Israele

 

Wahat al-Salam - Nevé Shalom

di Bruna Laudi

 

“Con gli arabi non si può parlare”, “I palestinesi sono tutti potenziali terroristi”…

Ma è proprio vero? Eppure in Israele ci sono alcuni esempi positivi di dialogo da cui si potrebbe partire per parlare di pace futura. Conosciamo da anni il lavoro di Angelica Edna Calò Livnè: insegnante, educatrice, formatrice, regista, scrittrice, fondatrice e direttrice artistica della Fondazione Beresheet LaShalom - Un inizio per la pace - con sede in Alta Galilea. Allieva di Elio Toaff, Edna crede nella pace, da costruire attraverso il dialogo e l’arte.

Quest’anno, durante una recente visita in Israele, abbiamo voluto incontrare gli abitanti del villaggio di Nevé Shalom e farci raccontare il loro lavoro, anch’esso di orientamento decisamente pacifista, ma di origine politico-religiosa diversa da quella di Beresheet LaShalom.

Wahat al-Salam - Nevé Shalom si trova a metà strada tra Tel Aviv e Gerusalemme ed è un villaggio cooperativo di ebrei e arabi, tutti cittadini di Israele. Il suo nome deriva da Isaia (32,18): “Il mio popolo abiterà in un’ Oasi di Pace" (Nevé Shalom in ebraico, Wahat al-Salam in arabo). Il nome del villaggio è stato scelto dal suo fondatore, il padre domenicano Bruno Hussar, ebreo di origine, cittadino di Israele, nel 1966.

Ci aveva parlato di questa esperienza Bruno Segre in un’intervista pubblicata da Ha Keillah nel numero di ottobre 2016. Bruno Segre aveva fondato nel ’91 l’Associazione amici italiani di Nevé Shalom, ne era stato il presidente e periodicamente, diverse volte l’anno, aveva visitato il villaggio.

Un prezioso contributo per approfondire la conoscenza di questa esperienza è il libro a cura di Brunetto Salvarani dal titolo Il folle sogno, Edizione Terra Santa, 2017.

Ci accoglie al villaggio Nava Sonnenshein, una donna forte e decisa, che ci fa prima accomodare in una sala riunioni per rispondere alle nostre domande per poi accompagnarci nella visita al villaggio.

Nava ci racconta che quando è arrivata lei negli anni’70 c’erano 4 famiglie e adesso sono circa 70 (!) equamente suddivise tra i due gruppi.

Gli arabi sono prevalentemente cristiani, ma ci sono anche alcuni musulmani: per lo più sono comunque famiglie laiche e la religione non costituisce un problema.

Domando quali lavori svolgono gli abitanti del villaggio: mi ero fatta l’idea che fosse una specie di moshav, con una economia interna. Nava mi risponde che sono per lo più professionisti che lavorano all’esterno del villaggio: capisco che la scelta di vivere lì è in un certo modo elitaria, di una piccola enclave intellettuale.

Un segretario e una commissione sono eletti tutti gli anni e tutti i suoi membri partecipano ad una regolare assemblea in cui vengono discusse e decise le questioni riguardanti la comunità.

Ingenuamente chiedo se ci sono attività per fare socializzare le famiglie: lei mi guarda stupita. I bambini frequentano la stessa scuola, in cui si parla arabo ed ebraico e le famiglie socializzano naturalmente come in tutte le società: attraverso la celebrazione delle feste, i pranzi insieme, le amicizie dei figli.

Le chiedo cosa succede quando i ragazzi raggiungono l’età per andare a fare il servizio militare: mi risponde che quello è sicuramente un problema, perché i ragazzi arabi non lo fanno e i ragazzi ebrei del villaggio hanno molte difficoltà ad affrontare con le armi coloro con i quali hanno condiviso l’infanzia. L’unica soluzione è o l’obiezione di coscienza, che però comporta il carcere, o trovare scuse per non fare i militari: non c’è un’alternativa di servizio civile se non nel caso di donne religiose.

Nel villaggio c’è anche una “scuola per la pace”, con una biblioteca, dove si svolgono corsi che richiamano persone anche da fuori: attualmente ci sono tre gruppi formati ciascuno da una quarantina di persone, rigorosamente distribuite per provenienza (16 provengono dai territori della Palestina, 10 sono arabi israeliani e 16 sono israeliani ebrei). Per quelli che provengono dai territori non sempre gli spostamenti sono facili. L’obiettivo di questi gruppi di lavoro è diventare “leader di pace”. L’età dei membri è compresa tra i 25 e i 50 anni. Nava è una formatrice.

Chiedo come sono viste queste iniziative da parte palestinese: mi risponde che sono viste con sospetto, perché le interpretano come un tentativo di normalizzazione della situazione attuale, ma Nava sostiene con passione che il progetto è per la “pace”, non per “normalizzare l’occupazione”. E da parte israeliana? Il governo ha comprato tutti i terreni intorno al villaggio, in modo da impedirne l’eventuale espansione.

Sicuramente ciò che rende gli abitanti più orgogliosi è la scuola, che ci portano a visitare mentre sono in corso le attività didattiche. Nella scuola lavorano 213 bambini e 30 insegnanti e copre il primo ciclo di istruzione, dal nido alla fine della scuola primaria. I bambini che la frequentano non sono solo gli abitanti del villaggio ma ne arrivano anche dai villaggi vicini, purché sia rispettata la proporzione tra arabi ed ebrei.

Gli insegnanti sono bilingui e la maestra che ci guida nella visita ci mostra i vari spazi e le attività.

La scuola è immersa nel verde e sicuramente non ha grandi risorse economiche ma ha grandi risorse ideali: ci accolgono dei bimbi che stanno pranzando all’aperto. Ogni settimana un bambino riveste il ruolo di “stella” e decide quali cibi si debbano mangiare, di differenti culture: durante la nostra visita il cibo prescelto è italiano, spaghetti!

Passiamo poi a visitare alcune aule dove noto subito che si privilegia la manualità e c’è poca tecnologia: questo mi stupisce, in un paese che fa dell’innovazione tecnologica la sua cifra più caratteristica e mi vengono in mente le scuole italiane dove recentemente ho avuto occasione di lavorare, in cui non mancano LIM (lavagna elettronica interattiva) e computer che spesso gli insegnanti non sanno utilizzare…

Forse la scuola di Nevé shalom non ha fondi per dotarsi della tecnologia avanzata o forse ha fatto delle scelte didattiche precise: c’è una cucina dove i bimbi preparano cibi insieme alle maestre, c’è un laboratorio di pittura, un altro per la danza e forse altro ancora. Nelle classi non ci sono le file di banchi come da noi, in cui i bambini sono incoraggiati a sviluppare il proprio individualismo, ma i tavoli sono riuniti in piccole isole dove i bimbi collaborano e lavorano insieme in uno spirito di condivisione. Ci accolgono con entusiasmo e sentendo che veniamo dall’Italia e da Torino gridano entusiasti “Juventus” e “pizza”.

La visita si conclude all’esterno del villaggio in un piccolo locale con un giardino e alcuni tavoli all’aperto, gestito da una coppia di arabi provenienti dalla Galilea che ci servono humus, verdure e pita calda: una vera delizia. Andando via saluto con una delle poche parole ebraiche che riesco a utilizzare, shalom e la signora mi risponde con un caldo sorriso “salam”.

 Bruna Laudi

 

 

Share |