Israele

 

Vivere accanto a una polveriera

 

di Beppe Segre e Anna Rolli

 

 

 

Era l’estate del 2004 e ci trovavamo nel sud di Israele, in visita a Nahal Oz, un kibbutz agricolo di 350 chaverim, fondato nel 1951 a presidio del confine meridionale di Israele. È l’insediamento israeliano più vicino alla striscia di Gaza. Solo 800 metri di campi aperti, con una recinzione metallica nel mezzo, separano Nahal Oz dalla Striscia di Gaza.

Alle nostre ingenue domande se da Gaza venissero lanciati razzi, Eitan e Dany, chaverim del kibbutz, rispondevano serenamente: “sometimes”, qualche volta, sorridendo della nostra ansia.

Le chiacchierate con Eytan, ebreo yemenita, educatore di ragazzi difficili, e con Dany, Daniel Rahamim, ebreo iracheno, agricoltore, erano molto interessanti. Daniel aveva partecipato alla formazione di Peace Now e riteneva, citando Yeshayahu Leibowitz, che l’occupazione fosse un grave errore, che rischiava di minare i valori etici dell’occupante e generare sofferenza tra gli occupati. Il suo discorso era incentrato sul concetto di “empatia”, cioè sulla capacità di comprendere i sentimenti e le sofferenze della controparte.

Dany ed Eitan ci parlarono in quell’occasione di un loro progetto che avevano condiviso con alcuni palestinesi per favorire lo sviluppo economico dell’area: costituire un gruppo congiunto di ebrei e arabi per organizzare attività turistiche a Gaza.

Abbiamo dunque iniziato a considerare Eytan e Dany amici saggi e preziosi, cercando, tramite i media internazionali, di seguire l’impegno loro e dei chaverim del kibbutz, e di tenerci aggiornati sulla vita che si svolge a Nahal Oz, spesso purtroppo turbata da notizie drammatiche.

Nell’agosto 2005, durante la fase di disimpegno israeliano da Gaza, il kibbutz fu colpito ancora da numerosi missili. Nello stesso periodo l’area fu circondata dall’esercito israeliano per impedire agli arancioni, i sostenitori dei coloni, di accedere agli insediamenti da sgomberare, e i membri del kibbutz si ritrovarono così in difficoltà, bloccati essi stessi, a volte, o dentro o fuori dal villaggio.

Nei momenti più drammatici del ritiro, i rappresentanti di Nahal Oz dichiararono pubblicamente sulla stampa di essere disposti, appena terminata l’evacuazione, a stabilire rapporti e scambi commerciali con i palestinesi di Gaza. Nelle interviste su Haaretz affermarono di sperare che con l’abbandono di Gaza sarebbe diminuita la tensione e si sarebbero concretizzate opportunità interessanti di lavoro sia per i palestinesi sia per gli ebrei.

Dal ritiro deciso da Sharon sono passati 13 anni, la tensione nella zona è sempre più critica e il piccolo kibbutz di Nahal Oz, testimone in prima linea di tutte le guerre tra Israele e la Striscia di Gaza, ha continuato a patire attacchi terroristici e lancio di missili, terrore e lutti.

Nel marzo 2006, nel giorno delle elezioni politiche in Israele, un missile lanciato dai palestinesi colpì, nelle terre del kibbutz, un pastore beduino con il figlio di 16 anni, uccidendoli. Si trovavano su un campo per quell'anno lasciato a riposo, la famiglia beduina che aveva un rapporto di amicizia e di vecchia consuetudine con gli abitanti del kibbutz aveva chiesto e ottenuto il permesso di pascolarvi le capre.

Nel corso della guerra dell’estate 2014, alcuni palestinesi percorsero un tunnel sotterraneo, che si avvicinava a Nahal Oz, sorprendendo e uccidendo i soldati israeliani di guardia. Gli uomini del commando disponevano delle armi più sofisticate, le stesse in dotazione delle Forze di Difesa Israeliane, e piccole telecamere montate sugli elmetti per documentare l’azione, che poi è stata resa visibile in rete. La scoperta di tunnel segreti, l’uso di tecnologie nuove, gli agguati dei terroristi generarono il terrore. Molti dei residenti partirono temporaneamente per tornare poi a guerra finita. Tra quelli che non abbandonarono il kibbutz e continuarono a svolgere i necessari lavori agricoli ci fu Dany Rahamim.

In quella stessa estate un bambino di quattro anni, Daniel Tregerman, stava giocando a nascondino con la sorellina di due. Quando suonò la sirena d’allarme, Daniel non volle abbandonarla, si mise a cercarla e fu ucciso, colpito al capo da una scheggia di mortaio penetrata dalla finestra. Le foto ci presentano un bambino molto bello, vicino a una torre di mattoncini Lego più alta di lui. Strazianti le parole della mamma al funerale ”L'amore della mia vita, un ragazzo perfetto, il sogno di ogni madre e padre, intelligente e sensibile. Noi sognavamo che da grande sarebbe diventato un leader in grado di portare un giorno la pace in Israele”.

Questa primavera Hamas ha organizzato le “Marce del ritorno” portando alla frontiera migliaia e migliaia di persone, e sono stati i momenti più sanguinosi dopo la guerra del 2014. Dal 30 marzo a metà giugno oltre 120 palestinesi sono stati uccisi sul confine dal fuoco israeliano, e circa 10.000 sono i feriti denunciati dai funzionari palestinesi. Gli abitanti dei kibbutzim meridionali, testimoni in prima linea, potevano osservare da vicino le migliaia di persone che si avvicinavano minacciosamente al confine, armate di bottiglie incendiarie e di altri oggetti atti a colpire, potevano sentire chiaramente il suono dei canti arabi e i colpi sparati dai soldati israeliani, pativano personalmente l’acre e soffocante odore degli pneumatici bruciati.

Le notizie di scontri così sanguinosi e così vicini hanno causato emozioni contrastanti.

"Quando sentiamo parlare dei morti, siamo molto addolorati - ha dichiarato al New York Times Dany Rahamim - Spero almeno che ogni proiettile sia giustificato”.

E poi, in questi giorni, sono entrate in azione le nuove armi: gli aquiloni. Erano un gioco per bambini, uno strumento leggero e gioioso, e ora sono usati per il trasporto di bombe incendiarie destinate a portare la distruzione sui territori aridi dei villaggi meridionali.

"Il dolore che sentiamo è indescrivibile - ha dichiarato Dany Rahamim, che è ora responsabile del sistema d’irrigazione e membro della Commissione per l’emergenza. - Nelle ultime settimane il kibbutz ha subito cinque grandi incendi. Per un contadino, guardare i campi bruciare è una pugnalata al cuore che nessun altro può capire. Abbiamo avuto una grande quantità di danni, mesi di lavoro sono andati in fumo e siamo tristi. Hamas sta cercando di spezzare le nostre vite, ma noi continueremo a lavorare nei nostri campi fino all'ultimo solco vicino al confine".

 

***

 

Dei nostri amici, Eytan, che pure ricordavamo sempre allegro e fiducioso, si mostra pessimista e preferisce non parlare. Dany invece, che già è stato intervistato dal New York Times e da altri testate, accetta volentieri di rispondere alle nostre domande.

 

 

Tutta la tua vita è stata dedicata alla ricerca della pace e al dialogo con gli Arabi. Ma oggi, dopo tante guerre e tanti morti, è ancora possibile pensare alla pace?

Nel 2014, nel corso dell’ultima guerra di Gaza, si è costituito il “Movimento per il futuro del Negev Occidentale”: il nostro obiettivo è di evitare una nuova guerra.

Ci incontriamo di continuo per tentare di costringere i politici a trovare una soluzione non violenta.

Ma anche se ci sarà una conferenza internazionale, come noi chiediamo, non credo che riusciremo a discutere di pace con Hamas. Hamas non accetterà mai la pace, e questo per ragioni ideologiche e religiose. Ma forse un armistizio lungo dieci o vent’anni si potrebbe ottenere.

Dobbiamo provarci, per i nostri figli, per i nostri nipoti, per poter dire che abbiamo fatto tutto il possibile per mettere fine alla guerra. Inoltre l'immagine d'Israele migliorerà a livello internazionale. In questo momento Hamas è in grande difficoltà, sia politica sia economica, questa è dunque una buona occasione. Gli stati arabi moderati non sostengono più Hamas. Hanno interesse che questa regione sia calma perché hanno una pubblica opinione fomentata dagli estremisti e gli scontri tra Israele e i palestinesi vengono amplificati e possono generare instabilità. I paesi arabi temono in particolare che possa inserirsi nell’area la potenza iraniana.

Pensiamo che i Paesi Arabi moderati siano gli unici che possano forzare Hamas ad accettare una trattativa.

 

 

Vivere sul confine significa essere esposti da anni a lanci di missili e ad attacchi di terroristi, subire la distruzione dei raccolti, trovarsi in prima linea in caso di guerra. Non è un rischio eccessivo? Non hai la tentazione di trasferirti?

No, affatto. Non ce ne andremo! È casa nostra. Dovremmo lasciare la nostra casa, la nostra terra e la nostra comunità? È quanto vorrebbe Hamas, ma non gli faremo questo regalo. All’inizio non sapevamo chi avrebbe vinto, ma ora, dopo questi ultimi quattro anni di bombardamenti, possiamo dire che sta vincendo Israele, perché Hamas non è riuscito a raggiungere il suo obiettivo: cacciarci!

Da Nahal Oz in questi ultimi quattro anni sono andate via alcune famiglie ma ne sono arrivate 25 nuove. Sono famiglie di giovani, con bambini piccoli. Vogliono che i loro figli crescano in kibbutz, perché la loro vita abbia un senso. La guerra non si vince o si perde secondo il numero dei soldati che muoiono da una parte o dall’altra. In guerra si vince per la forza d’animo. Noi siamo forti e non ce ne andremo.

 

 

Cosa possiamo fare come ebrei italiani per difendere Israele e favorire il cammino verso la pace?

In Italia e in Europa si dovrebbe far sapere che Israele lotta contro un’organizzazione terroristica crudele. Israele cerca sempre di non colpire bambini e civili innocenti. Il nostro è un esercito che segue una legge morale. Singoli soldati ovviamente possono violare le regole ma l’esercito ha regole morali molto severe. Noi siamo convinti che vinceremo soltanto se seguiremo le leggi della morale e non diventeremo come i nostri nemici.

Nessun paese potrebbe accettare di essere messo a fuoco, che vengano bruciati i raccolti, le foreste e i parchi nazionali. Io penso che la maggioranza della gente di Gaza vorrebbe vivere una vita normale ma che, sotto il fascismo di Hamas, non abbia possibilità di scelta.

 

 

Beppe Segre e Anna Rolli

 

 
Life Science Park, Haifa,
architetto Moshe Zur, Team Baha' Milhem, Mor Ashkenazi
  Rehovot, Istituto Weizmann, piazza del Giubileo,
architettura di Ierman, scultura di Dan Reizinger

 

 

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