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Lamentazioni

di Anna Segre

 

Questo numero di Ha Keillah va in stampa nel periodo più luttuoso del calendario ebraico, quello che intercorre tra i digiuni del 17 di Tamuz e del 9 di Av. È dunque il momento più appropriato per dedicarsi, come prevede la tradizione, alle lamentazioni.

I motivi non mancano. Un ministro dell’interno che produce esternazioni inquietanti un giorno sì e l’altro peggio ancora. Campagne di odio contro i rifugiati, i profughi, gli stranieri che quasi non trovano contraddittorio, salvo qualche debolissima considerazione sul pericolo di isolamento dell’Italia sul piano internazionale (debolissima perché in realtà l’attuale governo ha molti amici: Orban, Le Pen, Putin, e altri analoghi paladini della democrazia). Il linguaggio più violento e razzista, accolto, sdoganato, difeso più e più volte in pubblici contesti. Chiusura dei porti italiani, una campagna martellante per screditare le ONG che cercano di salvare vite umane. Un’opinione pubblica che non si sveglia dal suo torpore neppure per i naufragi. Proposte di censimenti dei cittadini italiani su base etnica. Gruppi di nostalgici fascisti e nazisti che rialzano la testa in ogni parte d’Italia e di Europa. Soros visto come la mente diabolica che spinge i migranti verso l’Europa in un delirio complottista che si serve di tutti i più tipici stereotipi dell’antisemitismo tradizionale.

Eravamo altrettanto preoccupati nel 1994, ma allora erano ancora molti coloro che avevano subito il fascismo sulla propria pelle e coloro che lo avevano combattuto. Allora persino la Lega sfilava il 25 aprile festeggiando la Liberazione. Oggi le manifestazioni del 25 aprile sono per alcuni un’occasione per prendersela con Israele o con la TAV, mentre i vari gruppi e partiti di sinistra si incolpano a vicenda della situazione e non sembrano avvertire la necessità di un fronte comune.

Anche le Comunità ebraiche appaiono incerte e divise: se da una parte fortunatamente abbiamo la leadership dell’UCEI e i suoi organi che prendono posizioni nette contro il razzismo e a favore dei diritti umani, dall’altra numerosi ebrei sembrano aver dimenticato la propria storia e si lasciano sedurre dalle sirene di un’ostentata amicizia per Israele. Capita così che nello stesso giorno (5 luglio) il portale dell’UCEI presenti come prima notizia un incontro della neonata Associazione Italiana Avvocati e Giuristi Ebrei che esprime preoccupazione per la situazione italiana ed europea e subito sotto dia conto del cordialissimo incontro tra l’ambasciatore israeliano Sachs e un ultrasorridente Salvini. E intanto sui social network imperano le offese gratuite e la maldicenza contro chiunque si azzardi a criticare Israele o tenti di difendere chi lo fa (accusato di cercare vantaggi politici che non si capisce bene quali siano, come se in Italia governasse il PCI degli anni ’60 e ’70) senza che i rabbini ci trovino niente da ridire (oppure prendono posizione in favore di chi fa la maldicenza contro chi la subisce).

In tutto questo la Comunità Ebraica di Torino dovrebbe essere un’isola felice: cessate le grandi polemiche di qualche anno fa c’è un Consiglio che lavora unito senza che si percepiscano fratture tra i due gruppi che lo compongono; e non sembrano esserci neppure grandi divergenze ideologiche. Eppure anche lì il clima è litigioso. Non per la situazione politica italiana, non per quella israeliana, e neppure (a mio parere) per visioni sostanzialmente diverse sulla gestione comunitaria. La mia impressione è che tutti litighino con tutti semplicemente per la troppa pressione: gli iscritti diminuiscono e invecchiano, gli impegni e le sfide si moltiplicano (non si può fare a meno di citare, per esempio, il clima pesantissimo che si è respirato negli ultimi mesi nel campus Einaudi dell’Università di Torino, in cui alle solite iniziative pregiudizialmente ostili verso Israele si sono affiancati attacchi specificamente diretti contro le istituzioni ebraiche italiane, o la mozione pesantemente antisraeliana votata il 9 luglio dal Consiglio Comunale);  e così inevitabilmente tutti quelli che si danno da fare per la Comunità sono stanchi e stressati, corrono da un’emergenza all’altra, e ciascuno ha la sensazione di essere trascurato, ciascuno ritiene (quasi sempre a ragione) che il proprio impegno non sia riconosciuto come merita. Tutto sommato non sarebbe poi tanto grave di fronte a tutti i problemi dell’Italia, dell’Europa, di Israele e del mondo. Purché si trovino almeno 13 persone (meglio se sono di più) disposte a candidarsi alle elezioni comunitarie del 2019. E se una nuova generazione sorgerà finalmente a scalzare noi vecchi stanchi e pessimisti vorrà dire che almeno una cosa sarà andata bene e che possiamo chiudere queste lamentazioni, come si usa, con una nota di speranza.

Anna Segre

 

  Vignetta di Davì