knoll, la donna assassinata a Parigi nel marzo scorso da un estremista musulmano, il consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche in Francia (CRIF) ha comunicato che non sarebbero stati graditi gli “estremi”, ovvero Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, rispettivamente a capo del Front National e della France Insoumise. Le Pen e Mélenchon hanno partecipato ugualmente e sono stati contestati e fischiati. Sono note le posizioni euroscettiche, populiste e a forte carica anti-istituzionale dei due partiti, che al primo turno delle elezioni presidenziali dell’aprile 2017 hanno catalizzato complessivamente circa il 40% dei consensi. Molto significativa l’assenza di indicazioni di voto in vista del secondo turno da parte di Mélenchon, quando a fronteggiarsi erano il partito di Le Pen, diretto erede di Vichy, e il centrista ed europeista “istituzionale” Emmanuel Macron, che è poi risultato vincitore. Mostrare quello che avvicina Front National e France Insoumise non significa, come nel caso di Marat e dei controrivoluzionari, avallare paragoni che non terrebbero conto a sufficienza delle numerose differenze e peculiarità ma, ancora una volta, alludere a riposizionamenti e convergenze in un contesto profondamente mutato rispetto alla divisione destra/sinistra che ha segnato il Secolo breve.

Di questa storia, però, gli ebrei, almeno in Italia, non sono solo oggetto, ma anche soggetto. Niente di nuovo e niente di strano, probabilmente: nelle idee, come in tutto il resto, gli ebrei sono cittadini come gli altri e non sono immuni dal condizionamento del clima complessivo, anche se ovviamente con alcune specificità. Anche tra gli ebrei italiani, nonostante tutto, esistono tensioni anti-istituzionali, esistono capipopolo e masaniello. Lo sa bene chi frequenta gli ambienti ebraici sugli spazi social e in particolare su Facebook, dove non è raro imbattersi in commenti che rientrano pienamente in quanto detto finora. Un esempio solo: in un intervento di un mese fa su Radio Radicale un personaggio che in passato ha ricoperto cariche significative in una importante comunità ebraica italiana si è dilungato per la maggior parte del tempo a disposizione commentando l’appello “Tacciano le armi in Medio Oriente”, pubblicato a metà maggio da alcuni giornali e firmato da ebrei perlopiù noti in ambito accademico e giornalistico. Il soggetto in questione si è riferito ripetutamente ai firmatari definendoli “sedicenti intellettuali”, facendo dunque propria una categoria che si inserisce pienamente nella temperie generale: chi più degli intellettuali, tanto più quando “sedicenti”, impersona le istituzioni, le élites, i “poteri forti”? Quale argomento è stato ed è più spesso sulla bocca dei populisti al governo se non il ribellismo anti-intellettualistico? Anche nel microcosmo ebraico italiano queste tensioni esistono e, complice l’esacerbarsi dei toni in alcuni contesti, continuano a crescere. Forse perché in una casa tanto piccola, quando qualcuno grida il rimbombo è più assordante.

Giorgio Berruto

        David Fein, Dolmen a Mitzpe Ramon

 

 

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